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	<title>ricoeur &#8211; Roberta Toso</title>
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	<description>Psicologa e Psicoterapeuta a Pavia</description>
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		<title>Scegliere di noi: identità, determinismo, libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2015 16:42:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[esistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[existentialism]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[identity]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;&#8230;E anche da questo può salvarci &#8220;solo&#8221; una passione, un sentire più forte degli altri che, strappandoci le maschere, ci metta di fronte a ciò che veramente siamo: libertà e possibilità.&#8221; Annalisa Caputo  Prima di qualsiasi ritorno riflessivo, l&#8217;uomo -o meglio, l&#8217;esserci&#8211; è originariamente aperto all&#8217;esistenza. Qualsiasi indagine sul tema della scelta risulterebbe vuota e &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/scegliere-di-noi-identita-determinismo-liberta/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Scegliere di noi: identità, determinismo, libertà</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-290 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices.jpg" alt="" width="155" height="155" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices.jpg 2218w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-300x300.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-768x767.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-1024x1024.jpg 1024w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" /></a>&#8220;&#8230;E anche da questo può salvarci &#8220;solo&#8221; una passione, un sentire più forte degli altri che, strappandoci le maschere, ci metta di fronte a ciò che veramente siamo: <em>libertà e possibilità</em>.&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">Annalisa Caputo</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> Prima di qualsiasi ritorno riflessivo, l&#8217;uomo -o meglio, l&#8217;<em>esserci</em>&#8211; è originariamente aperto all&#8217;esistenza. Qualsiasi indagine sul tema della scelta risulterebbe vuota e priva di fondamento se non venisse descritto prima in che senso noi siamo sempre gettati nel mondo, proiettati in una dimensione progettuale, sempre nell&#8217;atto di creare noi stessi -soggetti del volere e del poter-essere- da sempre in un mondo con altri come noi.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Essere è tempo</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Prima di tutto, quindi, appartenere ad un mondo comune che ci interessa, e avere un tempo limitato, anzi, <em>essere </em>un tempo limitato, sono le basi senza le quali non si potrebbe comprendere nessuna scelta umana. Per <strong>Kierkegaard</strong> è l&#8217;<em>ansia</em> per la finitezza della vita ad essere costitutiva dell&#8217;esistenza; <strong>Heidegger</strong> la chiama <em>angoscia di morte</em>: il limite invalicabile che ci riporta a noi, e ci fa scegliere davvero secondo il nostro sentire perché <em>non c&#8217;è più tempo</em>.     Nell&#8217;illuminante racconto di J.L. Borges, l&#8217;<em>Aleph</em>, quando il viaggiatore trova la città degli Immortali viene sorpreso da esseri dementi e trasandati, che letteralmente non si curano più di sé, e hanno dimenticato ogni cosa, finanche la parola: li chiama &#8220;i trogloditi&#8221;. La mortalità, dunque, è la condizione necessaria per muoversi, prendersi <em>cura</em>, progettare. Non dopo, non domani, <em>adesso</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Accade però, che nel commercio con il mondo, il senso del progetto di sé si perda nel tentativo di compiacere gli altri o nel voler fare quello che si crede sia giusto: questa è la vita alienata vissuta nel segno dell&#8217;impersonalità e della chiacchiera, distante anni luce da chi siamo. Heidegger la chiama inautenticità, condizione necessaria per trovarsi insieme, ma nella quale si soffre, secondo modalità &#8220;scordate&#8221;, difettuali dell&#8217;esistere descritte da Ludwig <strong>Binswanger</strong>. La patologia psichica si innesta qui, in una armonia perduta, nel senso di estraneità ed alienazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della vita, l&#8217;uomo:</p>
<p style="text-align: justify;"> “[…] può, nel suo esserci o &#8220;scegliersi&#8221;, conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto.”</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autentico heideggeriano è l&#8217;<em>esserci</em> che si appropria di sé progettandosi a partire dalla possibilità più sua: l&#8217;autenticità è appropriazione dell&#8217;esperienza in corso nei suoi significati e la sua incorporazione in un progetto di vita. Scegliersi e conquistarsi di volta in volta, secondo inclinazione propria, &#8220;<em>gettando la maschera</em>&#8220;.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Ogni cosa al mondo mi interpella e mi chiede di scegliere di me.&#8221;</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;apertura al tempo genera una soggettività scissa, e proprio per questo viva nello slancio verso di sé. La persona è dunque il correlato di un mondo di possibilità d&#8217;azione, che lo invita a prendere posizione; ogni scelta è una presa di posizione che non può che comprendersi in questo scarto, in questa distanza tra chi si è e chi si vuole essere. La volontà è ciò che tiene insieme il &#8220;chi&#8221; che progetta ed il progetto stesso. Lungi dall&#8217;essere un esercizio della ragione pura, la scala dei valori personale è <em>sentita emotivamente</em>. Il medesimo fatto, ad esempio prendere un bel voto a scuola, viene sentito come un valore <em>solo se</em> mi interpella come elemento fondante della persona che voglio essere; solo se <em>ne va di me</em>. Voglio essere colui o colei che prende un bel voto? Domanda che acquisisce senso  solo se compresa nello spazio della mia esperienza passata, ma soprattutto in-vista-di, ovvero alla luce del progetto che siamo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Un caso letterario: la Eveline di Joyce</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>James Joyce</strong> scrisse <em>Gente di Dublino</em> nel 1914, otto anni prima rispetto alla pubblicazione dell&#8217;<em>Ulisse</em>, da molti considerato il manifesto più compiuto dei modi di sentire moderni, ed in particolare dell&#8217;ansia e della disgregazione dell&#8217;identità che inizia ad affiorare alle coscienze nei primi del &#8216;900. I racconti che compongono il romanzo tratteggiano con perizia clinica infatuazioni, perversioni, timori e nevrosi che possiamo facilmente sentire nostri. Eveline, protagonista dell&#8217;omonimo racconto, è divisa tra il dovere di restare a Dublino ad occuparsi della casa di famiglia e la possibilità di inseguire l&#8217;amore, ma resta paralizzata dall&#8217;enormità della decisione. Joyce descrive mirabilmente il suo attacco di panico:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Non parlava. Si sentiva le guance esangui e fredde e in quella sua disperata confusione si rivolgeva a Dio chiedendogli di guidarla, di indicarle la cosa giusta da fare.(&#8230;). Se partiva, l&#8217;indomani si sarebbe ritrovata sul mare con Frank, diretta a Buenos Aires. I biglietti per la traversata erano pronti. Come tirarsi indietro dopo tutto quello che Frank aveva fatto per lei? L&#8217;angoscia le salì dentro come una nausea, e continuò a formulare con le labbra una preghiera fervente. Una campana le rintoccò nel cuore. Sentì che Frank le stringeva una mano : &#8220;Vieni!&#8221;. Tutti i mari del mondo le si riversarono sul cuore. Lui voleva trascinarla in essi, la voleva annegare. No! No! No! Era impossibile. (&#8230;) Lui correva al di là della ringhiera, le gridava di seguirlo. Rivolse verso di lui il viso pallido, sembrava quello di un animaletto inerme. E i suoi occhi non gli diedero nessun segno di amore o d&#8217;addio o di riconoscimento.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"> Perché Eveline ha così paura? La protagonista si anticipa che quell&#8217;azione cambierà per sempre la sua identità. Muterà indelebilmente la risposta alla domanda &#8220;Chi sono?&#8221;, perché lei diventerà irrimediabilmente colei che è salita su una nave e ha lasciato la casa di famiglia. Proprio per questo il terreno sotto i suoi piedi vacilla, il mondo tutto si disfa e traballa, diviene indistinto ed evanescente come un paesaggio sommerso dall&#8217;acqua. Dentro di lei, il futuro viene prima del presente e prima del passato, l&#8217;orizzonte si schiaccia e si contrae, perché Eveline deve scegliere ed in quella scelta ne va di lei, e lei non è pronta. Spaesamento, uno dei caratteri fondamentali dell&#8217;esistenza; essa obbliga te, e nessun altro, a mettere continuamente radici nella tua vita <em>scegliendo</em>. Di fronte alla tua vita, e alla tua morte, ognuno è isolato ed è chiamato in causa.</p>
<p style="text-align: justify;">Scegliere è un atto di definizione e responsabilità, significa riconoscersi e porsi come fondamento della propria vita; ma solo con la scelta si possono sbloccare orizzonti, di guarigione, anche, nel contesto della psicoterapia. Se in ogni istante scegliamo chi siamo, ne deriva che l&#8217;identità è sempre nell&#8217;atto di farsi, mai compiuta. Secondariamente ma non in secondo piano, chi siamo noi non è -solamente- nel nostro passato, ma nel futuro: <em>abbiamo da essere</em>. Dobbiamo ancora condurci a noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un senso di speranza, quindi, di libertà dal determinismo psichico che tiene incatenata la maggioranza delle concettualizzazioni del Sé in psicologia clinica; se per scoprirci e capirci siamo obbligati a fissare il nostro sguardo su un già avvenuto che mi precede, è naturale che il mio futuro ne venga impoverito, appiattito da una visione che solo all&#8217;apparenza si discosta dalla coazione a ripetere di freudiana memoria: la mia <em>medesimezza</em> (ciò che di me non muta) si è mangiata la mia <em>ipseità</em> (l&#8217;esser sempre in mano mia dell&#8217;esperienza).</p>
<p style="text-align: justify;">E ogni giorno, dimentichi dello slancio vitale e delle possibilità del mondo, rileggiamo lo stesso oroscopo che tenderemo a voler pacificamente riconfermare. La storia personale assume la fissità del ritratto; è possibile solo perdonare o dimenticare, non cambiare. In questo modo il rischio di patologia è elevato, perché si perde di vista il carattere temporale dell&#8217;esistenza, e ci si adagia in un eterno ritorno del già visto, doloroso, ma tranquillizzante. Anche se &#8220;afferrandosi ad un sostegno, ci si perde nel nulla; lasciandosi andare si conquista l&#8217;Origine.&#8221; (Kokai, maestro giapponese 1403-1469)</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Sé e Sé: la dialettica incompiuta</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come scrisse <strong>Sartre</strong>, richiamato dal futuro, il Sé abbozza il proprio progetto di senso, che è lo scopo della volontà, ma in questo modo si crea uno scarto temporale tra sé e sé, chi sono ora, chi non sono ancora. Non sono abbastanza &#8220;quel futuro che devo essere e che da senso al mio presente&#8221;.  Quella tra Sé e Sé è una dialettica incessante, spezzata, e proprio per questo fonte di tensione tra i due termini, una tensione che tiene viva la ricerca di sé. In <em>Fenomenologia dello Spirito</em> (1807) <strong>Hegel</strong> elabora un modello dialettico della realtà: Idea, Materia e Spirito (Tesi- antitesi- sintesi); una struttura tripartita che si auto-afferma e si completa con la riappropriazione del positivo mediante una negazione del negativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto parzialmente possiamo sovrapporre questa riflessione all&#8217;identità personale; sebbene nell&#8217;agire l&#8217;uomo prenda consapevolezza anche di ciò che <em>non è e che non fa</em> passando dalla mediazione delle alterità e nella dispersione della mondanità, <strong>Paul Ricoeur</strong> -autore fondamentale per la tematica dell&#8217;identità personale- rinuncia in modo forte alla visione hegeliana, nella quale la dialettica è compiuta e i due poli sono conciliati.</p>
<p style="text-align: justify;">La persona è sì una totalità, ma una totalità che si racconta, sempre aperta, che, nel suo movimento estatico è perennemente all&#8217;incalzante ricerca di mediazione tra Sé e Sé e tra Sé e gli altri, una mediazione fragile e provvisoria.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-85 aligncenter" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2-300x200.jpg" alt="hands-reaching-2" width="406" height="271" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2-300x200.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2.jpg 640w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografia</p>
<ul>
<li>Liccione, D. <em>Psicoterapia cognitiva neuropsicologica</em>. Bollati, Verbania 2011.</li>
<li>Costa, V. <em>Distanti da sé: verso una fenomenologia della volontà</em>, Jaca Book, 2011.</li>
<li>Heidegger, M. (1927) <em>Essere e tempo</em>, Oscar, Milano 2005.</li>
<li>Heidegger, M. S<em>eminari di Zollikon</em>, Guida Editore, Napoli, 2000</li>
<li>Caputo, A. <em>Pensiero e affettività: Heidegger e le Stimmungen</em>, Franco Angeli, Milano 2001.</li>
<li>Caputo, A. <em>Io e tu: una dialettica fragile e spezzata, percorsi con Paul Ricoeur,</em> Stilo Editrice, 2009.</li>
<li>Arciero, G. <em>Sulle tracce di sé</em>, Bollati, Torino 2006.</li>
<li>Ricoeur, P. <em>Sé come un altro, </em>Jacabook, 2011<em>.</em></li>
</ul>
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