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	<title>psychology &#8211; Roberta Toso</title>
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	<description>Psicologa e Psicoterapeuta a Pavia</description>
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	<item>
		<title>Onde: riflessioni sull’esperienza umana del tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Nov 2018 12:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[clinica]]></category>
		<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[psychology]]></category>
		<category><![CDATA[psychotheraphy]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[art]]></category>
		<category><![CDATA[literature]]></category>
		<category><![CDATA[music]]></category>
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		<category><![CDATA[psychopathology]]></category>
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					<description><![CDATA[Credo che l&#8217;Ora più lunga di tutte Sia quando le vetture sono arrivate &#8211; E noi siamo in attesa della carrozza &#8211; Sembra come se il Tempo &#8211; Offeso &#8211; che la gioia sia arrivata &#8211; blocchi le lancette dorate &#8211; e non lasci passare i secondi &#8211; Ma l&#8217;istante più lento &#8211; si conclude &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/onde-riflessioni-sullesperienza-umana-del-tempo/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Onde: riflessioni sull’esperienza umana del tempo</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Credo che l&#8217;Ora più lunga di tutte<br />
Sia quando le vetture sono arrivate &#8211;<br />
E noi siamo in attesa della carrozza &#8211;<br />
Sembra come se il Tempo &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Offeso &#8211; che la gioia sia arrivata &#8211;<br />
blocchi le lancette dorate &#8211;<br />
e non lasci passare i secondi &#8211;<br />
Ma l&#8217;istante più lento &#8211; si conclude &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Il pendolo comincia a contare &#8211;<br />
come i piccoli scolari &#8211; a voce alta &#8211;<br />
I passi si fanno più fitti &#8211; nell&#8217;atrio &#8211;<br />
il cuore comincia a premere &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Allora io &#8211; compiuto il mio timido servizio &#8211;<br />
sebbene un servizio sia, d&#8217;amore &#8211;<br />
prendo il mio piccolo violino &#8211;<br />
E più a Nord &#8211; mi ritiro &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;">Emily Dickinson, <em>Tutte le poesie</em> (1862)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="irc_mi alignleft" src="https://media.giphy.com/media/olJEp8fYx7SkU/giphy.gif" alt="Risultati immagini per gif time" width="267" height="150" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo come noi lo viviamo è estremamente lontano dal tempo cronometrico, come esso è misurato in maniera convenzionale da orologi, calendari, timer. Non dobbiamo guardare poi così lontano dalla nostra vita, per capire di cosa si stia parlando: <em>il tempo che passiamo aspettando l’esito di un esame è vissuto come altrettanto lungo del tempo di un rilassante pomeriggio di vacanza?</em> Nella nostra esperienza il primo è dolorosamente dilatato, e ci è scomodo anche lo spazio che abitiamo nello strazio dell’attesa ansiosa. Il secondo letteralmente fugge sotto la nostra esperienza, ed è già sera, domenica sera, e lunedì si lavora. Eugène Minkowski (1935) riflette e analizza questo fenomeno in maniera lucida ed essenziale, nel suo capolavoro sulla fenomenologia del tempo, “<em>Il  tempo vissuto</em>” evidenziando come l’esperienza in prima persona del tempo possieda qualità trasformative essenziali, e una capacità di alterare anche lo spazio mondano che viviamo, esperienza che il filosofo chiama <em>solidarietà spazio-temporale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di Minkowski, un fondamentale contributo allo studio fenomenologico del tempo è stato definito da due figure fondamentali, così lontane ma anche così concettualmente – a tratti- vicine, ovvero Agostino da Ippona (354-430 d.C) e Henri Bergson (1859-1941).</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il primo è nell&#8217;anima che si effettua la misura del tempo; egli fu quindi il primo autore ad offrire una compiuta analisi del <em>tempo come soggettivamente esperito</em>. L&#8217;esordio del capitolo ventesimo dell&#8217;undicesimo libro delle Confessioni suona così: <em>&#8220;Risulta dunque chiaro che futuro e passato non esistono, e che impropriamente si dice: tre sono i tempi: il passato, il presente e il futuro. Più esatto, sarebbe dire: tre sono i tempi: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro. Queste ultime tre forme esistono nell&#8217;anima, né vedo possibilità altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l&#8217;intuizione diretta, il presente del futuro è l&#8217;attesa&#8221;. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il punto di contatto più esplicito con la filosofia di Bergson, è proprio racchiuso in questa individuazione della realtà temporale in una <em>&#8220;Distensio animae&#8221; </em>nel distendersi della vita interiore dell&#8217;uomo attraverso la percezione attuale (<em>contuitus</em>), la memoria e l&#8217;attesa, nella continuità intima dell’interiorità, che conserva dentro di sé il passato e si protende verso il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei riflettere in questa sede, sul tempo come fenomeno <em>vissuto</em> nel movimento dell’esistenza, sia in alcuni momenti della nostra vita, in modo tipico, universalmente condivisibile, sia accennando ad atipiche alterazioni di questa esperienza originaria che si osservano in alcune forme di sofferenza psicopatologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capolavoro di Virginia Woolf, <em>Le Onde</em>, è un libro bergsoniano: esso presenta la concezione magmatica, fluida, mercuriale del tempo-vissuto: il romanzo è rivoluzionario perché non procede cronologicamente secondo il dispiegarsi della narrativa esistenziale, ma secondo un tempo che è prima di tutto esperito: il passaggio delle onde sulla battigia fa da cornice al fluire delle vite dei protagonisti, che nel parlare di ciò che accade nello spazio tra le loro esperienze mentre da bambini diventano ragazzi, adulti e poi anziani trasmettono l’invariabile pulsare del tempo e soprattutto il richiamo gravitazionale del punto limite, il fenomeno della morte, la mèta più personale di tutte.</p>
<figure style="width: 249px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="irc_mi" src="https://nicolettanuzzo.files.wordpress.com/2014/05/catrin-welz-stein-2.jpg" alt="Risultati immagini per le onde woolf" width="249" height="353" /><figcaption class="wp-caption-text">Io e Rhoda Nicoletta Nuzzo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><em>“La goccia che cade non ha nulla a che fare con la fine della giovinezza. La goccia che cade è il tempo che si assottiglia fino a diventare un punto. Il tempo, che è un pascolo assolato inondato di luce danzante, il tempo, che è vasto come un campo a mezzogiorno, si stacca, si assottiglia, diventa un punto. Questi sono i veri cicli, i veri eventi. Allora, come se tutta la luminosità dell’atmosfera si ritirasse, vedo il fondo nudo. Vedo ciò che l’abitudine ricopre.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>W.Woolf, Le onde, pag 134, Bernard</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo qui descritto non è in alcun modo misurabile: è il tempo della <em>nostalgia</em> del passato (dal greco: <em>dolore-del-ritorno</em>), che dilata il procedere verso l’avvenire, è il tempo rapido e baluginante della corsa verso l’età adulta, è la morbidezza della maternità, il senso di dilatazione dell’Io nel diventare padre, il vertiginoso sprofondare verso la fine, quando per la prima volta i ragazzi incontrano la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dello scorrere fluviale della vita, del divenire, attraversa tutta la filosofia occidentale da Eraclito fino ai giorni nostri. <em>Pànta rei</em>, dal greco, “tutto scorre”, significa che qualsiasi tentativo di rendere il tempo un fenomeno puntiforme e delimitato fallisce, così come un singolo avvenimento all’interno di un’apparente lineare storia di vita non acquista alcun senso estrapolato dal divenire e dalla temporalità vissuta da cui è catturato al laccio. D’altronde, per dirla con le irripetibili dell’autrice stessa: “<em>forse la vita non è suscettibile al trattamento che le facciamo quando proviamo a raccontarla”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il divenire non è un fenomeno solo individuale, come analizza Minkowski, ma sovra-individuale: è il divenire-ambiente, il procedere di tutti, il sincronismo-vissuto:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“…e sento le onde della vita che si infrangono, si rompono contro le mie radici. Odo delle grida, e vedo altre vite che vorticano come pagliuzze attorno ai piloni di un ponte.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Analizzando l’esperienza del tempo in rapporto a come esso è vissuto dalla persona, emerge un fenomeno fondamentale, ovvero quello dello <em>sbilanciamento in avanti</em>: la prevalenza dell’avvenire sul presente e sul passato. Nello stato di salute, l’aver-da-essere di heideggeriana memoria è dato incontestabilmente in maniera più primitiva e basilare rispetto al passato. Esso reca la cifra della spinta propulsiva a creare avanti a sé, a progettarsi uno scopo, a slanciare l’essere verso questo o quell’altro orizzonte, ad essere in-vista-di. Minkowski dipinge a chiare tinte la direzione della vita nel tratteggiare il fenomeno costitutivamente umano ed esistenziale dello <em>slancio vitale. Lo slancio vitale o personale è qualcosa che trascende e sorpassa i singoli scopi, obiettivi o mire esistenziali: è invece una tensione che crea e presentifica l’avvenire come una freccia scoccata, avvolgendo l’essere umano in una guaina che parzialmente lo oblia dalla contemplazione e dalla solidarietà del contatto con il mondo. </em>Viviamo per lasciare un segno, con il nostro progetto, per dare un’impronta personale al divenire. Nel vivere nello slancio, sempre oltre quello che ci accorgiamo di essere, non possiamo fare a meno di perdere qualcosa: momenti di sincronismo, di simpatia, di godimento della pura gioia di vivere. Minkowski definisce questo carattere fondamentale dell’esistenza<em>: fattore di perdita o di limitazione</em>: non possiamo dedicarci alla realizzazione del nostro progetto senza che qualcosa, lungo la strada, venga perduto: corridoi di possibilità, riposo, contemplazione. Ma non si può vivere nemmeno di sola contemplazione perché  non possiamo fare altro che avanzare, in un a armonia mai del tutto compiuta ma già-data con il divenire-ambiente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><em>Nostalgie </em></strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Perché i primi tre decenni di vita sono così viscosi, gravidi di possibilità, lenti nel loro saturarsi, tesi come si è nella nostra dialettica di realizzazione personale, mentre tutto oltre la collina precipita, sembrano anni così veloci, così impietosi, così uguali tra loro, dopo i quaranta? È solo senso comune o è un viver-comune?</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa consapevolezza che cantano i Pink Floyd nella loro celebre “<em>Time</em>”, in cui lo stesso sole, lo stesso giorno assume un’urgenza, una durata e un senso del trascorrere profondamente diverso in momenti specifici e distanti nella vita:</p>
<p style="text-align: center;"><em>Tired of lying in the sunshine staying home to watch the rain.</em><br />
<em>And you are young and life is long and there is time to kill today.</em><br />
<em>And then one day you find ten years have got behind you.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>No one told you when to run, you missed the starting gun. […]</em><br />
<em>So you run and you run to catch up with the sun but it&#8217;s sinking</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Racing around to come up behind you again.</em><br />
<em>The sun is the same in a relative way but you&#8217;re older</em><br />
<em>Shorter of breath and one day closer to death. </em></p>
<p style="text-align: justify;">È innegabile il prevalere, negli ultimi anni della vita, della tonalità emotiva della nostalgia, in cui il passato sembra diventare più luminoso, salvaguardato come un altare, un recondito tempio che si crede custodisca ormai l’Io, ora che l’avvenire è così <em>corto</em>, proprio così, non si può che esprimersi con una metafora spaziale, gli ultimi metri prima di un dosso. L’io è nello slancio, nel divenire, ma non è questa le esperienza dell’anziano: è il passato che inonda lo spazio e ingravida ambienti familiari di luminossissimi ricordi. <em>“Pensa ai giorni sacri che abbiamo passato insieme, e questi giorni invece davanti a noi come dei rettilinei..”</em>, canta il gruppo emiliano “<em>Le luci della centrale elettrica</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="irc_mi aligncenter" src="http://www.stateofmind.it/wp-content/uploads/2016/06/La-funzione-protettiva-della-nostalgia-680x365.jpg" alt="Risultati immagini per nostalgia" width="381" height="204" /></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia è per Agostino il “presente del passato”; la prevalenza del <em>non-più</em>, secondo Heidegger. Il rovesciamento della prevalenza dell’avvenire di cui abbiamo fatto accenno nell’esperienza comune del tempo. Questo ribaltamento riflette una marcata diminuzione delle possibilità di azione e di passione fruibili nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il mondo dei vecchi, di tutti i vecchi, è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria. Si dice: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Aggiungerei: tu sei quello che ricordi, i ricordi che non hai lasciato cancellare e di cui sei rimasto il solo custode.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Bobbio, <em>De Senectute</em></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia non riguarda solo il sentimento della perdita e del non-più… ma possiede in sé anche una <em>possibilità creatrice</em>: il guardare indietro per chiudere il cerchio e illuminare di un nuovo senso il futuro attraverso il <strong>ricordo-rielaborazione, </strong>come la sintesi che chiude una dialettica esistenziale e trasforma gli avvenimenti del passato come alla-luce-di. La nostalgia possiede, quindi, un potere di sintesi e di trasformazione del già-vissuto, prova di come nessun avvenimento possa restare fisso e inalterabile nel suo significato all’interno dell’economia della storia di vita. In alcune psicopatologie avviene un’alterazione fondamentale dell’esperienza del tempo: Minkowski analizza soprattutto l’esperienza schizofrenica, ma anche forme particolari di stati depressivi e disturbi bipolari (1935); vorrei in questa sede concentrarmi sulle peculiari alterazioni tipiche del mondo degli ossessivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="color: #000000;"><strong><em>Tempo ossessivo e modo dell’anticipazione</em></strong></span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<figure style="width: 342px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="irc_mi" src="https://www.bitculturali.it/online/wp-content/uploads/2015/04/dali.jpg" alt="Risultati immagini per dalì orologi molli" width="342" height="256" /><figcaption class="wp-caption-text">La persistenza della memoria S. Dalì, 1931</figcaption></figure>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo nelle forme esperienziali dell’ansia ossessiva è continuamente <em>avanti</em>, ma in maniera più radicale e sintomatica di quanto accade nell’esistenza sana, e non avanti nel senso “sintonizzato sul proprio progetto in vista della propria finitezza”, ma è il tempo del ritardo, è un conto alla rovescia che non riesce a stare sullo sfondo ma che s’impone davanti, impregnando il mondo della vita di un’angoscia di morte.  Gli obiettivi sono corse, i traguardi e le scadenze. Come emerge cristallino nelle parole di Letizia, paziente descritta da Eugenio Borgna: “<em>Il tempo scorre così veloce, e non si riesce a fermarlo, ed è l’immagine della morte</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro si mangia il presente, ma non nel modo dell’intreccio, della dialettica e del dialogo, ma come una vernice che cola, non è il mio progetto che mi parla, non la morte in senso finalistico, ma in senso corrosivo, che richiama all’impotenza e non alle possibilità. È un tempo in cui non mi sento a casa, è il tempo fluido e cronometrico della modernità, che appare in forma di clessidra, un oggetto in cui è difficile ignorare lo svuotarsi di un’esistenza che tra-scorre.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come può essere sbilanciato in avanti, il tempo ossessivo può anche, in alcune forme, essere viscoso, impregnato di passato. Pensiamo alle forme di <em>hoarding</em> compulsivo in cui l’individuo compartimentalizza l’intera esistenza nel timore di perderla, fissando istanti e oggetti apparentemente inutili, in realtà intrisi di un passato impossibile da scrostare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Non c’è mai fine ad un’azione (a un pensiero, a un’immaginazione, a un impulso) che non si concluda: (…) nell’esperienza anancastica questo ristagnare del passato, questa incompiutezza del passato (di ciò che si è fatto e si è pensato nel passato) altro non è che la conseguenza dell’impossibilità di progettarsi nel futuro. E ancora una volta sarà essenziale ripercorrere la storia di vita del paziente per individuare il suo percorso e il suo personalissimo scacco esistenziale.”</em></p>
<p><em>V.Von Gebsattel</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><em>Nonstalgie postmoderne –e non solo- : fotografare tutto</em></strong></h3>
<h3><strong><em> <img loading="lazy" class="irc_mi alignright" src="https://instagramersitalia.it/wp-content/uploads/jazzyfizzle.jpg" alt="Risultati immagini per fotografare instagram" width="228" height="228" /></em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino descrive, ne “Gli amori difficili”, l’avventura di un fotografo. Il protagonista, estremamente riflessivo e poco naturale nel vivere l’esperienza del momento, non riesce a capire cosa porti i suoi amici a scattarsi foto in ogni momento. Afferma che questo è “<strong>vivere il presente come ricordo del futuro</strong>”: le parole di Calvino, che arrivano per bocca del rigido impiegato protagonista, risuonano di una modernità impressionante.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. [&#8230;] Basta che cominciate a dire di qualcosa ‘Ah, che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!’ e siete già nel terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.”</p>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino, ‘Gli amori difficili’(1958) <em>l’avventura di un fotografo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Parole che non sembrano così lontane,  soprattutto se ci guardiamo attorno attualmente e scopriamo che, grazie ai social network come Instagram, Facebook e altri, è sempre più diffusa la tendenza a catturare ogni istante di una esistenza pre-confezionata e patinata, presentarla in modo affettato e stereotipato per averla lì, da riguardare e <em>scrollare</em>, con la presunzione dell’eternità, della fissità e dell’inviolabilità del ricordo. Io non sono più genuinamente presso il momento presente, ma lo vivo già nel modo del ricordo, del visto-e-condiviso, del commentato e del catturato al laccio da un’alterità incontrata solo come spettatore. Si deve tuttavia precisare che è molto diverso il modo del fotografare di vent’anni fa, analogico, lento e nostalgico, rispetto alla contemporaneità delle vetrine social, in cui avvengono quei non-incontri o quegli incontri parziali, ma pur sempre importanti, di cui già Calvino aveva intuito la non minore valenza. Ci si incontra mai davvero o i nostri tempi -luoghi- dell&#8217;incontro autentico sono come nastri che scorrono paralleli? Per dirla con le parole immortali di Montale:</p>
<div class="post-content">
<p style="text-align: center;"><em>Non c’è un unico tempo: ci sono</em><br />
<em>molti nastri che, paralleli, slittano</em><br />
<em>spesso in senso contrario e raramente</em><br />
<em>s’intersecano. È quando si palesa</em><br />
<em>la sola verità che – disvelata –</em><br />
<em>viene subito espunta da chi sorveglia</em><br />
<em>i congegni e gli scambi. E si ripiomba</em><br />
<em>poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo</em><br />
<em>solo i pochi viventi si sono riconosciuti</em><br />
<em>per dirsi addio, non arrivederci.</em></p>
<p style="text-align: center;">E.Montale, <em>Tempo e tempi</em>, Satura (1971)</p>
</div>
<hr />
<h3><span style="color: #eb6238;">Bibliografia</span></h3>
<ul>
<li>Minkowski, <em>Il tempo vissuto</em> (1935)</li>
<li>Calvino, <em>Gli amori difficili</em> (1958)</li>
<li>Borgna, <em>Il tempo e la vita</em> (2015)</li>
<li>Woolf, <em>Le Onde</em> (1931)</li>
<li>Stanghellini, G., Ballerini, A. (1992) <em>Ossessione e rivelazione</em>. Torino: Bollati Boringhieri.</li>
<li>Stanghellini, G.,Muscelli, C. (2007) Real persons’ experiences of contamination obsessions: hypothesis from a Strausian analysis, <em>SAJP Editorials</em>, 13, <em>3, 79-82.</em></li>
<li>Straus, E.W. (1948). <em>Sull’ossessione: uno studio clinico e metodologico</em>. Roma: Giovanni Fioriti Editori.</li>
<li>Minkowski, E. von Gebsattel, V. Straus, E. (1967) <em>Antropologia e psicopatologia</em>. Ried. (2013) Roma: Anicia editore</li>
<li>Minkowski, E., Straus, E.W, Kuhn, R.,Leoni F. (a cura di).(2001). <em>Follia come scrittura di mondo.</em> Milano: Jaca Book.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
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		<title>Esse est percipi</title>
		<link>https://www.robertatoso.it/esse-est-percipi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 May 2017 12:34:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[psychology]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Appunti di fenomenologia della presenza isterica da Dostoevskij a &#8216;Black Mirror&#8217; &#160; &#8220;Starec  Zòsima: “Se però anche adesso, qui con me, avete parlato con tanta sincerità solo perché vi tributassi –come ho fatto proprio ora- una lode per la vostra franchezza, di certo non arriverete a nulla nei vostri tentativi di amore attivo; tutto &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/esse-est-percipi/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Esse est percipi</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-285 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette.jpg" alt="" width="125" height="125" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette.jpg 450w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" /></a>Appunti di fenomenologia della presenza isterica da Dostoevskij a <em>&#8216;Black Mirror&#8217;</em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>&#8220;Starec  Zòsima: “Se però anche adesso, qui con me, avete parlato con tanta sincerità solo perché vi tributassi –come ho fatto proprio ora- una lode per la vostra franchezza, di certo non arriverete a nulla nei vostri tentativi di amore attivo; tutto allora si limiterà ai vostri sogni, e tutta la vostra vita svanirà come un miraggio. In questo caso, ovviamente, vi dimenticherete anche della vita futura e finirete col darvi pace in qualche modo.”</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Chochlakòv: “Voi mi avete vinto! Solo ora, nel medesimo istante in cui avete pronunciato queste parole, ho capito come non aspettassi altro che la vostra lode per la sincerità con</em></p>
<figure id="attachment_273" aria-describedby="caption-attachment-273" style="width: 234px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-273" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin.jpg" alt="" width="234" height="351" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin.jpg 620w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 234px) 100vw, 234px" /></a><figcaption id="caption-attachment-273" class="wp-caption-text">Be set free, © Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>la quale avevo detto di non poter sopportare l’ingratitudine. Voi mi avete suggerito i miei pensieri, mi avete colta di sorpresa e rivelata a me stessa!”</em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Starec Zòsima: “[…]Sappiate che l’amore contemplativo ha sete di azioni rapide e decise, che attraggano gli sguardi di tutti. Si arriva così al punto di sacrificare persino la vita, purché le cose non vadano per le lunghe, ma si compiano in fretta, come a teatro, e che tutti vedano e applaudono. L’amore attivo è invece fatica e perseveranza, e per alcuni è addirittura una scienza vera e propria.”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov (1879)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L’importanza dell’<strong>isteria</strong> nella moderna psicopatologia presenta diverse sfide e complessità, anche a causa del peso dell’enorme tradizione storica e culturale che questa complessa patologia porta con sé; una ridefinizione libera da una qualificazione diagnostica maschilista e da decadenti concettualizzazioni è più che mai necessaria per rendere conto di nuove manifestazioni cliniche –diverse dall’isteria classica quanto la società contemporanea è differente dal primo Novecento- che s’impongono oggigiorno ai professionisti della salute mentale. Nell’attuale classificazione nosografico-descrittiva (DSM-5, APA 2013), il fenomeno dell’isteria è stato suddiviso nella sua componente personologica e nella manifestazione sintomatologica, rispettivamente nelle categorie di <em>Disturbo istrionico di Personalità</em> e <em>Disturbo di Conversione</em> (o <em>Disturbo da sintomi neurologici funzionali</em>); la segmentazione ad opera della nosografia descrittiva non gioca certo a favore di una comprensione unitaria del fenomeno e di conseguenza alla pratica clinica quotidiana. Gli approcci clinici derivati dal cognitivismo classico sembrano marginalizzare il fenomeno, comprendendolo a blocchi, come Disturbo della personalità oppure come manifestazione nevrotica ipocondriaca. L’orientamento psicoanalitico di matrice freudiana, d’altronde, se da un lato ha favorito il processo di de-organicizzazione della sofferenza e ha posto l’attenzione sulla storia individuale del paziente, dall’altro ha voluto centrare l’attenzione su universali meccanismi eziologici intrapsichici, come le spiegazioni di natura traumatica e sessuale, da ricondurre ad una sfera di esperienza soggettiva “inconscia”, questione che ha sollevato non poche aporie e implicazioni cliniche –ed etiche- spinose.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intento di questa sintesi è di <strong>analizzare un modo di soffrire che, lungi dall’essere lontano –culturalmente e clinicamente- dalla società contemporanea, ritorna ad imporsi agli occhi dei clinici e che necessita più che mai di essere ri-compreso in senso fenomenologico ed ermeneutico</strong>, ovvero attraverso uno studio che si concentri caratteristiche dell’esperienza del paziente e del suo mondo, della sua posizione esistenziale in termini di progettualità e vitalità, e della riconfigurazione narrativa della stessa. In questo senso ci verranno in aiuto alcuni spunti della tradizione fenomenologica, utili a rileggere e riscoprire questo <em>modus vivendi</em> che nella letteratura e nelle arti contemporanee, con altri nomi o senza nome, non ha mai cessato di essere rappresentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Già Dostoevskij, nel suo capolavoro immortale ‘<em>I fratelli Karamazov’</em> aveva evidenziato alcune figure che possono farci riflettere su note sfumature dell’esperienza isterica. Il brano di apertura ci presenta la signora Chochlakov, e il suo scambio con padre Zosìma, punto di riferimento spirituale della comunità in cui le vicende sono ambientate. L’<em>amore attivo </em>che possiamo tradurre con “cura” in senso heideggeriano del termine, cura di sé, del proprio progetto e degli altri richiede sacrificio, dedizione, fatica, scelta costante, direzionalità, intenzionalità e rinuncia. Le cose devono “andare per le lunghe” e non sempre si potranno ricevere conferme della propria bravura e dell’adeguatezza del futuro e delle scelte che sto portando avanti. È una strada ardua che si compie nel silenzio della propria intimità a sé, nella distanza che siamo da noi stessi. L’amore contemplativo <em>ha sete di soluzioni immediate e soprattutto di qualcuno che ti veda e che ti sostenga costantemente</em>. La signora Chochlakov accudisce la figlia sofferente, ma ha bisogno che questo le venga riconosciuto, pubblicamente, dalla folla che si raduna per visitare l’illuminato sacerdote Zòsima, perché “non sopporta l’ingratitudine”, ovvero, non sopporta di soffrire e di faticare <em>nel silenzio dell’alterità, ma ha bisogno di essere vista, lodata, per cominciare ad esistere.</em> L’amore contemplativo: contemplarsi e farsi contemplare nel proprio vivere, riducendo la vita al sogno di se stessa, come un’opera teatrale in cui tutti applaudono, subito, sempre.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>L’Alterità nel mondo dell’isterico</em></strong></h3>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“L’isteria è invece la condizione di chi può vivere solo esponendosi all’attenzione degli altri, in quella sorta di presenza alienata che non l’”io” ma gli Altri hanno il potere di rendere presente. È una presenza che si declina nella direzione dell’ &#8216;</em>Esse est percipi&#8217;<em>, dove l’essere percepito, l’essere visto, ascoltato è la condizione indispensabile per poter essere in generale.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>U.Galimberti, 1979</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’insicurezza ontologica caratterizza infatti ogni esistenza completamente catturata dalla co-esistenza, e perciò fondamentalmente incapace di co-esistere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Ma i soliloqui nei vicoli perdono presto il loro sapore. Ho bisogno di un pubblico. E&#8217; qui che crollo. [&#8230;]Confeziono una frase e poi corro in qualche stanzetta arredata dove la frase verrà illuminata da dozzine di candele. Ho bisogno di sentirmi degli occhi addosso per tirare fuori fronzoli e gale. Per essere me stesso, noto, ho bisogno della luce che viene dagli occhi altrui,  e perciò non sono affatto sicuro di chi sono veramente&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Le Onde, Virginia Woolf, &#8220;Bernard&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se l’Altro è una condizione essenziale per la mia esistenza, senza il quale non mi sento vivere, necessario per stabilizzare e puntellare l’identità personale, sarà impossibile che esso sia autenticamente incontrato nel suo essere-Altro. Citando Binswanger, perché si possa parlare di un incontro in cui l’Io e il tu compongano il noi (<em>wirheit</em>), è necessario “<em>che il dare sia un donare e il ricevere sia un accogliere</em>”, dinamica assimilabile anche al concetto ricoeriano di <em>reciprocità non mercantile. </em>Solo quando la presenza si lascia alimentare dalla trascendenza dell’altro, non consegnandosi a lui oppure esigendo lo stesso come testimone compiacente della propria esibizione, ma per esprimere con l’altro una parte di sé e consegnarla alla libertà dell’agire altrui, in termini di possibilità di rifiuto o di fraintendimento, allora si crea il terreno fertile dell’essere-insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella particolare attenzione, quel ritorno di immagine di cui la presenza isterica ha bisogno per <em>sostenersi</em>, tuttavia, non è in qualche modo controllabile e prevedibile, ma sempre dominio dell’altrui. La via principe per conseguirla è quella della <em>coercizione passiva</em>, in cui <strong>la persona</strong>, ontologicamente <strong>dipendente dallo sguardo dell’altro, utilizza un particolare modo di essere in relazione e di comunicazione, basato, come vedremo, sull’implicito, sull’espressione indiretta e su modalità <em>passivo-aggressive</em> </strong>e quindi, in ultima analisi, su un’occupazione spesso <em>manu militari</em> dello spazio intersoggettivo. Il mondo dell’altrui è quindi mai incontrato nella sua qualità fondamentale della differenza e della sottrazione, nel suo essere irriducibilmente altro-da-sè, ma sempre come <em>mezzo-per</em>, semplice strumento o utensile nell’erigenda identità del soggetto isterico, non potendo egli  trovare in se stesso naturalmente il fondamento del proprio essere.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>Corpo e linguaggio </em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Nella sua raccolta di saggi <em>In cammino verso il linguaggio</em> (1959), Heidegger opera una distinzione fondamentale tra due livelli dell’accadere del linguaggio: la mondana “chiacchiera” e l’autentico ‘dire’ (<em>sagen</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La “chiacchiera” corrisponde al superficiale discorrere tra persone nel “commercio” con il mondo: <em>il ‘pour parler’</em>. Alcuni aspetti dei modi di essere isterici richiamano peculiarmente il piano d’esistenza –in cui comunque <em>siamo</em> tutti quanti- della “chiacchiera”: l’istrionico è descritto come colui o colei che enfatizza ed amplifica espressioni emotive non chiaramente comprensibili sulla base dei contesti condivisi, millanta amicizie profonde e coinvolgenti laddove vi sia solamente un rapporto superficiale, oppure indora, nel suo racconto, presunti successi professionali o grandi occasioni nel narrare di possibilità più circoscritte o poco solide, “<em>Ciò che conta è che si discorra</em>”; non è importante l’ente di cui si discorre né tantomeno la persona con cui si discorre. È un parlare che alimenta se stesso e che non apre il “noi”, non svela l’alterità né tantomeno  rivela ad essa.  La “chiacchiera” e i modi di essere insieme propri di questo piano della <em>deiezione</em> sono tuttavia fondamentali per stare con gli altri e profondamente necessari nella struttura dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’aspetto mondano e superficiale del linguaggio si discosta Il ‘<em>dire</em>’ autentico: esso significa mostrare, dis-velare, far sì che qualcosa appaia, si veda, si senta: esso è più profondo e originario del semplice parlare. Parlare l’uno all’altro significa mostrarsi reciprocamente qualcosa, credere scambievolmente a ciò che è stato mostrato.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> Il linguaggio è perciò “quell’evento in cui l’ente in quanto ente si apre in generale agli uomini”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Un linguaggio di questo tipo, secondo Heidegger, deve alimentarsi di pensieri, di silenzi e di cesure, di distanze dall’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando, tuttavia, di noi stessi, abbiamo l’esperienza di cogliere in pieno e trasmettere totalmente quello che vogliamo dire? Sappiamo che ciò che vogliamo rivelare arriva <em>esattamente così </em>al nostro interlocutore? Mai del tutto, e mai con certezza: questo è <em>l’originario ed insanabile scarto tra l’ente o l’esperienza e il parlare</em>: qualcosa che “si perde nel linguaggio”, il quale rivela velando, perché il discorso, costitutivamente “ha perso o non ha mai raggiunto il rapporto originario con l’ente di cui si discorre<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>”.</p>
<figure id="attachment_274" aria-describedby="caption-attachment-274" style="width: 299px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-274" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03.jpg" alt="" width="299" height="449" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03.jpg 920w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03-200x300.jpg 200w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03-768x1152.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03-683x1024.jpg 683w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" /></a><figcaption id="caption-attachment-274" class="wp-caption-text">Keep me silent, © Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">E qui interviene, nella fenomenologia isterica, il ruolo del <strong><em>sintomo</em></strong>. La caratteristica essenziale dell’isteria clinica è infatti  -fin dai tempi di Charcot a Parigi e della Vienna di <em>fin du siècle</em> culla della psicoanalisi- la presenza di manifestazioni sintomatologiche di natura para-neurologica (paralisi, parestesie, acufeni, disturbi della postura e dell’equilibrio, sincopi) in assenza di documentata e repertabile eziologia organica.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni studi di neuroscienze possono offrire spunti interessanti sul ruolo del contesto e dell’intensità delle emozioni e alcuni sintomi come la paralisi psicogena: in particolare, sono stati analizzati meccanismi di modulazione ed inibizione talamo-corticali della funzione sensoriale e motoria ad opera della corteccia frontale, del circuito limbico e di specifici nuclei della base (Tiihonen et al., 1995; Vuilleumier et al.,2001).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mio corpo si fa risorsa, gesto, esito di uno sforzo, strumento di contatto o desiderio, ultimamente: <em>linguaggio</em></strong>. Ma al tempo stesso mi garantisce l’abitualità di una appartenenza in virtù della quale il corpo che sono rimane per me invariato, non muta con lo scorrere del tempo, ad onta del corpo che ho. È su queste sponde di riflessione, condivise da Bruno Callieri (2007), che il concetto di “<em>grammatica di un corpo</em>” può illuminare il mondo della psicopatologia fenomenologica dell’isteria. Il linguaggio del corpo non soffre del fenomeno del “<em>Lost in translation</em>”: ha la capacità di penetrazione propria della poesia e dell’aforisma; in un certo senso, dice quello che deve dire senza la diluizione e la dispersione –con annessa possibilità di fraintendimento- propria del discorso. Ma questa aderenza all’esperienza del sofferente non fa altro che aumentare lo scarto tra chi esprime e chi ascolta, allontanando la possibilità di una reciproca comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“La presa isterica sull’ambiente sociale si realizza attraverso l’impressione e la suggestione che, a differenza della comunicazione verbale che lascia l’altro libero di accettare o rifiutare il messaggio, agisce direttamente su di lui producendo un effetto immediato corrispondente all’attesa.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a>”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo emozionato (<em>Leib</em>) ha un suo linguaggio: ha una valenza pro-motiva (cerca di produrre il movimento dell’altro) e affettiva. <strong>Un linguaggio pre-verbale e pre-riflessivo che non “rinvia a qualcosa”, non con-divide un senso, ma si esaurisce nel provocare una reazione emotiva nello interlocutore-spettatore</strong>, per sedurre (nel senso etimologico di condurre a sé, prima e oltre la semantica sessuale) l’altro e catturarlo al laccio senza possibilità di interlocuzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Come già si è detto, nella sua sfumatura clinica più drammatica, il mondo dell’isterico non è popolato da persone impegnate nel mondo, ma da oggetti-sussistenze che si piegano ai segnali corporei del sofferente, muovendosi verso di lui come le cose fanno, una reazione causa-effetto. Laddove non arrivano le lamentazioni o le forme comunicative enfatiche ed esaltate, arriverà il linguaggio del corpo a suscitare, impressionando e suggestionando, sentimenti d’amore, di pena o sensi di colpa, riverenza, ossequio<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Un corpo che si fa eternamente-presente, un corpo che Callieri definirebbe <em>gravante</em>:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-275 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica.jpg" alt="" width="385" height="256" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica.jpg 904w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica-300x199.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica-768x510.jpg 768w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Corpi sorpresi nelle tensioni ludiche o nel disordine sensoriale, nell’eccentricità dei richiami o negli idiomi cinesici; corpi impegnati nel contatto con l’ambiente o nella fisicità di un incontro, corpi opacizzati, tacitati, autoconfinati, “naturalizzati”; corpi gravanti che in un’aula scolastica diventano icone del dolore e progressivamente si piegano allo stigma della diversità, attraverso la ineludibile tendenza, nella scuola dell’obbligo, a una “psichiatrizzazione” del disagio<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><strong>[6]</strong></a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Occorre tuttavia fare attenzione: non si tratta in alcun modo di un <em>inganno intenzionale</em>, o di una <em>simulazione</em>, fenomeni ricondotti per lo più dalla tradizione psichiatrica a forme di psicopatia o alienazione sociale, bensì a modi di emozionarsi e di stare con gli altri, forme del soffrire che accadono in una <em>Lebenswelt</em> (mondo della vita) peculiare, da comprendere, come sempre, nelle singole fondazioni storico-esistenziali, nella vita di ogni paziente. Occorre pertanto sospendere la facile tendenza al giudizio morale, lascito di una tradizione filosofica e medica che ancora risente del ristagno cartesiano della credenza di una separazione ontologica mente-cosciente-agente/corpo patito. Galimberti sintetizza molto questa fondamentale apertura di comprensione, suggerendo di considerare l’isteria come “non una malattia, ma come una modalità particolare di esporsi alla presenza (<em>Dasein</em>), in quell’originario rapporto di co-presenze (<em>Mit-dasein</em>) in cui ogni uomo si trova inserito per il solo fatto di essere-nel-mondo.”</p>
<p style="text-align: justify;">Considerare quindi l’isteria come una sfumatura della presenza al mondo e come un linguaggio, piuttosto che una malattia apre senza dubbio nuovi orizzonti ermeneutici e porta con sé la possibilità –sul piano della pratica clinica- di cogliere questi modi di essere anche all’interno di uno spettro più ampio di sofferenze esistenziali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>Il mondo social: schermi e specchi</em></strong></h3>
<figure id="attachment_276" aria-describedby="caption-attachment-276" style="width: 491px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/tumblr_ol7sm1eaWL1w5ush9o1_500.gif"><img loading="lazy" class=" wp-image-276" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/tumblr_ol7sm1eaWL1w5ush9o1_500.gif" alt="" width="491" height="173" /></a><figcaption id="caption-attachment-276" class="wp-caption-text">Se non lo posto accade davvero?</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’inconstistenza delle relazioni e la strumentalizzazione dell’alterità come datore di visibilità, esistenza e valore è portata all’estremo nella rappresentazione distopica nell’episodio della serie TV <strong><em>Black mirror</em></strong> “Caduta libera” (in originale “<em>Nosedive</em>”). In un mondo in cui ogni azione individuale viene votata e misurata dagli altri attraverso un sistema di <em>social rating</em>, l’individuo sperimenta una riduzione o un ampliamento delle possibilità d’azione nel mondo (accedere a negozi, feste, bar, perfino mezzi di trasporto) solo ed unicamente in base al “voto” da 1 a 5 che gli altri attribuiscono con un gesto ormai automatizzato del pollice sullo schermo – voto che varia sulla base delle scelte estetiche e di moda, al successo professionale e al comportamento sociale della <em>persona-target</em>-.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo inferno in cui solitudini si scuotono dietro le simmetrie e i colori pastello di un immenso teatro in divenire, la falsa sicurezza della “presenza di facciata” e del vivere non autentico, strumentale e inconsistente rappresenta una linea di sofferenza che la modernità porta alla luce e rende visibile e patibile, anche se non può essere ricondotto nella sua essenza ad un mero epifenomeno della modernità stessa. <strong>“Postare” qualcosa, renderlo visibile e commentabile, in un certo senso, è come farlo accadere di nuovo, un accadere per l’altro e quindi ancora per me, ma non più nella cifra dell’immediatezza del sentire, ma nella dilazione dell’essere in vetrina per una decina di minuti <em>ad intrattenere</em>. </strong>Nei casi più estremi, sento che qualcosa accade solo se lo condivido: ‘esse est percipi’ nella sua forma declinazione più contemporanea. Ancora, la vita che si riduce alla rappresentazione di se stessa.  Questa nota di artificiosità sembra toccare il tema del manierismo binswangeriano: &#8220;Esistere <em>come maschera</em>, vale a dire non dietro ma <em>in una maschera</em> (un ruolo) è l&#8217;oppposto dell&#8217;esistenza autentica e dell&#8217;autentica comunanza&#8221;, scrive Binswanger (Tre forme di esistenza mancata) sulla scia del caso Jürg Zünd. Forse più che gli psichiatri sono stati i grandi scrittori a illuminare aspetti essenziali delle posizioni isteriche in alcuni personaggi: un esempio potrebbe essere Emma Bovary, con la sua ricerca di intensità emotiva e centralità intersoggettiva, anche se lo studio che ne fa Flaubert è assai più complesso che una lineare situazione isterica.</p>
<p style="text-align: justify;">Come rileva Charbonneau (2007), nella forma di sofferenza isterica si legge una “patologia” dello sguardo estetico sul mondo che nell’isterico “eccede” l’utilizzo di tipificazioni, rappresentazioni figurative, immagini, archetipi. È quindi “colpa” della modernità? Non è un modo di soffrire prodotto in toto dalla società liquido moderna, esteta, individualista e performante, ma un’esperienza fondamentalmente umana – la potenza e lo sguardo dell’altro per la definizione di me- costitutiva dell’esserci, che le forme di comunicazione e le istanze contemporanee rendono ulteriormente più drammatica, liquida ed ineffabile.</p>
<figure id="attachment_279" aria-describedby="caption-attachment-279" style="width: 328px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-279" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror.jpg" alt="" width="328" height="213" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror.jpg 1232w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror-300x195.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror-768x499.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror-1024x665.jpg 1024w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" /></a><figcaption id="caption-attachment-279" class="wp-caption-text">dall&#8217;episodio &#8220;Caduta Libera&#8221;, Black Mirror</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">L’essere insieme antecede il singolo, lo preforma, in un certo senso. Come descrive efficacemente Nancy:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“[…] Spaziatura del senso, spaziatura come senso, e circolazione. […] Detto altrimenti: l’essere può essere soltanto essendo-gli-uni-con-gli-altri, circolando nel con e come con di questa co-esistenza singolarmente plurale”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><strong>[7]</strong></a></em></p>
<p style="text-align: justify;">È ineliminabile proprio perché snaturerebbe la costituzione originariamente intersoggettiva dell’<em>esserci</em>: la maniera isterica di incontrare l’altro rappresenta, in un certo senso, la declinazione clinica più intensa della necessità dell’altrui, dell’esistenziale senso dell’intreccio, in presenza di una fragilità nella capacità di reciprocità ed intimità, che passa necessariamente per il riconoscimento dell’indipendenza degli altri, del loro essere<em> altri</em>, e quindi del riconoscimento della scelta e del sottrarsi infinito di ciò che “non è me” e che quindi non posso controllare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Sappiamo perfettamente che non ci è data alcuna prossimità senza che ci venga immediatamente sottratta più in là, in un&#8217;estraneità infinita.&#8221; &#8211;</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>J.L.Nancy, &#8216;sexistence&#8217;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma la relazione incomincia laddove nasce il riconoscimento dell’alterità nel suo costitutivo ritrarsi nel segreto, nel suo diritto di scelta, nella sua proprietà di essere diretta al proprio progetto nella direzione della cura di sé; ed è per questo che l’esistenza isterica è consegnata alla frustrazione e alla sofferenza.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Isterie e progetti di Sé (essere-al-di-qua-di-Sé)</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel fondo della sua anima, Emma aspettava che qualche cosa accadesse. Come i marinai in pericolo, volgeva gli occhi disperata sulla solitudine della sua vita e cercava, lontano, una vela bianca tra le brume dell&#8217;orizzonte. Non sapeva che cosa l&#8217;aspettasse, quale vento avrebbe spinto quelle vele fino a lei, su quale riva l&#8217;avrebbe portata, né sapeva se sarebbe stata una scialuppa o un vascello a tre ponti, carico di angosce o pieno di felicità fino ai bordi.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Flaubert, Madame Bovary</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“L’isterico è perduto nell’istante, sempre nell’aspettativa di se stesso, nell’annuncio di se stesso; egli vi si è fuorviato senza poter distanziarsi. […]L’essere-al-di-qua-di-sé è uno stile di esistenza che privilegia la relazione in avanti dell’istante. È una relazione in avanti, che non fa che avanzare senza abitare.”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>(Charbonneau, 2007)</em></p>
<p style="text-align: justify;">La moderna rilettura fenomenologica (Galimberti, 2008) vede la condotta isterica come la rappresentazione di una calcificazione del <em>progetto-che-sono</em>, che a volte assume i connotati di un’impossibilità di autorealizzazione e di un’incapacità a riposizionarsi nel progetto della propria esistenza, ingaggiandosi nei compiti del mondo della vita. Ogni progetto (<em>Ent-wurf</em>), ci insegna Heidegger, dipende dalla situazione esistenziale in cui si trova gettati (<em>ge-worfen</em>); il progetto isterico denuncia un repertorio limitato di mezzi, una fuga dall’esistenza in cui la dipendenza ontologica dalla validazione degli altri assume maggiore comprensibilità. Ancora una volta trovo indissolubilmente legate la questione dell’identità personale e dello “scegliere di noi” alla dimensione della progettualità.</p>
<figure id="attachment_283" aria-describedby="caption-attachment-283" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-283" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06.jpg" alt="" width="300" height="450" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06.jpg 920w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06-200x300.jpg 200w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06-768x1153.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06-682x1024.jpg 682w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-283" class="wp-caption-text">Keep me silent 2 © Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Come sfruttare questi spunti nella pratica clinica? <strong>Occorre che il clinico non dimentichi di avere di fronte una persona con una storia irripetibile nella quale si intrecciano personalissime costellazioni di senso e intenzionalità condivisibili ma irripetibili</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro ermeneutico –<em>co-interpretativo</em>&#8211; sulla storia di vita del paziente è per questo essenziale per far  emergere nuovi significati e nuove desiderabili aperture d’essere e possibilità progettuali che possano interpellare la persona ed offrire un sostegno identitario più solido e meno discontinuo –ma soprattutto <em>originario</em>&#8211; rispetto alle luci dello sguardo altrui: in questo senso risulta centrale che il paziente colga il proprio modo di esser con l’altro senza sentirsi giudicato dal punto di vista morale. Questo approccio, forse più di altri, può aiutare la persona ad uscire dalla sofferente ma rassicurante posizione della <em>non-scelta</em>,  dal limbo del lamento e dall’auto-perpetuantesi <em>validazione dell’immobilità</em>, in cui la malattia riesce a restituire una figura di sé posticcia e ad offrire conforto dall’eterna pendenza del dover-scegliere.</p>
<hr />
<h5><span style="color: #993300;">Bibliografia</span></h5>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> M. Heidegger, (1959) <em>In cammino verso il linguaggio</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> M. Heidegger, <em>Sentieri interrotti</em>, (1968), La nuova Italia ed., Firenze</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> M. Heidegger, (1926) <em>Essere e tempo, </em>p. 168</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> U. Galimberti, (1979) <em>Psichiatria e fenomenologia. </em>Saggi LaFeltrinelli</p>
<p><span style="color: #993300;">[5-6]</span> Callieri B. (2007). <em>Corpo esistenze mondi.</em> Edizioni Universitarie Romane, Roma.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> J.L.Nancy (2001) E<em>ssere singolare plurale. </em>Einaudi, Torino.</p>
<ul>
<li>A. Caputo (2012) <em>L&#8217;arte, nonostante tutto</em>. Centro Volontari della sofferenza ed.</li>
<li style="text-align: justify;">Ardito M.N., <em>Inquadramento fenomenologico-esistenziale della patologia isterica. Psichiatria e Psicoterapia</em> (2012), 32, <em>3, </em>203-216.</li>
<li style="text-align: justify;">La Rosa, G,S. <em>Isteria: definizione formale e tentativo di approccio fenomenologico. Riconsiderazioni psicopatologiche</em>. (2010).</li>
<li style="text-align: justify;">
<div class="cit">Vuilleumier P, Chicherio C, Assal F, Schwartz S, Slosman D, Landis T.<em>Functional neuroanatomical correlates of hysterical sensorimotor loss.</em> Brain. 2001 Jun;124(<em>6</em>):1077-90.</div>
</li>
<li style="text-align: justify;">Borgna E., (1998) <em>Le figure dell&#8217;ansia. </em>Saggi LaFeltrinelli.</li>
<li style="text-align: justify;">Borgna E., (1999) <em>Noi siamo un colloquio. </em>Saggi LaFeltrinelli.</li>
<li style="text-align: justify;">Charbonneau, G. (2007).<em>La situazione esistenziale delle persone isteriche &#8211; Intensità centralità e rappresentazioni figurative. </em>Fioriti editore.</li>
<li style="text-align: justify;">Arciero, G. Bondolfi, G. (2012) <em>Sé, identità e stili di personalità</em>. Bollati Boringhieri.</li>
</ul>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
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