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	<title>philosophy &#8211; Roberta Toso</title>
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	<description>Psicologa e Psicoterapeuta a Pavia</description>
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	<item>
		<title>Onde: riflessioni sull’esperienza umana del tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Nov 2018 12:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[clinica]]></category>
		<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[psychology]]></category>
		<category><![CDATA[psychotheraphy]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[art]]></category>
		<category><![CDATA[literature]]></category>
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		<category><![CDATA[psychopathology]]></category>
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					<description><![CDATA[Credo che l&#8217;Ora più lunga di tutte Sia quando le vetture sono arrivate &#8211; E noi siamo in attesa della carrozza &#8211; Sembra come se il Tempo &#8211; Offeso &#8211; che la gioia sia arrivata &#8211; blocchi le lancette dorate &#8211; e non lasci passare i secondi &#8211; Ma l&#8217;istante più lento &#8211; si conclude &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/onde-riflessioni-sullesperienza-umana-del-tempo/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Onde: riflessioni sull’esperienza umana del tempo</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Credo che l&#8217;Ora più lunga di tutte<br />
Sia quando le vetture sono arrivate &#8211;<br />
E noi siamo in attesa della carrozza &#8211;<br />
Sembra come se il Tempo &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Offeso &#8211; che la gioia sia arrivata &#8211;<br />
blocchi le lancette dorate &#8211;<br />
e non lasci passare i secondi &#8211;<br />
Ma l&#8217;istante più lento &#8211; si conclude &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Il pendolo comincia a contare &#8211;<br />
come i piccoli scolari &#8211; a voce alta &#8211;<br />
I passi si fanno più fitti &#8211; nell&#8217;atrio &#8211;<br />
il cuore comincia a premere &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Allora io &#8211; compiuto il mio timido servizio &#8211;<br />
sebbene un servizio sia, d&#8217;amore &#8211;<br />
prendo il mio piccolo violino &#8211;<br />
E più a Nord &#8211; mi ritiro &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;">Emily Dickinson, <em>Tutte le poesie</em> (1862)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="irc_mi alignleft" src="https://media.giphy.com/media/olJEp8fYx7SkU/giphy.gif" alt="Risultati immagini per gif time" width="267" height="150" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo come noi lo viviamo è estremamente lontano dal tempo cronometrico, come esso è misurato in maniera convenzionale da orologi, calendari, timer. Non dobbiamo guardare poi così lontano dalla nostra vita, per capire di cosa si stia parlando: <em>il tempo che passiamo aspettando l’esito di un esame è vissuto come altrettanto lungo del tempo di un rilassante pomeriggio di vacanza?</em> Nella nostra esperienza il primo è dolorosamente dilatato, e ci è scomodo anche lo spazio che abitiamo nello strazio dell’attesa ansiosa. Il secondo letteralmente fugge sotto la nostra esperienza, ed è già sera, domenica sera, e lunedì si lavora. Eugène Minkowski (1935) riflette e analizza questo fenomeno in maniera lucida ed essenziale, nel suo capolavoro sulla fenomenologia del tempo, “<em>Il  tempo vissuto</em>” evidenziando come l’esperienza in prima persona del tempo possieda qualità trasformative essenziali, e una capacità di alterare anche lo spazio mondano che viviamo, esperienza che il filosofo chiama <em>solidarietà spazio-temporale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di Minkowski, un fondamentale contributo allo studio fenomenologico del tempo è stato definito da due figure fondamentali, così lontane ma anche così concettualmente – a tratti- vicine, ovvero Agostino da Ippona (354-430 d.C) e Henri Bergson (1859-1941).</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il primo è nell&#8217;anima che si effettua la misura del tempo; egli fu quindi il primo autore ad offrire una compiuta analisi del <em>tempo come soggettivamente esperito</em>. L&#8217;esordio del capitolo ventesimo dell&#8217;undicesimo libro delle Confessioni suona così: <em>&#8220;Risulta dunque chiaro che futuro e passato non esistono, e che impropriamente si dice: tre sono i tempi: il passato, il presente e il futuro. Più esatto, sarebbe dire: tre sono i tempi: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro. Queste ultime tre forme esistono nell&#8217;anima, né vedo possibilità altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l&#8217;intuizione diretta, il presente del futuro è l&#8217;attesa&#8221;. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il punto di contatto più esplicito con la filosofia di Bergson, è proprio racchiuso in questa individuazione della realtà temporale in una <em>&#8220;Distensio animae&#8221; </em>nel distendersi della vita interiore dell&#8217;uomo attraverso la percezione attuale (<em>contuitus</em>), la memoria e l&#8217;attesa, nella continuità intima dell’interiorità, che conserva dentro di sé il passato e si protende verso il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei riflettere in questa sede, sul tempo come fenomeno <em>vissuto</em> nel movimento dell’esistenza, sia in alcuni momenti della nostra vita, in modo tipico, universalmente condivisibile, sia accennando ad atipiche alterazioni di questa esperienza originaria che si osservano in alcune forme di sofferenza psicopatologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capolavoro di Virginia Woolf, <em>Le Onde</em>, è un libro bergsoniano: esso presenta la concezione magmatica, fluida, mercuriale del tempo-vissuto: il romanzo è rivoluzionario perché non procede cronologicamente secondo il dispiegarsi della narrativa esistenziale, ma secondo un tempo che è prima di tutto esperito: il passaggio delle onde sulla battigia fa da cornice al fluire delle vite dei protagonisti, che nel parlare di ciò che accade nello spazio tra le loro esperienze mentre da bambini diventano ragazzi, adulti e poi anziani trasmettono l’invariabile pulsare del tempo e soprattutto il richiamo gravitazionale del punto limite, il fenomeno della morte, la mèta più personale di tutte.</p>
<figure style="width: 249px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="irc_mi" src="https://nicolettanuzzo.files.wordpress.com/2014/05/catrin-welz-stein-2.jpg" alt="Risultati immagini per le onde woolf" width="249" height="353" /><figcaption class="wp-caption-text">Io e Rhoda Nicoletta Nuzzo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><em>“La goccia che cade non ha nulla a che fare con la fine della giovinezza. La goccia che cade è il tempo che si assottiglia fino a diventare un punto. Il tempo, che è un pascolo assolato inondato di luce danzante, il tempo, che è vasto come un campo a mezzogiorno, si stacca, si assottiglia, diventa un punto. Questi sono i veri cicli, i veri eventi. Allora, come se tutta la luminosità dell’atmosfera si ritirasse, vedo il fondo nudo. Vedo ciò che l’abitudine ricopre.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>W.Woolf, Le onde, pag 134, Bernard</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo qui descritto non è in alcun modo misurabile: è il tempo della <em>nostalgia</em> del passato (dal greco: <em>dolore-del-ritorno</em>), che dilata il procedere verso l’avvenire, è il tempo rapido e baluginante della corsa verso l’età adulta, è la morbidezza della maternità, il senso di dilatazione dell’Io nel diventare padre, il vertiginoso sprofondare verso la fine, quando per la prima volta i ragazzi incontrano la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dello scorrere fluviale della vita, del divenire, attraversa tutta la filosofia occidentale da Eraclito fino ai giorni nostri. <em>Pànta rei</em>, dal greco, “tutto scorre”, significa che qualsiasi tentativo di rendere il tempo un fenomeno puntiforme e delimitato fallisce, così come un singolo avvenimento all’interno di un’apparente lineare storia di vita non acquista alcun senso estrapolato dal divenire e dalla temporalità vissuta da cui è catturato al laccio. D’altronde, per dirla con le irripetibili dell’autrice stessa: “<em>forse la vita non è suscettibile al trattamento che le facciamo quando proviamo a raccontarla”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il divenire non è un fenomeno solo individuale, come analizza Minkowski, ma sovra-individuale: è il divenire-ambiente, il procedere di tutti, il sincronismo-vissuto:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“…e sento le onde della vita che si infrangono, si rompono contro le mie radici. Odo delle grida, e vedo altre vite che vorticano come pagliuzze attorno ai piloni di un ponte.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Analizzando l’esperienza del tempo in rapporto a come esso è vissuto dalla persona, emerge un fenomeno fondamentale, ovvero quello dello <em>sbilanciamento in avanti</em>: la prevalenza dell’avvenire sul presente e sul passato. Nello stato di salute, l’aver-da-essere di heideggeriana memoria è dato incontestabilmente in maniera più primitiva e basilare rispetto al passato. Esso reca la cifra della spinta propulsiva a creare avanti a sé, a progettarsi uno scopo, a slanciare l’essere verso questo o quell’altro orizzonte, ad essere in-vista-di. Minkowski dipinge a chiare tinte la direzione della vita nel tratteggiare il fenomeno costitutivamente umano ed esistenziale dello <em>slancio vitale. Lo slancio vitale o personale è qualcosa che trascende e sorpassa i singoli scopi, obiettivi o mire esistenziali: è invece una tensione che crea e presentifica l’avvenire come una freccia scoccata, avvolgendo l’essere umano in una guaina che parzialmente lo oblia dalla contemplazione e dalla solidarietà del contatto con il mondo. </em>Viviamo per lasciare un segno, con il nostro progetto, per dare un’impronta personale al divenire. Nel vivere nello slancio, sempre oltre quello che ci accorgiamo di essere, non possiamo fare a meno di perdere qualcosa: momenti di sincronismo, di simpatia, di godimento della pura gioia di vivere. Minkowski definisce questo carattere fondamentale dell’esistenza<em>: fattore di perdita o di limitazione</em>: non possiamo dedicarci alla realizzazione del nostro progetto senza che qualcosa, lungo la strada, venga perduto: corridoi di possibilità, riposo, contemplazione. Ma non si può vivere nemmeno di sola contemplazione perché  non possiamo fare altro che avanzare, in un a armonia mai del tutto compiuta ma già-data con il divenire-ambiente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><em>Nostalgie </em></strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Perché i primi tre decenni di vita sono così viscosi, gravidi di possibilità, lenti nel loro saturarsi, tesi come si è nella nostra dialettica di realizzazione personale, mentre tutto oltre la collina precipita, sembrano anni così veloci, così impietosi, così uguali tra loro, dopo i quaranta? È solo senso comune o è un viver-comune?</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa consapevolezza che cantano i Pink Floyd nella loro celebre “<em>Time</em>”, in cui lo stesso sole, lo stesso giorno assume un’urgenza, una durata e un senso del trascorrere profondamente diverso in momenti specifici e distanti nella vita:</p>
<p style="text-align: center;"><em>Tired of lying in the sunshine staying home to watch the rain.</em><br />
<em>And you are young and life is long and there is time to kill today.</em><br />
<em>And then one day you find ten years have got behind you.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>No one told you when to run, you missed the starting gun. […]</em><br />
<em>So you run and you run to catch up with the sun but it&#8217;s sinking</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Racing around to come up behind you again.</em><br />
<em>The sun is the same in a relative way but you&#8217;re older</em><br />
<em>Shorter of breath and one day closer to death. </em></p>
<p style="text-align: justify;">È innegabile il prevalere, negli ultimi anni della vita, della tonalità emotiva della nostalgia, in cui il passato sembra diventare più luminoso, salvaguardato come un altare, un recondito tempio che si crede custodisca ormai l’Io, ora che l’avvenire è così <em>corto</em>, proprio così, non si può che esprimersi con una metafora spaziale, gli ultimi metri prima di un dosso. L’io è nello slancio, nel divenire, ma non è questa le esperienza dell’anziano: è il passato che inonda lo spazio e ingravida ambienti familiari di luminossissimi ricordi. <em>“Pensa ai giorni sacri che abbiamo passato insieme, e questi giorni invece davanti a noi come dei rettilinei..”</em>, canta il gruppo emiliano “<em>Le luci della centrale elettrica</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="irc_mi aligncenter" src="http://www.stateofmind.it/wp-content/uploads/2016/06/La-funzione-protettiva-della-nostalgia-680x365.jpg" alt="Risultati immagini per nostalgia" width="381" height="204" /></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia è per Agostino il “presente del passato”; la prevalenza del <em>non-più</em>, secondo Heidegger. Il rovesciamento della prevalenza dell’avvenire di cui abbiamo fatto accenno nell’esperienza comune del tempo. Questo ribaltamento riflette una marcata diminuzione delle possibilità di azione e di passione fruibili nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il mondo dei vecchi, di tutti i vecchi, è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria. Si dice: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Aggiungerei: tu sei quello che ricordi, i ricordi che non hai lasciato cancellare e di cui sei rimasto il solo custode.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Bobbio, <em>De Senectute</em></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia non riguarda solo il sentimento della perdita e del non-più… ma possiede in sé anche una <em>possibilità creatrice</em>: il guardare indietro per chiudere il cerchio e illuminare di un nuovo senso il futuro attraverso il <strong>ricordo-rielaborazione, </strong>come la sintesi che chiude una dialettica esistenziale e trasforma gli avvenimenti del passato come alla-luce-di. La nostalgia possiede, quindi, un potere di sintesi e di trasformazione del già-vissuto, prova di come nessun avvenimento possa restare fisso e inalterabile nel suo significato all’interno dell’economia della storia di vita. In alcune psicopatologie avviene un’alterazione fondamentale dell’esperienza del tempo: Minkowski analizza soprattutto l’esperienza schizofrenica, ma anche forme particolari di stati depressivi e disturbi bipolari (1935); vorrei in questa sede concentrarmi sulle peculiari alterazioni tipiche del mondo degli ossessivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="color: #000000;"><strong><em>Tempo ossessivo e modo dell’anticipazione</em></strong></span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<figure style="width: 342px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="irc_mi" src="https://www.bitculturali.it/online/wp-content/uploads/2015/04/dali.jpg" alt="Risultati immagini per dalì orologi molli" width="342" height="256" /><figcaption class="wp-caption-text">La persistenza della memoria S. Dalì, 1931</figcaption></figure>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo nelle forme esperienziali dell’ansia ossessiva è continuamente <em>avanti</em>, ma in maniera più radicale e sintomatica di quanto accade nell’esistenza sana, e non avanti nel senso “sintonizzato sul proprio progetto in vista della propria finitezza”, ma è il tempo del ritardo, è un conto alla rovescia che non riesce a stare sullo sfondo ma che s’impone davanti, impregnando il mondo della vita di un’angoscia di morte.  Gli obiettivi sono corse, i traguardi e le scadenze. Come emerge cristallino nelle parole di Letizia, paziente descritta da Eugenio Borgna: “<em>Il tempo scorre così veloce, e non si riesce a fermarlo, ed è l’immagine della morte</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro si mangia il presente, ma non nel modo dell’intreccio, della dialettica e del dialogo, ma come una vernice che cola, non è il mio progetto che mi parla, non la morte in senso finalistico, ma in senso corrosivo, che richiama all’impotenza e non alle possibilità. È un tempo in cui non mi sento a casa, è il tempo fluido e cronometrico della modernità, che appare in forma di clessidra, un oggetto in cui è difficile ignorare lo svuotarsi di un’esistenza che tra-scorre.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come può essere sbilanciato in avanti, il tempo ossessivo può anche, in alcune forme, essere viscoso, impregnato di passato. Pensiamo alle forme di <em>hoarding</em> compulsivo in cui l’individuo compartimentalizza l’intera esistenza nel timore di perderla, fissando istanti e oggetti apparentemente inutili, in realtà intrisi di un passato impossibile da scrostare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Non c’è mai fine ad un’azione (a un pensiero, a un’immaginazione, a un impulso) che non si concluda: (…) nell’esperienza anancastica questo ristagnare del passato, questa incompiutezza del passato (di ciò che si è fatto e si è pensato nel passato) altro non è che la conseguenza dell’impossibilità di progettarsi nel futuro. E ancora una volta sarà essenziale ripercorrere la storia di vita del paziente per individuare il suo percorso e il suo personalissimo scacco esistenziale.”</em></p>
<p><em>V.Von Gebsattel</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><em>Nonstalgie postmoderne –e non solo- : fotografare tutto</em></strong></h3>
<h3><strong><em> <img loading="lazy" class="irc_mi alignright" src="https://instagramersitalia.it/wp-content/uploads/jazzyfizzle.jpg" alt="Risultati immagini per fotografare instagram" width="228" height="228" /></em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino descrive, ne “Gli amori difficili”, l’avventura di un fotografo. Il protagonista, estremamente riflessivo e poco naturale nel vivere l’esperienza del momento, non riesce a capire cosa porti i suoi amici a scattarsi foto in ogni momento. Afferma che questo è “<strong>vivere il presente come ricordo del futuro</strong>”: le parole di Calvino, che arrivano per bocca del rigido impiegato protagonista, risuonano di una modernità impressionante.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. [&#8230;] Basta che cominciate a dire di qualcosa ‘Ah, che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!’ e siete già nel terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.”</p>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino, ‘Gli amori difficili’(1958) <em>l’avventura di un fotografo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Parole che non sembrano così lontane,  soprattutto se ci guardiamo attorno attualmente e scopriamo che, grazie ai social network come Instagram, Facebook e altri, è sempre più diffusa la tendenza a catturare ogni istante di una esistenza pre-confezionata e patinata, presentarla in modo affettato e stereotipato per averla lì, da riguardare e <em>scrollare</em>, con la presunzione dell’eternità, della fissità e dell’inviolabilità del ricordo. Io non sono più genuinamente presso il momento presente, ma lo vivo già nel modo del ricordo, del visto-e-condiviso, del commentato e del catturato al laccio da un’alterità incontrata solo come spettatore. Si deve tuttavia precisare che è molto diverso il modo del fotografare di vent’anni fa, analogico, lento e nostalgico, rispetto alla contemporaneità delle vetrine social, in cui avvengono quei non-incontri o quegli incontri parziali, ma pur sempre importanti, di cui già Calvino aveva intuito la non minore valenza. Ci si incontra mai davvero o i nostri tempi -luoghi- dell&#8217;incontro autentico sono come nastri che scorrono paralleli? Per dirla con le parole immortali di Montale:</p>
<div class="post-content">
<p style="text-align: center;"><em>Non c’è un unico tempo: ci sono</em><br />
<em>molti nastri che, paralleli, slittano</em><br />
<em>spesso in senso contrario e raramente</em><br />
<em>s’intersecano. È quando si palesa</em><br />
<em>la sola verità che – disvelata –</em><br />
<em>viene subito espunta da chi sorveglia</em><br />
<em>i congegni e gli scambi. E si ripiomba</em><br />
<em>poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo</em><br />
<em>solo i pochi viventi si sono riconosciuti</em><br />
<em>per dirsi addio, non arrivederci.</em></p>
<p style="text-align: center;">E.Montale, <em>Tempo e tempi</em>, Satura (1971)</p>
</div>
<hr />
<h3><span style="color: #eb6238;">Bibliografia</span></h3>
<ul>
<li>Minkowski, <em>Il tempo vissuto</em> (1935)</li>
<li>Calvino, <em>Gli amori difficili</em> (1958)</li>
<li>Borgna, <em>Il tempo e la vita</em> (2015)</li>
<li>Woolf, <em>Le Onde</em> (1931)</li>
<li>Stanghellini, G., Ballerini, A. (1992) <em>Ossessione e rivelazione</em>. Torino: Bollati Boringhieri.</li>
<li>Stanghellini, G.,Muscelli, C. (2007) Real persons’ experiences of contamination obsessions: hypothesis from a Strausian analysis, <em>SAJP Editorials</em>, 13, <em>3, 79-82.</em></li>
<li>Straus, E.W. (1948). <em>Sull’ossessione: uno studio clinico e metodologico</em>. Roma: Giovanni Fioriti Editori.</li>
<li>Minkowski, E. von Gebsattel, V. Straus, E. (1967) <em>Antropologia e psicopatologia</em>. Ried. (2013) Roma: Anicia editore</li>
<li>Minkowski, E., Straus, E.W, Kuhn, R.,Leoni F. (a cura di).(2001). <em>Follia come scrittura di mondo.</em> Milano: Jaca Book.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>Esse est percipi</title>
		<link>https://www.robertatoso.it/esse-est-percipi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 May 2017 12:34:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[psychology]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Appunti di fenomenologia della presenza isterica da Dostoevskij a &#8216;Black Mirror&#8217; &#160; &#8220;Starec  Zòsima: “Se però anche adesso, qui con me, avete parlato con tanta sincerità solo perché vi tributassi –come ho fatto proprio ora- una lode per la vostra franchezza, di certo non arriverete a nulla nei vostri tentativi di amore attivo; tutto &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/esse-est-percipi/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Esse est percipi</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-285 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette.jpg" alt="" width="125" height="125" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette.jpg 450w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/hysteria-squarette-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" /></a>Appunti di fenomenologia della presenza isterica da Dostoevskij a <em>&#8216;Black Mirror&#8217;</em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>&#8220;Starec  Zòsima: “Se però anche adesso, qui con me, avete parlato con tanta sincerità solo perché vi tributassi –come ho fatto proprio ora- una lode per la vostra franchezza, di certo non arriverete a nulla nei vostri tentativi di amore attivo; tutto allora si limiterà ai vostri sogni, e tutta la vostra vita svanirà come un miraggio. In questo caso, ovviamente, vi dimenticherete anche della vita futura e finirete col darvi pace in qualche modo.”</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Chochlakòv: “Voi mi avete vinto! Solo ora, nel medesimo istante in cui avete pronunciato queste parole, ho capito come non aspettassi altro che la vostra lode per la sincerità con</em></p>
<figure id="attachment_273" aria-describedby="caption-attachment-273" style="width: 234px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-273" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin.jpg" alt="" width="234" height="351" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin.jpg 620w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/003-set-free-josephine-cardin-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 234px) 100vw, 234px" /></a><figcaption id="caption-attachment-273" class="wp-caption-text">Be set free, © Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>la quale avevo detto di non poter sopportare l’ingratitudine. Voi mi avete suggerito i miei pensieri, mi avete colta di sorpresa e rivelata a me stessa!”</em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Starec Zòsima: “[…]Sappiate che l’amore contemplativo ha sete di azioni rapide e decise, che attraggano gli sguardi di tutti. Si arriva così al punto di sacrificare persino la vita, purché le cose non vadano per le lunghe, ma si compiano in fretta, come a teatro, e che tutti vedano e applaudono. L’amore attivo è invece fatica e perseveranza, e per alcuni è addirittura una scienza vera e propria.”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov (1879)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L’importanza dell’<strong>isteria</strong> nella moderna psicopatologia presenta diverse sfide e complessità, anche a causa del peso dell’enorme tradizione storica e culturale che questa complessa patologia porta con sé; una ridefinizione libera da una qualificazione diagnostica maschilista e da decadenti concettualizzazioni è più che mai necessaria per rendere conto di nuove manifestazioni cliniche –diverse dall’isteria classica quanto la società contemporanea è differente dal primo Novecento- che s’impongono oggigiorno ai professionisti della salute mentale. Nell’attuale classificazione nosografico-descrittiva (DSM-5, APA 2013), il fenomeno dell’isteria è stato suddiviso nella sua componente personologica e nella manifestazione sintomatologica, rispettivamente nelle categorie di <em>Disturbo istrionico di Personalità</em> e <em>Disturbo di Conversione</em> (o <em>Disturbo da sintomi neurologici funzionali</em>); la segmentazione ad opera della nosografia descrittiva non gioca certo a favore di una comprensione unitaria del fenomeno e di conseguenza alla pratica clinica quotidiana. Gli approcci clinici derivati dal cognitivismo classico sembrano marginalizzare il fenomeno, comprendendolo a blocchi, come Disturbo della personalità oppure come manifestazione nevrotica ipocondriaca. L’orientamento psicoanalitico di matrice freudiana, d’altronde, se da un lato ha favorito il processo di de-organicizzazione della sofferenza e ha posto l’attenzione sulla storia individuale del paziente, dall’altro ha voluto centrare l’attenzione su universali meccanismi eziologici intrapsichici, come le spiegazioni di natura traumatica e sessuale, da ricondurre ad una sfera di esperienza soggettiva “inconscia”, questione che ha sollevato non poche aporie e implicazioni cliniche –ed etiche- spinose.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intento di questa sintesi è di <strong>analizzare un modo di soffrire che, lungi dall’essere lontano –culturalmente e clinicamente- dalla società contemporanea, ritorna ad imporsi agli occhi dei clinici e che necessita più che mai di essere ri-compreso in senso fenomenologico ed ermeneutico</strong>, ovvero attraverso uno studio che si concentri caratteristiche dell’esperienza del paziente e del suo mondo, della sua posizione esistenziale in termini di progettualità e vitalità, e della riconfigurazione narrativa della stessa. In questo senso ci verranno in aiuto alcuni spunti della tradizione fenomenologica, utili a rileggere e riscoprire questo <em>modus vivendi</em> che nella letteratura e nelle arti contemporanee, con altri nomi o senza nome, non ha mai cessato di essere rappresentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Già Dostoevskij, nel suo capolavoro immortale ‘<em>I fratelli Karamazov’</em> aveva evidenziato alcune figure che possono farci riflettere su note sfumature dell’esperienza isterica. Il brano di apertura ci presenta la signora Chochlakov, e il suo scambio con padre Zosìma, punto di riferimento spirituale della comunità in cui le vicende sono ambientate. L’<em>amore attivo </em>che possiamo tradurre con “cura” in senso heideggeriano del termine, cura di sé, del proprio progetto e degli altri richiede sacrificio, dedizione, fatica, scelta costante, direzionalità, intenzionalità e rinuncia. Le cose devono “andare per le lunghe” e non sempre si potranno ricevere conferme della propria bravura e dell’adeguatezza del futuro e delle scelte che sto portando avanti. È una strada ardua che si compie nel silenzio della propria intimità a sé, nella distanza che siamo da noi stessi. L’amore contemplativo <em>ha sete di soluzioni immediate e soprattutto di qualcuno che ti veda e che ti sostenga costantemente</em>. La signora Chochlakov accudisce la figlia sofferente, ma ha bisogno che questo le venga riconosciuto, pubblicamente, dalla folla che si raduna per visitare l’illuminato sacerdote Zòsima, perché “non sopporta l’ingratitudine”, ovvero, non sopporta di soffrire e di faticare <em>nel silenzio dell’alterità, ma ha bisogno di essere vista, lodata, per cominciare ad esistere.</em> L’amore contemplativo: contemplarsi e farsi contemplare nel proprio vivere, riducendo la vita al sogno di se stessa, come un’opera teatrale in cui tutti applaudono, subito, sempre.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>L’Alterità nel mondo dell’isterico</em></strong></h3>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“L’isteria è invece la condizione di chi può vivere solo esponendosi all’attenzione degli altri, in quella sorta di presenza alienata che non l’”io” ma gli Altri hanno il potere di rendere presente. È una presenza che si declina nella direzione dell’ &#8216;</em>Esse est percipi&#8217;<em>, dove l’essere percepito, l’essere visto, ascoltato è la condizione indispensabile per poter essere in generale.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>U.Galimberti, 1979</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’insicurezza ontologica caratterizza infatti ogni esistenza completamente catturata dalla co-esistenza, e perciò fondamentalmente incapace di co-esistere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Ma i soliloqui nei vicoli perdono presto il loro sapore. Ho bisogno di un pubblico. E&#8217; qui che crollo. [&#8230;]Confeziono una frase e poi corro in qualche stanzetta arredata dove la frase verrà illuminata da dozzine di candele. Ho bisogno di sentirmi degli occhi addosso per tirare fuori fronzoli e gale. Per essere me stesso, noto, ho bisogno della luce che viene dagli occhi altrui,  e perciò non sono affatto sicuro di chi sono veramente&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Le Onde, Virginia Woolf, &#8220;Bernard&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se l’Altro è una condizione essenziale per la mia esistenza, senza il quale non mi sento vivere, necessario per stabilizzare e puntellare l’identità personale, sarà impossibile che esso sia autenticamente incontrato nel suo essere-Altro. Citando Binswanger, perché si possa parlare di un incontro in cui l’Io e il tu compongano il noi (<em>wirheit</em>), è necessario “<em>che il dare sia un donare e il ricevere sia un accogliere</em>”, dinamica assimilabile anche al concetto ricoeriano di <em>reciprocità non mercantile. </em>Solo quando la presenza si lascia alimentare dalla trascendenza dell’altro, non consegnandosi a lui oppure esigendo lo stesso come testimone compiacente della propria esibizione, ma per esprimere con l’altro una parte di sé e consegnarla alla libertà dell’agire altrui, in termini di possibilità di rifiuto o di fraintendimento, allora si crea il terreno fertile dell’essere-insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella particolare attenzione, quel ritorno di immagine di cui la presenza isterica ha bisogno per <em>sostenersi</em>, tuttavia, non è in qualche modo controllabile e prevedibile, ma sempre dominio dell’altrui. La via principe per conseguirla è quella della <em>coercizione passiva</em>, in cui <strong>la persona</strong>, ontologicamente <strong>dipendente dallo sguardo dell’altro, utilizza un particolare modo di essere in relazione e di comunicazione, basato, come vedremo, sull’implicito, sull’espressione indiretta e su modalità <em>passivo-aggressive</em> </strong>e quindi, in ultima analisi, su un’occupazione spesso <em>manu militari</em> dello spazio intersoggettivo. Il mondo dell’altrui è quindi mai incontrato nella sua qualità fondamentale della differenza e della sottrazione, nel suo essere irriducibilmente altro-da-sè, ma sempre come <em>mezzo-per</em>, semplice strumento o utensile nell’erigenda identità del soggetto isterico, non potendo egli  trovare in se stesso naturalmente il fondamento del proprio essere.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>Corpo e linguaggio </em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Nella sua raccolta di saggi <em>In cammino verso il linguaggio</em> (1959), Heidegger opera una distinzione fondamentale tra due livelli dell’accadere del linguaggio: la mondana “chiacchiera” e l’autentico ‘dire’ (<em>sagen</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La “chiacchiera” corrisponde al superficiale discorrere tra persone nel “commercio” con il mondo: <em>il ‘pour parler’</em>. Alcuni aspetti dei modi di essere isterici richiamano peculiarmente il piano d’esistenza –in cui comunque <em>siamo</em> tutti quanti- della “chiacchiera”: l’istrionico è descritto come colui o colei che enfatizza ed amplifica espressioni emotive non chiaramente comprensibili sulla base dei contesti condivisi, millanta amicizie profonde e coinvolgenti laddove vi sia solamente un rapporto superficiale, oppure indora, nel suo racconto, presunti successi professionali o grandi occasioni nel narrare di possibilità più circoscritte o poco solide, “<em>Ciò che conta è che si discorra</em>”; non è importante l’ente di cui si discorre né tantomeno la persona con cui si discorre. È un parlare che alimenta se stesso e che non apre il “noi”, non svela l’alterità né tantomeno  rivela ad essa.  La “chiacchiera” e i modi di essere insieme propri di questo piano della <em>deiezione</em> sono tuttavia fondamentali per stare con gli altri e profondamente necessari nella struttura dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’aspetto mondano e superficiale del linguaggio si discosta Il ‘<em>dire</em>’ autentico: esso significa mostrare, dis-velare, far sì che qualcosa appaia, si veda, si senta: esso è più profondo e originario del semplice parlare. Parlare l’uno all’altro significa mostrarsi reciprocamente qualcosa, credere scambievolmente a ciò che è stato mostrato.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> Il linguaggio è perciò “quell’evento in cui l’ente in quanto ente si apre in generale agli uomini”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Un linguaggio di questo tipo, secondo Heidegger, deve alimentarsi di pensieri, di silenzi e di cesure, di distanze dall’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando, tuttavia, di noi stessi, abbiamo l’esperienza di cogliere in pieno e trasmettere totalmente quello che vogliamo dire? Sappiamo che ciò che vogliamo rivelare arriva <em>esattamente così </em>al nostro interlocutore? Mai del tutto, e mai con certezza: questo è <em>l’originario ed insanabile scarto tra l’ente o l’esperienza e il parlare</em>: qualcosa che “si perde nel linguaggio”, il quale rivela velando, perché il discorso, costitutivamente “ha perso o non ha mai raggiunto il rapporto originario con l’ente di cui si discorre<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>”.</p>
<figure id="attachment_274" aria-describedby="caption-attachment-274" style="width: 299px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-274" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03.jpg" alt="" width="299" height="449" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03.jpg 920w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03-200x300.jpg 200w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03-768x1152.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_03-683x1024.jpg 683w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" /></a><figcaption id="caption-attachment-274" class="wp-caption-text">Keep me silent, © Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">E qui interviene, nella fenomenologia isterica, il ruolo del <strong><em>sintomo</em></strong>. La caratteristica essenziale dell’isteria clinica è infatti  -fin dai tempi di Charcot a Parigi e della Vienna di <em>fin du siècle</em> culla della psicoanalisi- la presenza di manifestazioni sintomatologiche di natura para-neurologica (paralisi, parestesie, acufeni, disturbi della postura e dell’equilibrio, sincopi) in assenza di documentata e repertabile eziologia organica.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni studi di neuroscienze possono offrire spunti interessanti sul ruolo del contesto e dell’intensità delle emozioni e alcuni sintomi come la paralisi psicogena: in particolare, sono stati analizzati meccanismi di modulazione ed inibizione talamo-corticali della funzione sensoriale e motoria ad opera della corteccia frontale, del circuito limbico e di specifici nuclei della base (Tiihonen et al., 1995; Vuilleumier et al.,2001).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mio corpo si fa risorsa, gesto, esito di uno sforzo, strumento di contatto o desiderio, ultimamente: <em>linguaggio</em></strong>. Ma al tempo stesso mi garantisce l’abitualità di una appartenenza in virtù della quale il corpo che sono rimane per me invariato, non muta con lo scorrere del tempo, ad onta del corpo che ho. È su queste sponde di riflessione, condivise da Bruno Callieri (2007), che il concetto di “<em>grammatica di un corpo</em>” può illuminare il mondo della psicopatologia fenomenologica dell’isteria. Il linguaggio del corpo non soffre del fenomeno del “<em>Lost in translation</em>”: ha la capacità di penetrazione propria della poesia e dell’aforisma; in un certo senso, dice quello che deve dire senza la diluizione e la dispersione –con annessa possibilità di fraintendimento- propria del discorso. Ma questa aderenza all’esperienza del sofferente non fa altro che aumentare lo scarto tra chi esprime e chi ascolta, allontanando la possibilità di una reciproca comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“La presa isterica sull’ambiente sociale si realizza attraverso l’impressione e la suggestione che, a differenza della comunicazione verbale che lascia l’altro libero di accettare o rifiutare il messaggio, agisce direttamente su di lui producendo un effetto immediato corrispondente all’attesa.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a>”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo emozionato (<em>Leib</em>) ha un suo linguaggio: ha una valenza pro-motiva (cerca di produrre il movimento dell’altro) e affettiva. <strong>Un linguaggio pre-verbale e pre-riflessivo che non “rinvia a qualcosa”, non con-divide un senso, ma si esaurisce nel provocare una reazione emotiva nello interlocutore-spettatore</strong>, per sedurre (nel senso etimologico di condurre a sé, prima e oltre la semantica sessuale) l’altro e catturarlo al laccio senza possibilità di interlocuzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Come già si è detto, nella sua sfumatura clinica più drammatica, il mondo dell’isterico non è popolato da persone impegnate nel mondo, ma da oggetti-sussistenze che si piegano ai segnali corporei del sofferente, muovendosi verso di lui come le cose fanno, una reazione causa-effetto. Laddove non arrivano le lamentazioni o le forme comunicative enfatiche ed esaltate, arriverà il linguaggio del corpo a suscitare, impressionando e suggestionando, sentimenti d’amore, di pena o sensi di colpa, riverenza, ossequio<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Un corpo che si fa eternamente-presente, un corpo che Callieri definirebbe <em>gravante</em>:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-275 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica.jpg" alt="" width="385" height="256" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica.jpg 904w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica-300x199.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/crisi-isterica-768x510.jpg 768w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Corpi sorpresi nelle tensioni ludiche o nel disordine sensoriale, nell’eccentricità dei richiami o negli idiomi cinesici; corpi impegnati nel contatto con l’ambiente o nella fisicità di un incontro, corpi opacizzati, tacitati, autoconfinati, “naturalizzati”; corpi gravanti che in un’aula scolastica diventano icone del dolore e progressivamente si piegano allo stigma della diversità, attraverso la ineludibile tendenza, nella scuola dell’obbligo, a una “psichiatrizzazione” del disagio<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><strong>[6]</strong></a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Occorre tuttavia fare attenzione: non si tratta in alcun modo di un <em>inganno intenzionale</em>, o di una <em>simulazione</em>, fenomeni ricondotti per lo più dalla tradizione psichiatrica a forme di psicopatia o alienazione sociale, bensì a modi di emozionarsi e di stare con gli altri, forme del soffrire che accadono in una <em>Lebenswelt</em> (mondo della vita) peculiare, da comprendere, come sempre, nelle singole fondazioni storico-esistenziali, nella vita di ogni paziente. Occorre pertanto sospendere la facile tendenza al giudizio morale, lascito di una tradizione filosofica e medica che ancora risente del ristagno cartesiano della credenza di una separazione ontologica mente-cosciente-agente/corpo patito. Galimberti sintetizza molto questa fondamentale apertura di comprensione, suggerendo di considerare l’isteria come “non una malattia, ma come una modalità particolare di esporsi alla presenza (<em>Dasein</em>), in quell’originario rapporto di co-presenze (<em>Mit-dasein</em>) in cui ogni uomo si trova inserito per il solo fatto di essere-nel-mondo.”</p>
<p style="text-align: justify;">Considerare quindi l’isteria come una sfumatura della presenza al mondo e come un linguaggio, piuttosto che una malattia apre senza dubbio nuovi orizzonti ermeneutici e porta con sé la possibilità –sul piano della pratica clinica- di cogliere questi modi di essere anche all’interno di uno spettro più ampio di sofferenze esistenziali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>Il mondo social: schermi e specchi</em></strong></h3>
<figure id="attachment_276" aria-describedby="caption-attachment-276" style="width: 491px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/tumblr_ol7sm1eaWL1w5ush9o1_500.gif"><img loading="lazy" class=" wp-image-276" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/tumblr_ol7sm1eaWL1w5ush9o1_500.gif" alt="" width="491" height="173" /></a><figcaption id="caption-attachment-276" class="wp-caption-text">Se non lo posto accade davvero?</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’inconstistenza delle relazioni e la strumentalizzazione dell’alterità come datore di visibilità, esistenza e valore è portata all’estremo nella rappresentazione distopica nell’episodio della serie TV <strong><em>Black mirror</em></strong> “Caduta libera” (in originale “<em>Nosedive</em>”). In un mondo in cui ogni azione individuale viene votata e misurata dagli altri attraverso un sistema di <em>social rating</em>, l’individuo sperimenta una riduzione o un ampliamento delle possibilità d’azione nel mondo (accedere a negozi, feste, bar, perfino mezzi di trasporto) solo ed unicamente in base al “voto” da 1 a 5 che gli altri attribuiscono con un gesto ormai automatizzato del pollice sullo schermo – voto che varia sulla base delle scelte estetiche e di moda, al successo professionale e al comportamento sociale della <em>persona-target</em>-.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo inferno in cui solitudini si scuotono dietro le simmetrie e i colori pastello di un immenso teatro in divenire, la falsa sicurezza della “presenza di facciata” e del vivere non autentico, strumentale e inconsistente rappresenta una linea di sofferenza che la modernità porta alla luce e rende visibile e patibile, anche se non può essere ricondotto nella sua essenza ad un mero epifenomeno della modernità stessa. <strong>“Postare” qualcosa, renderlo visibile e commentabile, in un certo senso, è come farlo accadere di nuovo, un accadere per l’altro e quindi ancora per me, ma non più nella cifra dell’immediatezza del sentire, ma nella dilazione dell’essere in vetrina per una decina di minuti <em>ad intrattenere</em>. </strong>Nei casi più estremi, sento che qualcosa accade solo se lo condivido: ‘esse est percipi’ nella sua forma declinazione più contemporanea. Ancora, la vita che si riduce alla rappresentazione di se stessa.  Questa nota di artificiosità sembra toccare il tema del manierismo binswangeriano: &#8220;Esistere <em>come maschera</em>, vale a dire non dietro ma <em>in una maschera</em> (un ruolo) è l&#8217;oppposto dell&#8217;esistenza autentica e dell&#8217;autentica comunanza&#8221;, scrive Binswanger (Tre forme di esistenza mancata) sulla scia del caso Jürg Zünd. Forse più che gli psichiatri sono stati i grandi scrittori a illuminare aspetti essenziali delle posizioni isteriche in alcuni personaggi: un esempio potrebbe essere Emma Bovary, con la sua ricerca di intensità emotiva e centralità intersoggettiva, anche se lo studio che ne fa Flaubert è assai più complesso che una lineare situazione isterica.</p>
<p style="text-align: justify;">Come rileva Charbonneau (2007), nella forma di sofferenza isterica si legge una “patologia” dello sguardo estetico sul mondo che nell’isterico “eccede” l’utilizzo di tipificazioni, rappresentazioni figurative, immagini, archetipi. È quindi “colpa” della modernità? Non è un modo di soffrire prodotto in toto dalla società liquido moderna, esteta, individualista e performante, ma un’esperienza fondamentalmente umana – la potenza e lo sguardo dell’altro per la definizione di me- costitutiva dell’esserci, che le forme di comunicazione e le istanze contemporanee rendono ulteriormente più drammatica, liquida ed ineffabile.</p>
<figure id="attachment_279" aria-describedby="caption-attachment-279" style="width: 328px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-279" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror.jpg" alt="" width="328" height="213" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror.jpg 1232w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror-300x195.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror-768x499.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/black-mirror-1024x665.jpg 1024w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" /></a><figcaption id="caption-attachment-279" class="wp-caption-text">dall&#8217;episodio &#8220;Caduta Libera&#8221;, Black Mirror</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">L’essere insieme antecede il singolo, lo preforma, in un certo senso. Come descrive efficacemente Nancy:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“[…] Spaziatura del senso, spaziatura come senso, e circolazione. […] Detto altrimenti: l’essere può essere soltanto essendo-gli-uni-con-gli-altri, circolando nel con e come con di questa co-esistenza singolarmente plurale”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><strong>[7]</strong></a></em></p>
<p style="text-align: justify;">È ineliminabile proprio perché snaturerebbe la costituzione originariamente intersoggettiva dell’<em>esserci</em>: la maniera isterica di incontrare l’altro rappresenta, in un certo senso, la declinazione clinica più intensa della necessità dell’altrui, dell’esistenziale senso dell’intreccio, in presenza di una fragilità nella capacità di reciprocità ed intimità, che passa necessariamente per il riconoscimento dell’indipendenza degli altri, del loro essere<em> altri</em>, e quindi del riconoscimento della scelta e del sottrarsi infinito di ciò che “non è me” e che quindi non posso controllare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Sappiamo perfettamente che non ci è data alcuna prossimità senza che ci venga immediatamente sottratta più in là, in un&#8217;estraneità infinita.&#8221; &#8211;</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>J.L.Nancy, &#8216;sexistence&#8217;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma la relazione incomincia laddove nasce il riconoscimento dell’alterità nel suo costitutivo ritrarsi nel segreto, nel suo diritto di scelta, nella sua proprietà di essere diretta al proprio progetto nella direzione della cura di sé; ed è per questo che l’esistenza isterica è consegnata alla frustrazione e alla sofferenza.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Isterie e progetti di Sé (essere-al-di-qua-di-Sé)</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel fondo della sua anima, Emma aspettava che qualche cosa accadesse. Come i marinai in pericolo, volgeva gli occhi disperata sulla solitudine della sua vita e cercava, lontano, una vela bianca tra le brume dell&#8217;orizzonte. Non sapeva che cosa l&#8217;aspettasse, quale vento avrebbe spinto quelle vele fino a lei, su quale riva l&#8217;avrebbe portata, né sapeva se sarebbe stata una scialuppa o un vascello a tre ponti, carico di angosce o pieno di felicità fino ai bordi.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Flaubert, Madame Bovary</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“L’isterico è perduto nell’istante, sempre nell’aspettativa di se stesso, nell’annuncio di se stesso; egli vi si è fuorviato senza poter distanziarsi. […]L’essere-al-di-qua-di-sé è uno stile di esistenza che privilegia la relazione in avanti dell’istante. È una relazione in avanti, che non fa che avanzare senza abitare.”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>(Charbonneau, 2007)</em></p>
<p style="text-align: justify;">La moderna rilettura fenomenologica (Galimberti, 2008) vede la condotta isterica come la rappresentazione di una calcificazione del <em>progetto-che-sono</em>, che a volte assume i connotati di un’impossibilità di autorealizzazione e di un’incapacità a riposizionarsi nel progetto della propria esistenza, ingaggiandosi nei compiti del mondo della vita. Ogni progetto (<em>Ent-wurf</em>), ci insegna Heidegger, dipende dalla situazione esistenziale in cui si trova gettati (<em>ge-worfen</em>); il progetto isterico denuncia un repertorio limitato di mezzi, una fuga dall’esistenza in cui la dipendenza ontologica dalla validazione degli altri assume maggiore comprensibilità. Ancora una volta trovo indissolubilmente legate la questione dell’identità personale e dello “scegliere di noi” alla dimensione della progettualità.</p>
<figure id="attachment_283" aria-describedby="caption-attachment-283" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-283" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06.jpg" alt="" width="300" height="450" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06.jpg 920w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06-200x300.jpg 200w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06-768x1153.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2017/05/KeepMeSilent_JCardin_06-682x1024.jpg 682w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-283" class="wp-caption-text">Keep me silent 2 © Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Come sfruttare questi spunti nella pratica clinica? <strong>Occorre che il clinico non dimentichi di avere di fronte una persona con una storia irripetibile nella quale si intrecciano personalissime costellazioni di senso e intenzionalità condivisibili ma irripetibili</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro ermeneutico –<em>co-interpretativo</em>&#8211; sulla storia di vita del paziente è per questo essenziale per far  emergere nuovi significati e nuove desiderabili aperture d’essere e possibilità progettuali che possano interpellare la persona ed offrire un sostegno identitario più solido e meno discontinuo –ma soprattutto <em>originario</em>&#8211; rispetto alle luci dello sguardo altrui: in questo senso risulta centrale che il paziente colga il proprio modo di esser con l’altro senza sentirsi giudicato dal punto di vista morale. Questo approccio, forse più di altri, può aiutare la persona ad uscire dalla sofferente ma rassicurante posizione della <em>non-scelta</em>,  dal limbo del lamento e dall’auto-perpetuantesi <em>validazione dell’immobilità</em>, in cui la malattia riesce a restituire una figura di sé posticcia e ad offrire conforto dall’eterna pendenza del dover-scegliere.</p>
<hr />
<h5><span style="color: #993300;">Bibliografia</span></h5>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> M. Heidegger, (1959) <em>In cammino verso il linguaggio</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> M. Heidegger, <em>Sentieri interrotti</em>, (1968), La nuova Italia ed., Firenze</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> M. Heidegger, (1926) <em>Essere e tempo, </em>p. 168</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> U. Galimberti, (1979) <em>Psichiatria e fenomenologia. </em>Saggi LaFeltrinelli</p>
<p><span style="color: #993300;">[5-6]</span> Callieri B. (2007). <em>Corpo esistenze mondi.</em> Edizioni Universitarie Romane, Roma.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> J.L.Nancy (2001) E<em>ssere singolare plurale. </em>Einaudi, Torino.</p>
<ul>
<li>A. Caputo (2012) <em>L&#8217;arte, nonostante tutto</em>. Centro Volontari della sofferenza ed.</li>
<li style="text-align: justify;">Ardito M.N., <em>Inquadramento fenomenologico-esistenziale della patologia isterica. Psichiatria e Psicoterapia</em> (2012), 32, <em>3, </em>203-216.</li>
<li style="text-align: justify;">La Rosa, G,S. <em>Isteria: definizione formale e tentativo di approccio fenomenologico. Riconsiderazioni psicopatologiche</em>. (2010).</li>
<li style="text-align: justify;">
<div class="cit">Vuilleumier P, Chicherio C, Assal F, Schwartz S, Slosman D, Landis T.<em>Functional neuroanatomical correlates of hysterical sensorimotor loss.</em> Brain. 2001 Jun;124(<em>6</em>):1077-90.</div>
</li>
<li style="text-align: justify;">Borgna E., (1998) <em>Le figure dell&#8217;ansia. </em>Saggi LaFeltrinelli.</li>
<li style="text-align: justify;">Borgna E., (1999) <em>Noi siamo un colloquio. </em>Saggi LaFeltrinelli.</li>
<li style="text-align: justify;">Charbonneau, G. (2007).<em>La situazione esistenziale delle persone isteriche &#8211; Intensità centralità e rappresentazioni figurative. </em>Fioriti editore.</li>
<li style="text-align: justify;">Arciero, G. Bondolfi, G. (2012) <em>Sé, identità e stili di personalità</em>. Bollati Boringhieri.</li>
</ul>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Mondi Asperger ed evidenze naturali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 08:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[asperger]]></category>
		<category><![CDATA[autism spectrum disorders]]></category>
		<category><![CDATA[autismo]]></category>
		<category><![CDATA[clinica]]></category>
		<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[esistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[Asperger]]></category>
		<category><![CDATA[Doc]]></category>
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					<description><![CDATA[“Gli aspetti di cose per noi importantissime sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità. Si è incapaci di notare qualcosa perché la si ha sempre davanti agli occhi. I veri fondamenti di un’indagine non colpiscono affatto l’uomo che la compie.” WITTGENSTEIN Le regole sociali implicite sono talmente chiare alla maggior parte della popolazione &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/mondi-asperger-ed-evidenze-naturali/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Mondi Asperger ed evidenze naturali</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/asperger-squarette.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-287 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/asperger-squarette.jpg" alt="" width="143" height="125" /></a>“Gli aspetti di cose per noi importantissime sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità. Si è incapaci di notare qualcosa perché la si ha sempre davanti agli occhi. I veri fondamenti di un’indagine non colpiscono affatto l’uomo che la compie.”</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">WITTGENSTEIN</p>
<p style="text-align: justify;">Le regole sociali implicite sono talmente chiare alla maggior parte della popolazione che <em>non hanno bisogno di essere indicate</em>, mentre per le persone nello Spettro, in diversa misura, possono non essere chiare <em>nemmeno se esplicitate</em>. La difficoltà a comprendere le sfumature affettive, le emozioni e i desideri che costituiscono la complessità del mondo sociale abbiamo visto essere il nucleo sintomatologico fondamentale dei Disturbi dello Spettro dell’autismo. Ma di che natura sia l’incapacità a comprendere l’altro è un’indagine tutt’ora problematica che si alimenta di posizioni teoretiche spesso inconciliabili. L’argomento classico in psicologia cognitiva fa riferimento alla nota teoria della “<em>Teoria della mente” </em>(Leslie, Baron Cohen 1986) : conosciamo gli altri per mezzo di un processo di natura inferenziale e deduttiva, adottando un atteggiamento teoretico, scientifico e per così dire “freddo”: gli stati mentali (sia epistemici che motivazionali) sono soltanto inferibili, postulabili; una rappresentazione interna dell’altro che si struttura di pari passo alla maturazione cognitiva. Una concezione simile affonda le sue radici nella netta separazione –cartesiana- tra coscienza individuale e mondo: l’<em>alter-ego </em>diviene l’esterno inconoscibile e “dubitabile”, sondabile solo mediante l’esercizio di una ragione solitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi dell’esperienza palesa da subito come il fondamento della conoscenza abbia fin dall’inizio un carattere intersoggettivo e non ci sia un momento in cui la mia individualità non sia rivestita di quel carattere di socialità e condivisione che è così profondamente umano. Le critiche a questo paradigma, sorprendentemente, non giungono solamente dall’analisi filosofica e fenomenologica, bensì dalla medesima ricerca empirica. Non ci soffermeremo in questa sede al contributo fondamentale che la scoperta dei <em>neuroni specchio </em>ad opera del gruppo di Rizzolatti (2005) ha fornito, portando alla luce una forma di “empatia” più incarnata ed informata dalla situazione contestuale in atto, rispetto alla freddezza e al cartesianesimo che impronta l’approccio mentalistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamo riferirci a dirette evidenze derivanti da esperimenti che hanno smentito il postulato stesso che i soggetti autistici non possedessero la teoria della mente: <em>i soggetti Asperger con intelligenza nella norma tendenzialmente <strong>non </strong>falliscono nei compiti di falsa credenza di primo e di secondo ordine! </em>Negli adulti con autismo lieve, infatti, si è notata una stretta correlazione tra capacità di superare i test classici di ToM e QI verbale, indipendentemente dalle abilità sociali nella vita reale e molti partecipanti si sono rivelati in grado di superare i test di laboratorio al pari delle persone neurotipiche (Scheeren et al., 2013); infatti, il 15% &#8211; 60% dei soggetti nello spettro superano i test delle false credenze ; gli adulti con autismo al alto funzionamento o con SA superano il test attribuiendo stati mentali, come credenze e desideri agli altri in compiti espliciti e verbali (Bowler, 1992).</p>
<figure id="attachment_205" aria-describedby="caption-attachment-205" style="width: 317px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-205" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02.jpg" alt="&quot;Between Lock and key&quot; Copyright by Josephine Cardin" width="317" height="317" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02.jpg 650w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" /></a><figcaption id="caption-attachment-205" class="wp-caption-text">&#8220;Between Lock and key&#8221;<br />Copyright by Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Questi studi dimostrano che, al contrario di quello che concettualizzano le teorie classiche di psicologia cognitiva, <em>non si tratta di un problema razionale</em>; non c’è alcuna “pecca” nella capacità logica di inferenza. La deduzione è uno dei processi fondamentali che l’Asperger ad alto funzionamento utilizza, insieme ad altri algoritmi costruiti nel tempo, per conoscere la realtà e tentare di regolare la propria vita. Anzi, la razionalità è eccessiva, come vedremo, invade il campo; poiché deve compensare un’assenza fondamentale: <em>la pre-comprensione intuitiva e naturale delle cose, l’accordatura emotiva con la situazione in corso. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni Asperger si comportano come dei veri e propri scienziati, investigatori, antropologi, mentre si muovono nel mondo: molti raccordi razionali li aiutano a desteggiarsi nel “ginepraio delle regole sociali”: come il bambino concettulizzato della ToM conosce gli altri con il puro esercizio della ragione: quindi non li conosce affatto! È come se fosse ben equipaggiato per risolvere un problema che va risolto con tutt’altri mezzi. Come afferma efficacemente Temple Grandin, in una metafora ormai paradigmatica, sono come <em>antropologi su Marte</em>: conoscitori dell’umano in un posto dove manca l’oggetto di studio. A volte Temple si chiedeva se gli altri bambini fossero tutti telepatici: c’era tra loro qualcosa di rapido, sottile, in continuo mutamento: uno scambio di significati, una contrattazione, una velocità di comprensione per lei eccezionale.    Oggi Temple conosce la sua difficoltà, ne è intellettualmente consapevole e fa del suo meglio per compensare, investendo sforzi ed energie di calcolo immense per sviscerare problemi che gli altri comprendono senza nemmeno bisogno di pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">La difficoltà a connettersi con gli altri e a comprenderli, la perenne sensazione di essere “fuori sincronia” e il senso di solitudine, fanno sentire molte di queste persone “Alieni intrappolati in un corpo umano” (Moscone e Vagni, 2012a).</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Non è un problema del mio pensiero, il mio pensiero è lucido, è il cervello ancestrale, quello che controlla le emozioni”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">Luisa di Biagio, Asperger</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in che senso il problema riguarda <em>le emozioni</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere la natura dello scacco esperienziale ed esistenziale che caratterizza l’Asperger ci avvaleremo dell’interpretazione fenomenologica di un concetto coniato da <strong><span style="color: #993300;">Blankenburg</span></strong> alla fine degli anni ’60 nell’analisi delle schizofrenie pauci-sintomatiche e delle fasi prodromiche delle psicosi deliranti. Con alcune differenze e tenendo presente le specificità eziopatogenetiche di queste realtà cliniche al confronto con gli autismi ad alto funzionamento, ci accorgiamo di come molte sfumature fenomenologiche siano sovrapponibili ed ampliabili anche a diversi tipi di psicopatologia; il fenomeno in oggetto è chiamato “<em>evidenza naturale</em>”, qualcosa che può essere spiegato solo quando si smette di esperirla, che riguarda l’alterazione basilare dell’essere-nel-mondo dell’esserci. Gli stati d&#8217;animo non sono infatti contenuti di coscienza privi di un aggancio al mondo, non ci chiudono in noi stessi allontanandoci dalle cose, ma sono esperiti come atmosfere diffuse che influenzano in profondità la maniera stessa in cui il mondo ci si appalesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nota Heidegger, sono parte della struttura intenzionale delle esperienze, forme fondamentali di <em>apertura </em>al mondo nella sua totalità. Il mondo-della-vita è in questo senso sfondo, orizzonte non tematico di «un’esperienza possibile di cose», entro il quale si esplicano le nostre intenzionalità e si collocano le nostre azioni:</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;emozione, pertanto, non è nella testa del soggetto, ma nell&#8217;incontro con il mondo. Scrive Annalisa Caputo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“(&#8230;) ogni nuova emozione è un&#8217;accordatura nuova tra uomo e mondo, e ogni nuovo pensiero ed ogni nuova azione non può che seguire questo variare, (&#8230;) non può che sostenersi di queste accordature affettive.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non soltanto gli stati emotivi e sensoriali hanno <em>proprietà fenomeniche</em>, ovvero condizionano i modi fondamentali di fare esperienza, ma ogni esperienza percettiva è informata dalle valenze, dai sentimenti, dalla storia personale e dall&#8217;interesse: anche gli stati di coscienza, come essere situati nei modi dell&#8217;attesa o del dubbio, fanno un effetto diverso e corrispondono ad una differente apertura di mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">La <span style="color: #993300;"><strong><em>situazione affettiva </em>(<em>Befindlichkeit</em>)</strong></span> cioè il modo originario di trovarsi e <em>sentirsi </em>nella realtà è &#8220;una specie di prima prensione globale del mondo&#8221; che fonda in qualche modo la sua comprensione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">L’essere emotivamente intonati con il mondo, avere il “<em>rimando</em>” emozionale non è una qualità accessoria dell’esperienza, ma la sua fondazione: la comprensione emotivamente situata permette di interessarci, di fidarci, di possedere il mondo e le sue regole, di intuire la posizione esistenziale dell’altro ed essergli vicino: tutto ciò, in maniera totalmente <em>pre-logica. </em>L’esercizio della ragione in termini di algoritmi, regole sovraordinate, schemi di riferimento e routine interverrebbe nell’esperienza i maniera massiccia solo laddove mancasse questa qualità fondamentale della connessione. La ragione poco &#8220;informata&#8221; emotivamente, però, non può tendere che asintoticamente alla comprensione genuina!</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Ricordo chiaramente il momento in cui seppi, la sensazione era indiscutibilmente quella, che la realtà era altrove. Io ero troppo diversa da tutto e da tutti. O meglio: tutti e tutto erano troppo diversi da me! Non sapevo con esattezza quale fosse la verità, ma sapevo che c’era. Nulla mi apparteneva e io non appartenevo al mondo in cui mi ero ritrovata. (…) La prima alternativa che avevo ipotizzato era molto vivida ma piuttosto angosciante: in base a quel ragionamento, io ero <em>un sogno</em>.”</p>
<p style="text-align: right;">Luisa di Biagio, <em>Asperger </em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Possiamo ora comprendere come le fantasie, fino ad arrivare al franco delirio siano possibili soltanto dove manchi la costituzione ontologica dell’esserci, l’aggancio pre-riflessivo all’esistenza, quello che Minkowski efficacemente definisce “<em>il contatto vitale con la realtà</em>”, che possiamo affiancare concettualmente all’evidenza naturale di cui parla Blankenburg, un vibrare unisono di Io-mondo-altro che è la condizione fondamentale dell’agire e del patire.</p>
<p style="text-align: justify;">Blankenburg, in realtà, fa esplicito riferimento alla fenomenologia dell’autismo, scrivendo a proposito del crollo della costituzione trascendentale del Sé e del Mondo, ovvero all’origine dei presupposti dell’esperienza comune, affermando che l’analisi dell’evidenza naturale consente di cogliere <em>in statu nascendi </em>la radice dei disturbi che riguardano il rapporto profondo con la realtà mondana. In altre parole, quelle patologie che manifestano <em><strong><span style="color: #993300;">una difettualità dell’ipseità</span></strong>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’autismo come povertà del contatto con il mondo che già Minkowski descrisse sembra potersi avvicinare in misura maggiore rispetto alle teorie razionaliste della moderna <em>social cognition </em>a “<em>quell’assenza di fondamento basale che Blankenburg esplora come perdita dell’evidenza, divenendo l’autismo nel suo significato più profondo il negativo di una cornice vuota, una cornice in cui è stato sottratto il quadro del mondo, la potenzialità del contatto, la categoria dell’essere come naturalmente situato con l’altro</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;">È descritto frequentemente in letteratura, infatti, non solo l’emergere di una sintomatologia psicotica in età tardo adolescenziale o adulta in soggetti diagnosticati come Asperger, ma anche una frequente sovrapposizione e confusione diagnostica, a dimostrare come le difettualità nell’accesso al mondo nei termini di esperienza basilare delle cose possano spiegare la co-occorrenza o la trasformazione di alcune psicopatologie in altre.</p>
<hr />
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #993300;">AS e DOC: l&#8217;insicurezza ontologica</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Sono un Aspie. Ho imparato la teoria della probabilità e come calcolare ogni caso. Funziona. Tutto nella vita è incerto, ma sapere quanto incerto talvolta aiuta.”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Anonimo dal web </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’esempio di cui sopra è tratto da un forum on-line in cui gli utenti si fanno a vicenda alcune domande e valutano le risposte con vari gradi di soddisfazione: la domanda in questione era “<em>Come fa qualcuno con Asperger ad affrontare le incertezze della vita</em>?”. Come abbiamo visto, la risposta ad una diffusa atmosfera emotiva di incertezza è il ricorso alla iper-razionalizzazione. I dati della letteratura riportano una comorbilità tra l’AS e il DOC che si attesta tra il 12,5 al 17,5%27; l’esperienza clinica suggerisce anche confini diagnostici non sempre netti tra le forme lievissime di Asperger e i disturbi di personalità ossessivi. Infatti, si sono osservate alcune caratteristiche comuni che lo spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi condivide con le forme di autismo ad alto funzionamento, come, ad esempio, l’aderenza ad un sistema impersonale di regole, l’insistenza a reiterare le medesime routine (<em>insistence on sameness</em>), la tendenza al perfezionismo, la presenza di interessi ristretti e stereotipati, le difficoltà nell’empatia emotiva (Baron-Cohen, Wheelwright, 1999); si sono riscontrate anche sintomatologie compulsive nei quadri autistici, come comportamenti di ordinamento compulsivo, <em>checking </em>e <em>hoarding </em>(McDougle et.al.,1995).</p>
<figure id="attachment_204" aria-describedby="caption-attachment-204" style="width: 318px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-204" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin.jpg" alt="copyright Josephine Cardin" width="318" height="318" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin.jpg 1240w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-300x300.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-1024x1024.jpg 1024w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" /></a><figcaption id="caption-attachment-204" class="wp-caption-text">copyright Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista fenomenologico, al contatto con il paziente, mettendo per un attimo da parte il meccanismo patogenetico, si può notare un’atmosfera emotiva comune: <em>un sostanziale stato di insicurezza ontologica, </em>che deriva da una fondamentale alterazione del rapporto con la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il clima emotivo è quello del dubbio, quasi, diremmo, iperbolico, che invade ogni aspetto della realtà: il dubbio è possibile solo in assenza di quel sentimento di ‘<em>rightness</em>’, di fiducia, di giustezza del mondo, che è prima di tutto una relazione emotiva, una <em>simpatia</em>. La rottura, o la mancata costituzione di una relazione simpatetica con il mondo, l’assenza dell’evidenza naturale nell’esperire di volta in volta questa o quella situazione alimenta un senso di <em>imperfezione </em>di jaspersiana memoria, l’impossibilità che Anna R. ci raccontava, di “lasciare le cose essere”. Questo perché l’<em>ipseità </em>nel suo schiudersi in azione è già parziale. Infatti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Nessun dubbio cartesiano può andare oltre i sensi”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il ricorso ad un ordine stabilito, impersonale e rigido, sia nelle azioni quotidiane che nella disposizione degli spazi abitativi si configurerebbe come un baluardo a difesa dal ‘caos’ di un mondo intimamente incomprensibile o fondamentalmente nocivo.</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #993300;">BIBLIOGRAFIA</span></strong></p>
<ul>
<li>Blankenburg, W. (1967) <em>La perdita dell’evidenza naturale: un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche</em>, Raffaello Cortina editore, Milano.</li>
<li>Caputo, A.(2001) <em>Pensiero e affettività: Heidegger e le stimmungen (1889-1928)</em>. Franco Angeli, Milano.</li>
<li style="text-align: justify;">Costa V.,(2010) <em>Fenomenologia dell’Intersoggettività,</em> Carocci Editore, Roma.</li>
<li style="text-align: justify;">Di Biagio L.(2011) <em>Una vita da regina dei cani. Memorie e riflessioni di una persona Asperger</em>, Erickson, Trento.</li>
<li style="text-align: justify;">Heidegger M., <em>Essere e Tempo</em>, Longanesi, Milano, 2009, pp. 169-173.</li>
<li style="text-align: justify;">Liccione, D.(2011)<em> Psicoterapia cognitiva neuropsicologica</em>, Bollati, Torino.</li>
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</ul>
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		<title>Lo specchio infranto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 22:04:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[esistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
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		<category><![CDATA[intersoggettività]]></category>
		<category><![CDATA[phenomenology]]></category>
		<category><![CDATA[research]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla psicologia alla fenomenologia dell’empatia “Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quello che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso o gesto rispondono dallo specchio &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/lo-specchio-infranto-dalla-psicologia-alla-fenomenologia-dellempatia/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Lo specchio infranto</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/Coppia-riflessiva-Chagall-particolare-dal-Crepuscolo1.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-167 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/Coppia-riflessiva-Chagall-particolare-dal-Crepuscolo1.jpg" alt="" width="142" height="142" /></a>Dalla psicologia alla fenomenologia dell’empatia</h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-168 alignright" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7.jpg" alt="cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7" width="215" height="288" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7.jpg 236w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /></a>“Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quello che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso o gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi di continuo negli occhi, ma non si amano.</p>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino, <em>le città invisibili</em> (1972)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’enigma dell’altro e dell’esperienza empatica è da sempre stato un problema centrale nel dibattito filosofico e nella ricerca psicologica: l’esperienza dell’alterità è profondamente strutturante: ci determina, ci deforma e ci trasforma, tessendo la trama del nostro mondo culturale e sociale. L’etimologia greca del termine “empatia” rimanda a <em>ἐν (en)</em>, &#8220;in&#8221;, e &#8211;<em>πάθεια (pàtheia)</em>, dalla radice <em>παθ</em>&#8211; del verbo <em>πάσχω</em>, &#8220;soffro&#8221;, sul calco del tedesco <em>Einfühlung, “sentire dentro”</em>); con essa si intende la capacità di comprendere lo stato d&#8217;animo e la situazione emotiva di un&#8217;altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale. Con l’ausilio del movimento all’interno della tradizione fenomenologica mi accosterò al fenomeno dell’<em>empatia</em> dalla tradizione mentalistica ad una lettura che vede il rovesciamento del modello classico alla luce dell’analisi dell’esperienza del nostro aurorale con-esserci.</p>
<hr />
<h4 style="text-align: justify;"><em>Come comprendiamo gli altri: teoria, simulazione, analogia?</em></h4>
<p style="text-align: justify;">L’argomento classico in psicologia cognitiva fa riferimento alla nota teoria della <strong>Teoria della mente</strong>: conosciamo gli altri per mezzo di un processo di natura inferenziale e deduttiva, adottando un atteggiamento teoretico, scientifico e per così dire “freddo”: gli stati mentali (sia epistemici che motivazionali) sono soltanto inferibili, postulabili; una rappresentazione interna dell’altro che si struttura di pari passo alla maturazione cognitiva. Una concezione simile affonda le sue radici nella netta separazione –cartesiana- tra coscienza individuale e mondo: l’<em>alter-ego </em>diviene l’esterno inconoscibile e “dubitabile”, sondabile solo mediante l’esercizio di una ragione solitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi dell’esperienza palesa da subito come il fondamento della conoscenza abbia fin dall’inizio un carattere intersoggettivo e non ci sia un momento in cui la mia individualità non sia rivestita di quel carattere di socialità e condivisione che è così profondamente umano. Tuttavia ci si chiede come avvenga questo incontro, fra l’Io e la pluralità, ovvero in che modo incontriamo l’altro? L’<em>Ego</em> <em>cogito</em> cartesiano, così come l’<em>Io penso </em>kantiano, ovvero quella forma di soggettività assoluta demondanizzata e disincarnata, è <em>del tutto incapace di incontrare l’altro</em>; anzi, l’esistenza dell’altro costituisce per lei uno “scandalo” di tali proporzioni da non essere risolvibile nemmeno con la più raffinata delle dialettiche: senza contemplare un’esperienza originaria dell’altro, in che modo la coscienza dell’ “Io” può divenire coscienza dell’altro?</p>
<p style="text-align: justify;">Un argomento classico in fenomenologia è rappresentato dalla nozione di <em>analogia</em>: la sola mente alla quale ho accesso diretto è la mia, mentre la possibilità di accedere alla sfera mentale altrui è sempre mediata dal suo comportamento corporeo: osservando come il mio corpo e il corpo degli altri sia influenzato e agisca in maniera simile, inferisco per analogia che il comportamento degli altri è associato ad esperienze simili a quelle che ho io stesso quando mi comporto così. <strong>Husserl</strong> fa propria questa argomentazione, sostenendo che l’altro venga incontrato mediante una “<em>presa analogizzante</em>”: viene per così dire appaiato al mio modo di sentire, a partire dalla percezione di similarità dei modi di reagire della carne. <strong>Scheler</strong> ci aiuta a trovare delle criticità in questa teoria: essa è ancora legata ai limiti della prima fenomenologia, ovvero ad una netta distinzione tra una sfera <em>intramentale</em> –la coscienza, che deve essere <em>inferita</em>&#8211; ed una comportamentale della quale si fa diretta esperienza. Non siamo perciò così distanti dai presupposti generali del <em>mentalismo</em>: il problema concettuale delle altre menti –come <em>uscire</em> dalla nostra ed <em>entrare</em> nella <em>loro</em>?- erede della filosofia cartesiana e del monadismo delle coscienze.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro gruppo di teorie chiamano in causa invece il concetto di <em>simulazione</em>, figlia, per così dire, dell’argomento dell’analogia. La <strong>teoria della simulazione esplicita</strong> di Goldman sostiene che la radice della comprensione della mente altrui risiede nell’abilità di proiettarmi nei “panni mentali” dell’altro attraverso <em>l’esercizio della simulazione</em> della situazione che esperisce <em>l’alter ego</em> e della proiezione della stessa sull’altro. Si potrebbe obiettare: se io proietto i risultati della mia <em>simulazione</em> sull’altro, quello che comprendo è solo me stesso in una situazione analoga a quella in cui si trova l’altro, non necessariamente l’altro. Il processo simulativo, per sua stessa definizione, ha come protagonista me, e si declina in uno sforzo immaginativo che potrebbe essere un reiterare noi stessi. Dove incontro l’altro nella <em>possibilità della sua diversità</em>?  Le neuroscienze supportano l’idea della simulazione, portando il fenomeno su un piano però implicito e sub-personale: mi riferisco alla scoperta dei <strong>neuroni specchio</strong>. Un gruppo di ricercatori guidati dal professor Giacomo Rizzolatti osservarono, durante una serie di ricerche sull’area premotoria della corteccia cerebrale dei macachi, che nell’area F5 , rivelatesi più eterogenea di quanto si pensasse inizialmente dal punto di vista strutturale e funzionale, vi erano dei neuroni che rispondevano non solo quando la scimmia effettuava una determinata azione, ma anche quando osservava lo sperimentatore compiere la stessa azione; tali neuroni presero l’evocativo nome di neuroni specchio o <em>mirror, </em>(Rizzolatti et al., 1996a; Gallese et al., 1996) proprio in virtù della capacità loro propria di ‘rispecchiamento’ dell’azione osservata e di quella compiuta ad essi sottesa. La proposta che la comprensione del comportamento altrui (per lo meno ai livelli più semplici) venga gestita da processi di <em>simulazione</em> pre-riflessivi, automatici e scolpiti dall’esperienza percettiva dell’individuo offre un’alternativa deflazionaria ai vari tentativi di spiegare i meccanismi soggiacenti allo sviluppo della cognizione sociale per mezzo della teoria inferenziale deduttiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Le medesime riserve succitate possono essere trasferite alla teoria della <strong>simulazione implicita</strong>: il problema principale resta appunto: quale nesso c’è tra simulazione e comprensione? Tra capacità di simulare un comportamento e comprensione profonda delle intenzioni non c’è un nesso di fondazione: <em>la capacità di imitare o simulare anche perfettamente un’azione non svolge alcun ruolo nella sua comprensione!<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò è stato detto anche per quanto riguarda la comprensione delle emozioni; “il cervello costruisce parte della conoscenza sociale simulando lo stato emozionale di una persona osservata: noi sappiamo come si sentono le altre persone perché rispecchiamo i loro sentimenti<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>” Se l’empatia è rispecchiamento, chi vedo in uno specchio se non me stesso? Attivare i sentieri delle abitualità corporee iscritti nella carne significa davvero comprendere l’intenzionalità delle azioni? O soltanto riconoscerle come parte del nostro repertorio di gesti quotidiani? Se simuliamo l’azione nella carne possiamo averla <em>riconosciuta</em>, ma per comprendere l’intenzione, non dovremmo simulare l’intenzione stessa -nelle sue coordinate storiche ed esistenziali- e non semplicemente un engramma motorio? Sicuramente è presente una forma di <em>risonanza</em> neurale delle azioni comuni, e questa può essere la base per la comprensione, perlomeno a bassi livelli, ma è certo che il fenomeno non può esaurirsi in questa concettualizzazione, soprattutto se lasciamo fuori la polarità fondatrice e costitutrice del senso delle azioni<em>: il mondo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attivazione dei <em>neuroni mirror</em> può essere concepita come l’afferramento del senso di quello che l’altro sta compiendo <em>nel mondo</em>, come l’attivazione di strutture geneticamente programmate per l’iscrizione di rimandi di senso condiviso: una carne (il cervello) che si è <em>mondanizzata con l’esperienza</em>.  Per una comprensione genuina dell’altro non devo soltanto cogliere ciò in cui esso è simile a me: la tradizione fenomenologica mette l’accento su una forma di comprensione più profonda e più squisitamente esistenziale: <em>tutto ciò che mi separa e mi rende diverso da ‘te’.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<hr />
<h3 style="text-align: center;"><em>L’intimità della differenza</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-297 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3.jpg" alt="" width="175" height="131" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3.jpg 800w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3-300x225.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 175px) 100vw, 175px" /></a>&#8220;Ma solo pensare a te.<br />
Non è una figura che viene<br />
una nitida traccia.<br />
È come cadere in un posto<br />
con un po’ di dolore.&#8221;</p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">Mariangela Gualtieri, ‘<em>Alcesti</em>’<br />
Bestia di Gioia (2010)</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque nell’aggancio che abbiamo definito pre-riflessivo all’altro io provo davvero il dolore, la gioia, la tristezza dell’altro? Secondo <strong>Edith Stein</strong> quando esperiamo gioia perché l’Altro è <em>felice non esperiamo una gioia originaria</em>: quell’emozione non sorge dalla corrente temporale dei miei vissuti, non si apre all’interno della mia storia di vita e non sarà nemmeno, a posteriori, ricordata e storicizzata come mia. La gioia “empatizzata” è vissuta come originaria dall’altro, ma non da me; in pratica, immedesimarsi nell’altro, perfino essere presso la sua accordatura emotiva, essere nella gioia perché lui è nella gioia non significa provare la <em>sua</em> gioia, avere il suo mondo, essere <em>lui</em>. La sua gioia scaturisce dal suo essere tempo e storia e attese irriproducibili, per forza <em>disallineate</em> dalle mie.</p>
<p style="text-align: justify;">Se le emozioni sono atti intenzionali che creano oggetti, l’oggetto a cui tende la gioia dell’altro non è lo stesso mio: l’oggetto del nostro sentire è l’Altro, non il suo pezzo di mondo –la donna che lo ha fatto innamorare e per la quale prova gioia e amore-; quindi <em>la condivisione dell’emozione non consiste nell’avere lo stesso oggetto intenzionale come correlato dell’emozione. </em>Il modo di <em>datità</em> dell’altro, ovvero come l’altro si dà alla mia esperienza è sempre quello di un <em>essere come me, ma distinto da me</em>.    Esso è sempre per me un mistero, eternamente mi si sottrae, per <strong>Levinas</strong> “sfugge alla mia presa<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>”; l’altro è qualcuno che può “promettere e dunque mentire”, ingannarmi, qualcuno che nell’essere mio simile è sempre necessariamente e dolorosamente diverso: “Una sottile ma chiara differenza ci impedisce di essere Uno; ci impedisce, quindi, la trasparenza senza veli, il linguaggio senza ostacoli, che porta all’uno tutto ciò che è dell’altro e viceversa”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;ognuno è per l&#8217;altro e verso l&#8217;altro ma mai nell&#8217;altro o al posto dell&#8217;altro <span style="color: #993300;">[5]</span>&#8220;</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se non facessi esperienza di questo <em>scarto</em>, di questa non-assimilabilità, non starei facendo esperienza dell’altro, e cadrebbero i presupposti stessi della nozione di empatia. Non solo la riduzione dell’altro a me è ontologicamente impossibile, ma nemmeno “eticamente” lecito: l’accadere stesso dell’affettività ce lo mostra: <em>quanto più è intimo il legame, tanto più diventiamo consapevoli di quanto l’altro sia diverso da noi</em>, ed è proprio nel rispetto di questa diversità che nasce e cresce l’intimità e germoglia il bisogno di riconoscimento. <em>Dall’inconciliabilità dell’Io e del Tu nasce il </em><strong>dolore della differenza</strong><em>, l’ineliminabile dell’intersoggettività, ma fondamento della stessa relazionalità, che non diviene quindi con-fusione. </em>E questa differenza non potrei comprenderla se non ci fosse un mondo, un mondo comune, un prisma di possibilità e di storie che non sono le mie.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Con un capovolgimento che dovrebbe far riflettere, non conosciamo l’altro perché ci rispecchiamo in lui, ma diventiamo intimi <em>rompendo lo specchio</em>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<hr />
<h3 style="text-align: center;"><em>L’essere insieme nel mondo</em></h3>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">In che modo è quindi possibile parlare di empatia in termini fenomenologici senza ritornare alla solitudine della coscienza individuale fondatrice di mondo di stampo cartesiano? È proprio Martin Heidegger che abbatte le barriere tra le coscienze con la nozione di <em>mondo</em>. L'&#8221;io&#8221; isolato, in sé, non c&#8217;è mai stato: c&#8217;è un vivere con le cose, le persone e la realtà in cui sono inserito, “..uno schiudersi reciproco e contemporaneo: intimità, vibrare di io-mondo-cose-altri.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>” Heidegger porta l’attenzione sull’errore di scindere ciò che era originariamente unito per poi cercare di gettare un ponte. Si coglie <em>nella vita</em>, un ritrovarsi già con gli altri nella stessa –fluida- rete di rimandi: il con-esserci <em>mi precede</em>: ogni tentativo di separazione genera aporie, separazioni illusorie, così difficili da riconciliare proprio perché niente è mai stato separato.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Avvertire che ciò che è più mio, scampato anche alla tempesta, è anche ciò che mi lega alla realtà (…): il volto della storia o della natura o delle cose o degli altri –che mi parlano di me, del mio essere con loro, dell’impossibilità di liberarmi di questo ‘con’.”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La domanda sulla possibilità di accedere alla coscienza altrui emerge solo in una determinazione ontologica secondo la quale un mondo di semplici-presenze sia sfondo per coscienze incapsulate, <em>Io-sfere</em>, per ciascuna delle quali le altre coscienze sono <em>altro-sfere</em>, verso le quali possiamo essere mossi da curiosità epistemologica come se studiassimo fenomeni atmosferici o le regole del moto. Più che trovare una risposta, la fenomenologia heideggeriana dissolve la domanda. Il rapporto con l’altro è più originario del soggetto stesso. Pertanto il rapporto diadico Io-Tu della tradizione psicologica si trasforma in un rapporto a tre: <strong>Io-mondo-altro</strong>. Nulla è quindi “sentito dentro”, perché nulla è originariamente <em>fuori</em>, da introiettare. <em>Comprendo la tua posizione nel mondo che da sempre condividiamo</em> e che <em>abbiamo</em> entrambi… all’interno del quale siamo <em>con-gettati</em>.  La società stessa non è costruita tanto dall’empatia, ma dall’interazione, dalla struttura di rimandi e di reciproche correzioni, aggiustamenti, compromessi che è il mondo. È proprio l’inaccessibilità dell’altro che determina la struttura della socialità e la condizione di possibilità della stessa. <em>Siamo insieme</em> non basta, in che modo lo siamo? Nella forma della contrattazione, dello scambio, del dialogo, dell’incomprensione e del chiarimento. Nessuna coscienza separata fonda la verità e la ragione in senso solipsistico, ma la ragione è intersoggettiva, ed è uno sforzo intenzionale in divenire costante, un compito di chiarificazione ed esplicitazione del nostro “essere-nel-mondo”<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Merleau-Ponty, <em>non vi sono più percezioni private</em>, cose che vedo solo io: “Il tavolo è ormai un tavolo”, è un ritorno su di me del <em>visibile</em> del mondo comune. Sviluppando la tematica della corporeità e dell’<em>intercorporeità</em>, si getta anche una nuova luce sulla tematica dei <em>qualia</em>, proprietà irriproducibili della mia percezione: <em>il mio rosso è il tuo stesso rosso? </em>L’autore risponde affermando che non è vero che i miei colori sono un mistero per te, dal momento che facciamo esperienza insieme dello stesso tramonto e dal momento che io posso parlarne e comunicare, questo “mio rosso individuale invade la tua visione senza abbandonare la mia<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>”: i nostri paesaggi si sono aggrovigliati e reciprocamente adattati.</p>
<hr />
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">BIBLIOGRAFIA</span></h5>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[1]</span> Costa, V. <em>Fenomenologia dell&#8217;intersoggettività: empatia, socialità, cultura</em>, Carocci Editore, Milano 2010, pag.116</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[2]</span> R. Adolphs, <em>Emotions, Social cognition and the human brain</em>, in T. Cacioppo, G. G. Berntson eds. <em>Essays in Social Neuroscience</em>, The MIT Press, Cambridge (2004).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[3]</span> Levinas, E.  <em>Totalità ed infinito</em> (1961).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[4] </span>Costa, V. <em>Fenomenologia dell&#8217;intersoggettività: empatia, socialità, cultura</em>, Carocci Editore, Milano 2010, pag.116</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[5]</span> Caputo, A. <em>L&#8217;arte, nonostante tutto</em>, Edizioni CVS, Roma 2012.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[6]</span> Caputo, A. <em>Pensiero e affettività: Heidegger e le Stimmungen</em>, Franco Angeli, Milano 2001, pag. 109</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[7]</span> Caputo, A. <em>Pensiero e affettività: Heidegger e le Stimmungen</em>, Franco Angeli, Milano 2001.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[8] <span style="color: #000000;">M. Merleau-Ponty,<em> il visibile e l&#8217;invisibile</em>, cit. pag.158</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[9]</span> Costa, V. <em>Fenomenologia dell&#8217;intersoggettività: empatia, socialità, cultura</em>, Carocci Editore, Milano 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[10]</span> Gallagher, S. Zahavi, D. La mente fenomenologica, Raffaello Cortina Ed, Milano 2009.</p>
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		<title>Scegliere di noi: identità, determinismo, libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2015 16:42:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;&#8230;E anche da questo può salvarci &#8220;solo&#8221; una passione, un sentire più forte degli altri che, strappandoci le maschere, ci metta di fronte a ciò che veramente siamo: libertà e possibilità.&#8221; Annalisa Caputo  Prima di qualsiasi ritorno riflessivo, l&#8217;uomo -o meglio, l&#8217;esserci&#8211; è originariamente aperto all&#8217;esistenza. Qualsiasi indagine sul tema della scelta risulterebbe vuota e &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/scegliere-di-noi-identita-determinismo-liberta/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Scegliere di noi: identità, determinismo, libertà</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-290 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices.jpg" alt="" width="155" height="155" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices.jpg 2218w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-300x300.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-768x767.jpg 768w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/choices-1024x1024.jpg 1024w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" /></a>&#8220;&#8230;E anche da questo può salvarci &#8220;solo&#8221; una passione, un sentire più forte degli altri che, strappandoci le maschere, ci metta di fronte a ciò che veramente siamo: <em>libertà e possibilità</em>.&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">Annalisa Caputo</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> Prima di qualsiasi ritorno riflessivo, l&#8217;uomo -o meglio, l&#8217;<em>esserci</em>&#8211; è originariamente aperto all&#8217;esistenza. Qualsiasi indagine sul tema della scelta risulterebbe vuota e priva di fondamento se non venisse descritto prima in che senso noi siamo sempre gettati nel mondo, proiettati in una dimensione progettuale, sempre nell&#8217;atto di creare noi stessi -soggetti del volere e del poter-essere- da sempre in un mondo con altri come noi.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Essere è tempo</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Prima di tutto, quindi, appartenere ad un mondo comune che ci interessa, e avere un tempo limitato, anzi, <em>essere </em>un tempo limitato, sono le basi senza le quali non si potrebbe comprendere nessuna scelta umana. Per <strong>Kierkegaard</strong> è l&#8217;<em>ansia</em> per la finitezza della vita ad essere costitutiva dell&#8217;esistenza; <strong>Heidegger</strong> la chiama <em>angoscia di morte</em>: il limite invalicabile che ci riporta a noi, e ci fa scegliere davvero secondo il nostro sentire perché <em>non c&#8217;è più tempo</em>.     Nell&#8217;illuminante racconto di J.L. Borges, l&#8217;<em>Aleph</em>, quando il viaggiatore trova la città degli Immortali viene sorpreso da esseri dementi e trasandati, che letteralmente non si curano più di sé, e hanno dimenticato ogni cosa, finanche la parola: li chiama &#8220;i trogloditi&#8221;. La mortalità, dunque, è la condizione necessaria per muoversi, prendersi <em>cura</em>, progettare. Non dopo, non domani, <em>adesso</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Accade però, che nel commercio con il mondo, il senso del progetto di sé si perda nel tentativo di compiacere gli altri o nel voler fare quello che si crede sia giusto: questa è la vita alienata vissuta nel segno dell&#8217;impersonalità e della chiacchiera, distante anni luce da chi siamo. Heidegger la chiama inautenticità, condizione necessaria per trovarsi insieme, ma nella quale si soffre, secondo modalità &#8220;scordate&#8221;, difettuali dell&#8217;esistere descritte da Ludwig <strong>Binswanger</strong>. La patologia psichica si innesta qui, in una armonia perduta, nel senso di estraneità ed alienazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della vita, l&#8217;uomo:</p>
<p style="text-align: justify;"> “[…] può, nel suo esserci o &#8220;scegliersi&#8221;, conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto.”</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autentico heideggeriano è l&#8217;<em>esserci</em> che si appropria di sé progettandosi a partire dalla possibilità più sua: l&#8217;autenticità è appropriazione dell&#8217;esperienza in corso nei suoi significati e la sua incorporazione in un progetto di vita. Scegliersi e conquistarsi di volta in volta, secondo inclinazione propria, &#8220;<em>gettando la maschera</em>&#8220;.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Ogni cosa al mondo mi interpella e mi chiede di scegliere di me.&#8221;</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;apertura al tempo genera una soggettività scissa, e proprio per questo viva nello slancio verso di sé. La persona è dunque il correlato di un mondo di possibilità d&#8217;azione, che lo invita a prendere posizione; ogni scelta è una presa di posizione che non può che comprendersi in questo scarto, in questa distanza tra chi si è e chi si vuole essere. La volontà è ciò che tiene insieme il &#8220;chi&#8221; che progetta ed il progetto stesso. Lungi dall&#8217;essere un esercizio della ragione pura, la scala dei valori personale è <em>sentita emotivamente</em>. Il medesimo fatto, ad esempio prendere un bel voto a scuola, viene sentito come un valore <em>solo se</em> mi interpella come elemento fondante della persona che voglio essere; solo se <em>ne va di me</em>. Voglio essere colui o colei che prende un bel voto? Domanda che acquisisce senso  solo se compresa nello spazio della mia esperienza passata, ma soprattutto in-vista-di, ovvero alla luce del progetto che siamo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Un caso letterario: la Eveline di Joyce</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>James Joyce</strong> scrisse <em>Gente di Dublino</em> nel 1914, otto anni prima rispetto alla pubblicazione dell&#8217;<em>Ulisse</em>, da molti considerato il manifesto più compiuto dei modi di sentire moderni, ed in particolare dell&#8217;ansia e della disgregazione dell&#8217;identità che inizia ad affiorare alle coscienze nei primi del &#8216;900. I racconti che compongono il romanzo tratteggiano con perizia clinica infatuazioni, perversioni, timori e nevrosi che possiamo facilmente sentire nostri. Eveline, protagonista dell&#8217;omonimo racconto, è divisa tra il dovere di restare a Dublino ad occuparsi della casa di famiglia e la possibilità di inseguire l&#8217;amore, ma resta paralizzata dall&#8217;enormità della decisione. Joyce descrive mirabilmente il suo attacco di panico:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Non parlava. Si sentiva le guance esangui e fredde e in quella sua disperata confusione si rivolgeva a Dio chiedendogli di guidarla, di indicarle la cosa giusta da fare.(&#8230;). Se partiva, l&#8217;indomani si sarebbe ritrovata sul mare con Frank, diretta a Buenos Aires. I biglietti per la traversata erano pronti. Come tirarsi indietro dopo tutto quello che Frank aveva fatto per lei? L&#8217;angoscia le salì dentro come una nausea, e continuò a formulare con le labbra una preghiera fervente. Una campana le rintoccò nel cuore. Sentì che Frank le stringeva una mano : &#8220;Vieni!&#8221;. Tutti i mari del mondo le si riversarono sul cuore. Lui voleva trascinarla in essi, la voleva annegare. No! No! No! Era impossibile. (&#8230;) Lui correva al di là della ringhiera, le gridava di seguirlo. Rivolse verso di lui il viso pallido, sembrava quello di un animaletto inerme. E i suoi occhi non gli diedero nessun segno di amore o d&#8217;addio o di riconoscimento.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"> Perché Eveline ha così paura? La protagonista si anticipa che quell&#8217;azione cambierà per sempre la sua identità. Muterà indelebilmente la risposta alla domanda &#8220;Chi sono?&#8221;, perché lei diventerà irrimediabilmente colei che è salita su una nave e ha lasciato la casa di famiglia. Proprio per questo il terreno sotto i suoi piedi vacilla, il mondo tutto si disfa e traballa, diviene indistinto ed evanescente come un paesaggio sommerso dall&#8217;acqua. Dentro di lei, il futuro viene prima del presente e prima del passato, l&#8217;orizzonte si schiaccia e si contrae, perché Eveline deve scegliere ed in quella scelta ne va di lei, e lei non è pronta. Spaesamento, uno dei caratteri fondamentali dell&#8217;esistenza; essa obbliga te, e nessun altro, a mettere continuamente radici nella tua vita <em>scegliendo</em>. Di fronte alla tua vita, e alla tua morte, ognuno è isolato ed è chiamato in causa.</p>
<p style="text-align: justify;">Scegliere è un atto di definizione e responsabilità, significa riconoscersi e porsi come fondamento della propria vita; ma solo con la scelta si possono sbloccare orizzonti, di guarigione, anche, nel contesto della psicoterapia. Se in ogni istante scegliamo chi siamo, ne deriva che l&#8217;identità è sempre nell&#8217;atto di farsi, mai compiuta. Secondariamente ma non in secondo piano, chi siamo noi non è -solamente- nel nostro passato, ma nel futuro: <em>abbiamo da essere</em>. Dobbiamo ancora condurci a noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un senso di speranza, quindi, di libertà dal determinismo psichico che tiene incatenata la maggioranza delle concettualizzazioni del Sé in psicologia clinica; se per scoprirci e capirci siamo obbligati a fissare il nostro sguardo su un già avvenuto che mi precede, è naturale che il mio futuro ne venga impoverito, appiattito da una visione che solo all&#8217;apparenza si discosta dalla coazione a ripetere di freudiana memoria: la mia <em>medesimezza</em> (ciò che di me non muta) si è mangiata la mia <em>ipseità</em> (l&#8217;esser sempre in mano mia dell&#8217;esperienza).</p>
<p style="text-align: justify;">E ogni giorno, dimentichi dello slancio vitale e delle possibilità del mondo, rileggiamo lo stesso oroscopo che tenderemo a voler pacificamente riconfermare. La storia personale assume la fissità del ritratto; è possibile solo perdonare o dimenticare, non cambiare. In questo modo il rischio di patologia è elevato, perché si perde di vista il carattere temporale dell&#8217;esistenza, e ci si adagia in un eterno ritorno del già visto, doloroso, ma tranquillizzante. Anche se &#8220;afferrandosi ad un sostegno, ci si perde nel nulla; lasciandosi andare si conquista l&#8217;Origine.&#8221; (Kokai, maestro giapponese 1403-1469)</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Sé e Sé: la dialettica incompiuta</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come scrisse <strong>Sartre</strong>, richiamato dal futuro, il Sé abbozza il proprio progetto di senso, che è lo scopo della volontà, ma in questo modo si crea uno scarto temporale tra sé e sé, chi sono ora, chi non sono ancora. Non sono abbastanza &#8220;quel futuro che devo essere e che da senso al mio presente&#8221;.  Quella tra Sé e Sé è una dialettica incessante, spezzata, e proprio per questo fonte di tensione tra i due termini, una tensione che tiene viva la ricerca di sé. In <em>Fenomenologia dello Spirito</em> (1807) <strong>Hegel</strong> elabora un modello dialettico della realtà: Idea, Materia e Spirito (Tesi- antitesi- sintesi); una struttura tripartita che si auto-afferma e si completa con la riappropriazione del positivo mediante una negazione del negativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto parzialmente possiamo sovrapporre questa riflessione all&#8217;identità personale; sebbene nell&#8217;agire l&#8217;uomo prenda consapevolezza anche di ciò che <em>non è e che non fa</em> passando dalla mediazione delle alterità e nella dispersione della mondanità, <strong>Paul Ricoeur</strong> -autore fondamentale per la tematica dell&#8217;identità personale- rinuncia in modo forte alla visione hegeliana, nella quale la dialettica è compiuta e i due poli sono conciliati.</p>
<p style="text-align: justify;">La persona è sì una totalità, ma una totalità che si racconta, sempre aperta, che, nel suo movimento estatico è perennemente all&#8217;incalzante ricerca di mediazione tra Sé e Sé e tra Sé e gli altri, una mediazione fragile e provvisoria.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-85 aligncenter" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2-300x200.jpg" alt="hands-reaching-2" width="406" height="271" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2-300x200.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/05/hands-reaching-2.jpg 640w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografia</p>
<ul>
<li>Liccione, D. <em>Psicoterapia cognitiva neuropsicologica</em>. Bollati, Verbania 2011.</li>
<li>Costa, V. <em>Distanti da sé: verso una fenomenologia della volontà</em>, Jaca Book, 2011.</li>
<li>Heidegger, M. (1927) <em>Essere e tempo</em>, Oscar, Milano 2005.</li>
<li>Heidegger, M. S<em>eminari di Zollikon</em>, Guida Editore, Napoli, 2000</li>
<li>Caputo, A. <em>Pensiero e affettività: Heidegger e le Stimmungen</em>, Franco Angeli, Milano 2001.</li>
<li>Caputo, A. <em>Io e tu: una dialettica fragile e spezzata, percorsi con Paul Ricoeur,</em> Stilo Editrice, 2009.</li>
<li>Arciero, G. <em>Sulle tracce di sé</em>, Bollati, Torino 2006.</li>
<li>Ricoeur, P. <em>Sé come un altro, </em>Jacabook, 2011<em>.</em></li>
</ul>
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		<title>Il problema dell&#8217;identità nell&#8217;epoca postmoderna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2015 13:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[existentialism]]></category>
		<category><![CDATA[identity]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[bauman]]></category>
		<category><![CDATA[contemporary culture]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[liquidità]]></category>
		<category><![CDATA[modernità]]></category>
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					<description><![CDATA[Fin dall&#8217;inizio del secolo passato il progresso tecnologico, che ha messo l&#8217;individuo a contatto con realtà diverse a cui ci si può rapportare nei modi del desiderio, ha annullato le distanze, le attese, rendendo tutto più raggiungibile, consegnando l&#8217;ampio palcoscenico della variabilità esperienziale e mostrando la proliferazione delle possibilità di essere direttamente attraverso il tubo catodico. &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/il-problema-dellidentita-nellepoca-postmoderna/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Il problema dell&#8217;identità nell&#8217;epoca postmoderna</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Fin<a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/200_s.gif"><img loading="lazy" class=" wp-image-292 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/200_s.gif" alt="" width="159" height="159" /></a> dall&#8217;inizio del secolo passato il progresso tecnologico, che ha messo l&#8217;individuo a contatto con realtà diverse a cui ci si può rapportare nei modi del desiderio, ha annullato le distanze, le attese, rendendo tutto più raggiungibile, consegnando l&#8217;ampio palcoscenico della variabilità esperienziale e mostrando la proliferazione delle possibilità di essere direttamente attraverso il tubo catodico. Nuove forme di comunicazione a distanza trasformano i modi di esperire il mondo. Citando Arciero, &#8220;<em>la velocità si insinua silenziosamente nella vita quotidiana elicitando nuovi tipi di emozioni</em>&#8220;.<br />
Avanzando ulteriormente, nell&#8217;era di internet le distanze e i tempi morti si cancellano, tutto è disponibile subito, condiviso da tutti e chiunque può contribuire a plasmare una conoscenza condivisa ed in continuo mutamento, mai uguale a sé stessa, foriera anche di inganni, contraddizioni e trappole.<br />
Risuonano alla mente i versi profetici e carichi di nostalgia del poeta inglese T.S. Eliot, che nella prima metà del XIX secolo scriveva: &#8221; Dov&#8217;è la saggezza che abbiamo/ perso nella conoscenza?/ Dov&#8217;è la conoscenza che abbiamo/ perso nell&#8217;informazione?&#8221;.<br />
La tecnologia, rendendo l&#8217;uomo libero di spostarsi, di comunicare e di avere accesso preferenziale e facilitato a più alterità ha fatto emergere un nuovo carattere sociale, il terzo tipo, che Reisman chiama eterodiretto (<em>other-dyrected</em>).<br />
L&#8217;individuo nella società eterodiretta osserva l&#8217;alterità variegata e mutevole del sociale esibito per cercare le linee su cui modellare il proprio sentire, i propri desideri e le proprie emozioni. L&#8217;uomo contemporaneo è costantemente sintonizzato su alterità che però sono in continuo mutamento: contesti, relazioni, ruoli, circostanze, modelli, progetti che non sono più immutabili e pre-determinati ma labili e transitori.<br />
Zygmunt Bauman ha descritto questo aspetto fondamentale come &#8220;liquidità&#8221; della vita moderna. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni, i contesti in cui si muovono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure.<br />
L&#8217;esistenza è sotto il segno dell&#8217;instabilità, come Italo Calvino magistralmente descrive attraverso l&#8217;immagine della città di Eutropia ne &#8220;Le città invisibili&#8221;:<br />
“Il giorno in cui gli abitanti di Eutropia si sentono assalire dalla stanchezza, e nessuno sopporta più il suo mestiere, i suoi parenti, la sua casa e la sua via, i debiti, la gente da salutare o che saluta, allora tutta la cittadinanza decide di spostarsi nella città vicina che è lì ad aspettarli, vuota e come nuova, dove ognuno prenderà un altro mestiere, un‟altra moglie, vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra, passerà le sere in altri passatempi amicizie maldicenze. Così la loro vita si rinnova di trasloco in trasloco […]. Essendo la loro società ordinata senza grandi differenze di ricchezza o di autorità, i passaggi da una funzione all‟altra avvengono quasi senza scosse; la varietà è assicurata dalle molteplici incombenze, tali che nello spazio d‟una vita raramente uno ritorna a un mestiere che già era stato il suo.”<br />
La gerarchia dei valori si è disciolta in una equipollenza degli stessi: la modernità liquida è post-gerarchica. I vecchi postulati di superiorità/inferiorità, che si presumevano strutturati da logiche e valori etico-religiosi inalterabili dal progresso sono stati erosi e<br />
disciolti, e quelli nuovi sono troppo effimeri e fluidi da potersi consolidare per un tempo sufficiente per poter essere adottati a cornice di riferimento per la composizione dell&#8217;identità.<br />
Il filosofo e sociologo coreano Byung-Chul Han evidenzia questo cambiamento come il passaggio dalla società disciplinare alla società della prestazione: laddove la prima era dominata da negativismo (eccedenza del divieto) la seconda è caratterizzata da un&#8217;esasperazione dello schema positivo del poter-fare e del poter-essere; gli obblighi della tradizione cedono il passo alla responsabilità e all&#8217;iniziativa personale. L&#8217;individualismo, l&#8217;eccedenza di stimoli e la pressione a produrre genera disagio nelle forme della depressione, della noia e della stanchezza cronica.<br />
Non essendo i destini individuali ormai più pre-definiti dalla nascita dalla famiglia o dal ruolo sociale, l&#8217;uomo contemporaneo è un uomo che è continuamente nell&#8217;atto di scegliere (<em>homo eligens</em>) e di sceglier-si!<br />
“Una volta che l&#8217;identità ha smesso di essere un&#8217;eredità ingombrante (in quanto inseparabile da noi) ma confortevole (in quanto impossibile da perdere) non è più l&#8217;atto di un impegno valido per sempre in qualcosa che potrebbe e dovrebbe durare di qui all&#8217;eternità, ma è diventata piuttosto il compito a vita di individui orfani di eredità non negoziabili e privati di approdi credibili e fidati.”<br />
Di fatto, qualsiasi incremento di libertà può essere letto come diminuzione di certezza e aumento della responsabilità. Per questa ragione, la prima delle emozioni tipiche della contemporaneità è l&#8217;ansia; nell&#8217;ansia l&#8217;individuo &#8220;ha un rapporto con il tempo come se il tempo fosse sempre avanti rispetto a lui&#8221;.<br />
La consapevolezza della transitorietà degli incontri, della precarietà dei ruoli e della volatilità delle relazioni unitamente alla necessità di lasciare aperta ogni possibilità di scelta genera timore ed incertezza verso il futuro; un&#8217;angoscia di fronte all&#8217;indeterminatezza che fu chiamata dagli antichi horror vacui e che emerge quando, nella complessità dei contesti e nella pluralità delle identificazioni definienti -e spesso alienanti- è in gioco di volta in volta la mia identità.<br />
Heidegger prevede ed anticipa questo tema, definendo l&#8217;ansia contemporanea come inquietudine costitutiva di perdere le fonti di determinazione esterna.<br />
Non scegliere e rimanere in uno stato di totipotenza esistenziale può essere l&#8217;alternativa di elezione nel nuovo modo di esserci della contemporaneità, un modo in cui le possibilità vengono sfiorate col pensiero ma non generano movimento verso le stesse. L&#8217;emozione non mi riposiziona più rispetto all&#8217;azione e tutte le scelte sono in uno stato di sospensione. In questo caso, non rischio di perdere nulla, ma d&#8217;altro canto non apro nessun cammino: è quella che Bauman definì &#8220;etica del disimpegno&#8221; perché &#8220;la solidità è una maledizione&#8221;<br />
in quanto l&#8217;uomo di oggi deve essere flessibile e costituzionalmente vigile, pronto a cambiare come cambiano gli altri.<br />
Questo stato di impasse ricorda un altro eroe della modernità, l&#8217;Ulrich di Robert Musil. L&#8217;autore del romanzo denuncia le proprietà alienanti del mondo emerso dal primo dopoguerra rilevandone la frammentarietà, l&#8217;assenza di un centro e l&#8217;indeterminatezza, nonché il potenziale paralizzante del &#8220;senso di possibilità&#8221;; colui che ne sia afflitto è uomo non pratico, imprevedibile nelle relazioni umane e, vedendo anche se stesso nel possibile non può riconoscersi proprietà reali: diviene un uomo senza qualità. Tutto ora è come è, ma tutto potrebbe diventare o essere diventato ugualmente diverso.<br />
In un mondo liquido-moderno, i luoghi hanno perduto la loro capacità di definire l&#8217;identità ed ancorare l&#8217;individuo; viene incoraggiato non tanto il legame di appartenenza alla terra natia, quanto la capacità di spostarsi -per lavoro, per ampliare le prospettive, per seguire il partner..- dovunque le mutate circostanze suggeriscano. Quella che Bauman definisce &#8220;cultura ibrida&#8221; si esprime nel paradosso della ricerca dell&#8217;identità nella non appartenenza; nella libertà di sfidare o ignorare le frontiere che vincolano i movimenti e le scelte delle persone inferiori, &#8220;i locali&#8221;. Anche l&#8217;altra terra rappresenta una delle alterità che popolano il fumoso orizzonte di chi cerca una cornice di contesto che lo de-finisca.<br />
L&#8217;inclinazione verso l&#8217;altro (sia l&#8217;altro esserci in carne ed ossa, sia l&#8217;alterità astratta del ruolo, della regola e della moda) diviene la risorsa principale attraverso cui comporre l&#8217;identità personale. La seconda emozione dominante nella contemporaneità è quella che si alimenta della consapevolezza dello sguardo dell&#8217;altro: la vergogna.<br />
Anche le relazioni interpersonali devono adattarsi ai modi del vivere liquido-moderni; i legami più convenienti sono quelli &#8220;allentati&#8221;, che si possano sciogliere senza troppi compromessi una volta nasca la necessità di cambiare scenario. Nonostante il relazionarsi venga percepito a livelli individuale e collettivo come una problematica necessità, in realtà sembra che alla ricerca esasperata per partner perfetto si contrapponga una tendenza al rifiuto delle relazioni stabili e durevoli.<br />
Qualsiasi forma di stabilità, in una società liquida, è una prigione destinata a calcificare l&#8217;individuo nelle retrovie di un avanzamento inarrestabile. L&#8217;esperienza di legame ideale è quello di un tipo di contatto chiamato &#8220;essere connesso&#8221;; anziché parlare di partners si preferisce parlare di &#8220;reti&#8221; sociali. La connessione presenta dei vantaggi sulla relazione: ci si può disconnettere in qualsiasi momento, proprio come durante il web-surfing; si può manipolare l&#8217;interfaccia in modo da mostrare all&#8217;altro ciò che si vuole, costruendo forme di mediazione ad hoc che sono mutilazioni bi-direzionali dell&#8217;originaria reciprocità emotiva; inoltre, essere connessi ad una rete presuppone molteplici links: se salta un collegamento la rete non collassa poiché sostenuta da innumerevoli altri contatti.<br />
Queste relazioni virtuali sono un facile compromesso quando si ha bisogni di tanti &#8220;altri&#8221; e dei loro continui rimandi, ma mai troppi invadenti e senza reciproche pretese, promesse ed impegni:<br />
“Tutto questo avvicinarsi ed allontanarsi rende possibile seguire simultaneamente l&#8217;anelito di libertà e la brama del senso di appartenenza -e di mascherare, se non compensare pienamente, la fallacia di entrambi gli struggimenti.10”<br />
Questi nuovi modi di essere incarnati generano situazioni emotive del tutto peculiari.<br />
La necessità di adattarsi e di gestire le proprie emozioni e i propri modi di essere al variare dei mutevoli contesti, insieme al progresso tecnologico culminato con lo sviluppo dei succitati nuovi media (da internet al mondo del social networking) che pongono un filtro tra l&#8217;uomo e l&#8217;esperienza ha prodotto il fenomeno che Arciero chiama cognitivizzazione o de-corporizzazione del sentire: l&#8217;emergere di nuovi tipi di emozioni socialmente trasformate che hanno alto contenuto cognitivo e pochissima attivazione viscerale, in quanto devono essere continuamente riadattate, gestite e giocate con un certo grado di flessibilità. Il veicolo principale di accesso all&#8217;emotività e il registro-linguistico riflessivo.<br />
Lo schermo di parole fa sì che l&#8217;emotività perda immediatezza, trasformandosi in una percezione emotiva vicaria (esperita mediante la sintonizzazione sullo sguardo dell&#8217;altro) tale da spingere l&#8217;individuo a chiedersi: &#8220;Sono proprio io quello che sente?&#8221;.<br />
Il problema dell&#8217;identità nella post-modernità si alimenta quindi di un paradosso: l&#8217;imperativo della società contemporanea è: &#8220;Sii unico, e trova da solo la tua strada!&#8221;, ma è attraverso alterità volatili che il mondo ci porta a definire noi stessi. Come sì può giungere ad esserci autenticamente se è attraverso l&#8217;altro-da-me che puntello la mia stabilità personale?<br />
L&#8217;identità si trova perciò ad oscillare tra due diverse polarità; da un lato porsi al servizio del proprio movimento di volontà, vittima dell&#8217;ansia e dell&#8217;insicurezza che l&#8217;assenza di validazione altrui comporta, dall&#8217;altro essere parte di una collettività sovraordinata alle idiosincrasie individuali, generando un senso di inautenticità (<em>Uneigentlichkeit</em>) dell&#8217;esperienza, unita alla sensazione di esserne solo gli attori, ma non gli autori.<br />
Navigando tra i poli dell&#8217;individualità senza compromessi e dell&#8217;adesione totale, il problema è la giusta distanza dall&#8217;altro, di volta in volta disperatamente necessario o fastidiosamente soffocante: questo è evidente nelle relazioni, ma anche nei modi di esperire ruoli e contesti. La dialettica tra il sé e l&#8217;altro si gioca quindi tra un senso di con-fusione e la percezione di annullamento; la personalità dal carattere etero-diretto rinegozia di continuo armonie e dissintonie con l&#8217;altro e fonda su di esse il proprio equilibrio. Il dramma assoluto consiste nella solitudine: il soggetto moderno non sopporta<br />
l&#8217;altro, ma senza di esso non potrebbe sussistere poiché -negandolo- nell&#8217;intimità a sé troverebbe un vuoto incolmabile; ed è il vuoto l&#8217;altro stato psichico cardine dell&#8217;epoca che percorriamo. Non a caso Lipovetsky nei primi anni ottanta battezzò i nuovi tempi &#8220;l&#8217;ère du vide&#8221;, l&#8217;era del vuoto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-116 aligncenter" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b-300x225.jpg" alt="2390720424_edd2038b37_b" width="382" height="287" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b-300x225.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b.jpg 1024w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">BIBLIOGRAFIA</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li style="text-align: left;"> G. Arciero, <em>Sulle tracce di sé</em></li>
<li style="text-align: left;">T.S. Eliot, <em>The Rock</em>, 1934</li>
<li style="text-align: left;"> I. Calvino, <em>Le città invisibili</em>, p. 70</li>
<li style="text-align: left;"> Z. Bauman (2005), <em>Vita liquida</em></li>
<li style="text-align: left;"> Intervista a V. Costa, da L’accento di Socrate, http://www.laccentodisocrate.it/costa5.html</li>
<li style="text-align: left;">  Z. Bauman (2003).<em> Amore liquido</em>, pag. 48</li>
</ul>
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		<title>L&#8217;inganno nella ricerca psico-comportamentale: può il fine giustificare i mezzi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2014 14:03:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[research]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
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					<description><![CDATA[Il problema della legittimità delle posizioni contro l&#8217;uso dell&#8217;inganno a scopi scientifici L&#8217;uso della tecnica dell&#8217;inganno  è particolarmente diffuso nella ricerca psicologica, proprio per la peculiarità di questo dominio scientifico. I dati ottenuti, infatti, si basano su indici comportamentali correlati alle credenze del soggetto, a partire dai quali si attua un processo inferenziale su costrutti &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/linganno-nella-ricerca-psico-comportamentale-puo-il-fine-giustificare-i-mezzi/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">L&#8217;inganno nella ricerca psico-comportamentale: può il fine giustificare i mezzi?</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-294 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco.jpg" alt="" width="157" height="126" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco.jpg 630w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco-300x241.jpg 300w" sizes="(max-width: 157px) 100vw, 157px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema della legittimità delle posizioni contro l&#8217;uso dell&#8217;inganno a scopi scientifici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uso della tecnica dell&#8217;inganno  è particolarmente diffuso nella ricerca psicologica, proprio per la peculiarità di questo dominio scientifico. I dati ottenuti, infatti, si basano su indici comportamentali correlati alle credenze del soggetto, a partire dai quali si attua un processo inferenziale su costrutti non empiricamente osservabili. Importante è perciò controllare gli effetti di distorsione dovuti al soggetto sperimentale, e l&#8217;inganno consiste proprio in un provvedimento di questo tipo: fare credere ai soggetti che la situazione sperimentale si a qualcosa di diverso rispetto a ciò che gli sperimentatori stanno in realtà studiando e manipolando.  Questo tipo di controllo può diventare eticamente problematico ed è fonte di un acceso dibattito; da un lato, i critici che sostengono l&#8217;illegittimità dell&#8217;inganno si appellano alla tendenza dei ricercatori a sovrastimare il valore dei propri esperimenti in rapporto ai rischi insiti nella procedura. Paradossalmente però, a livello fattuale, si fa fatica ad affermare che cosa ci sia di sbagliato nell&#8217;inganno ed in che modo i soggetti <em>soffrano</em> direttamente questa condizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni autori, come Edgar Vinacke (1952) si sono chiesti se effettivamente l&#8217;inganno abbia un effetto così fortemente negativo sui soggetti. Il Codice Etico proibisce esperimenti che presuppongono rischi significativi, lasciando nel vago che cosa si intenda per &#8220;significativo&#8221;: di fatto, il rischio più evidente che si può osservare è un modesto livello di stress nei soggetti, specialmente nei casi in sui la ricerca induca uno stato d&#8217;ansia negli stessi servendosi di informazioni false.  Se si pone la questione in una differente prospettiva ci si accorge di come non soltanto i partecipanti della ricerca raccolgano le conseguenze psicologiche dell&#8217;inganno, ma anche gli ingannatori, ovvero lo sperimentatore stesso o i giovani collaboratori a cui è stato chiesto di ingannare. Testimonianze in questo senso aiutano a costruire un quadro di disagio che è stato definito il dilemma personale del ricercatore che inganna ( <em>deceptive researcher&#8217;s personal dylemma</em>). Il punto è che se noi ci servissimo soltanto di evidenze empiriche per screditare l&#8217;inganno nelle ricerche non troveremo argomenti abbastanza validi per sostenere le nostre argomentazioni: non tutti gli effetti dell&#8217;inganno sono visibili a livello superficiale. La questione deve essere estesa ad un livello morale. Rispetto alla distinzione tra ricerca medica e ricerca psicosociale, il &#8220;danno&#8221; ai soggetti è di natura qualitativamente differente: in psicologia non si può parlare di &#8220;evidenti danni alla persona&#8221;; ne segue che le implicazioni morali non possono essere comuni nei due domini e non si può estendere i principi dell&#8217;una <em>tout court</em> all&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti oppositori dell&#8217;inganno, per dare forza alle loro argomentazioni, si appellano al famoso esperimento di <strong>Stanley Milgram</strong> (1960), che di per sé costituirebbe evidenza sufficiente dell&#8217;illegittimità dell&#8217;inganno e delle condizioni sperimentali.Il disegno sperimentale prevedeva che il soggetto, nei panni dell'&#8221;insegnante&#8221;, facesse delle domande a quello lui riteneva essere un semplice &#8220;allievo&#8221; e che in realtà era un confederato (un collaboratore dello sperimentatore): in caso di errore, il maestro doveva somministrare all&#8217;allievo scosse elettriche di intensità variabile. Tutto ciò accadeva in presenza dello sperimentatore, l&#8217;autorità scientifica con camice e <em>badge</em>, che incoraggiava il soggetto a proseguire l&#8217;esperimento.<br />
Si trattava, ovviamente, di finte scariche elettriche, in quanto l&#8217;allievo fingeva di provare dolore; il soggetto però era posto nella condizione di esperire una situazione stressogena reale, ed era pertanto sottoposto ad un dilemma morale non indifferente: dare retta all&#8217;autorità oppure ascoltare la coscienza empatica?<br />
Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti dell&#8217;esperimento mostrassero segni di tensione e protestassero verbalmente, ben il 62% di questi obbedirono pedissequamente allo sperimentatore, arrivando a somministrare il grado massimo di intensità delle finte scosse. Questo stupefacente grado di obbedienza è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l&#8217;obbedienza indotta dalla presenza di una figura autoritaria considerata legittima e la conseguente induzione di uno stato eteronomico. Questo stato psicologico è caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere scelte autonome, ma strumento per eseguire ordini. Come Bandura (1986) aveva evidenziato, si tratta di un meccanismo di disimpegno morale (<em>moral disengagement</em>) chiamato dislocazione della responsabilità: il soggetto si &#8220;libera&#8221; virtualmente dell&#8217;onere della decisione morale trasferendo la responsabilità su individui che percepiscono come su un livello superiore della scala gerarchica a seconda del contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">In che modo, in quella situazione, i soggetti sperimentali sono stati <em>danneggiati</em> dall&#8217;inganno? Clarke (1983) afferma che l&#8217;urto psicologico che essi hanno ricevuto è stato quello di <em>scoprire spiacevoli verità su se stessi</em>: nella fattispecie, hanno scoperto di essere più facilmente assoggettabili di quanto avessero supposto, e si sono esperiti come capaci di infliggere sofferenza ad un altro essere umano sotto coercizione. Un&#8217;altra tra i primi detrattori dell&#8217;esperimento è stata Diana Baumrind, che riprende il concetto esposto da Clarke e lo chiama presa di coscienza forzata (<em>inflicted insight</em>) di lati della propria personalità che avrebbero dovuto rimanere nascosti.  Il danno esiste, quindi, ed è a carico dell&#8217;autostima del soggetto e della percezione di sé; non solo i partecipanti hanno subito la rivelazione di un &#8220;lato oscuro&#8221; di loro stessi, ma hanno anche sperimentato la scarsità della propria autodeterminazione in contesti di forte pressione sociale nonché la facilità con cui si sono sentiti di delegare la responsabilità morale delle loro azioni all&#8217;autorità scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, il problema principale consiste sempre nel dimostrare come l&#8217;<em>inganno in sé </em>abbia danneggiato i partecipanti. Il fatto che non ci sia una connessione chiara tra qualsiasi danno psicologico alla persona e l&#8217;inganno stesso porta la questione della critica all&#8217;inganno ad immettere che l&#8217;imbroglio appare secondario se si guarda l&#8217;insieme delle procedure adottate nella sperimentazione. Quindi, se è perfettamente concepibile rivolgere critiche al disegno di Milgram e perfino affermare che la progettazione del disegno di ricerca sia stata lesiva dal punto di vista psicologico nei confronti dei soggetti, altrettanto meno ovvio è affermare che sia stato nell&#8217;inganno  l&#8217;illecito dell&#8217;esperimento.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, i detrattori si aggrappano a differenti linee critiche: da un lato affermano che Milgran e collaboratori abbiano peccato nel sovrastimare l&#8217;importanza della sua scoperta e nel sottostimare i danni da essa provocata nell&#8217;immaginario collettivo e nella coscienza del singolo. Tuttavia, coloro i quali si sono proposti di dimostrare la nocività dell&#8217;inganno hanno fallito nel loro intento, non procurando alcuna evidenza fattuale.  Soltanto la filosofia pratica può fornire una risposta: il vero danno è nei princìpi, non nei fatti. Un danno che non è neppure suscettibile ad un calcolo utilitaristico, né tantomeno ad un bilancio costi/benefici, ma che affonda le sue radici nel rispetto della persona e in una concezione dell&#8217;individuo come entità autonoma e alla quale si deve onestà e chiarezza di intenti. Ciò influenza anche la relazione tra soggetto e sperimentatore; come, in realtà, i soggetti dovrebbero essere partecipi e collaborativi nel progresso piuttosto che &#8220;burattini ciechi&#8221; al servizio della scienza, &#8220;banche dati&#8221; potenzialmente &#8220;reattivi&#8221; e quindi fonte di distorsione. L&#8217;inganno, nella forte posizione sostenuta da Sissela Bok nel suo testo <em>Lying</em> (1989), è visto come l&#8217;equivalente di un insulto fisico alla persona: entrambi possono essere utilizzati per forzare ad agire contro la propria volontà; è una manipolazione tanto del comportamento umano quanto delle credenze soggettive e degli stati mentali.  &#8220;Trattare l&#8217;individuo sempre come fine e mai come mezzo&#8221; così è stato scritto da Kant nella sua <em>Critica alla ragion pratica (<i>Kritik der praktischen Vernunft</i>, 1788)</em>; questo è il punto di vista della filosofia  morale. Tuttavia, dal punto di vista della ricerca scientifica sul comportamento umano, è un&#8217;utopia pensare di eliminare del tutto la componente dell&#8217;inganno dai disegni sperimentali, essendo l&#8217;obiettivo perseguito dalla comunità scientifica ottenere informazioni sulla mente e sul comportamento umano che siano il più possibili generalizzabili ed aderenti a quanto avviene in condizioni &#8220;naturalistiche&#8221;; basti pensare a quanto è importante l&#8217;istituzione dei gruppi placebo nei <em>trial</em> farmacologici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta ci troviamo di fronte ad uno fra i più importanti dilemmi tra scienza ed etica: in che modo può avvenire la loro reciproca influenza e compenetrazione?</p>
<p><strong>Bibliografia:</strong></p>
<p>&#8211; Herrera, C.D. (2001) Ethics, Deception and Those Milgram Experiments, <em>J. Applied Philosophy</em>, 18.</p>
<p>-Arrigo, P., Gnisci, A. (2004) <em>Metodologia della ricerca psicologica</em>. Il Mulino.</p>
<p>-Scrag, B. (1997) Commentary: the ethics of deception in social research.<em> Graduate Research Cases,</em>1.</p>
<p>&#8211; Caprara, G.V. (1997) <em>Bandura</em>. Franco Angeli, Milano.</p>
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