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	<title>social science &#8211; Roberta Toso</title>
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	<description>Psicologa e Psicoterapeuta a Pavia</description>
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	<title>social science &#8211; Roberta Toso</title>
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		<title>Sparire da Sé: Hikikomori e figure a margine della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 18:49:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[addictions]]></category>
		<category><![CDATA[asperger]]></category>
		<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
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		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo evitante di personalità]]></category>
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					<description><![CDATA[Campana a morto “Lo guardai [il mio cuore] pavido e assorto come chi sa d’esser morto; con l’anima solo commossa del sogno e poco della vita.” F. Pessoa Contemplazione &#8220;Non so cosa ci sia là fuori -non l&#8217;ho mai scoperto- e il tanto tempo che ho trascorso dietro le tende verdi della sala da pranzo &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/sparire-da-se-hikikomori-e-figure-a-margine-della-vita/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Sparire da Sé: Hikikomori e figure a margine della vita</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="padding-left: 30px;"></div>
<div></div>
<div>
<p style="text-align: right;"><strong>Campana a morto</strong></p>
<p style="text-align: right;">“Lo guardai [il mio cuore] pavido e assorto<br />
come chi sa d’esser morto;<br />
con l’anima solo commossa<br />
del sogno e poco della vita.”</p>
<p style="text-align: right;">F. Pessoa</p>
</div>
<p style="text-align: right;"><strong>Contemplazione</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Non so cosa ci sia là fuori -non l&#8217;ho mai scoperto- e il tanto tempo che ho trascorso dietro le tende verdi della sala da pranzo di casa non mi ha avvicinata per nulla alla verità. E per quale ragione non dovrei starmene alla finestra in questo mondo? Per quale ragione non dovrei farmi vedere?&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">Claire-Louise Bennet, &#8220;Stagno&#8221; (2019)</p>
<div></div>
<div><img loading="lazy" class="irc_mi alignleft" src="https://i.pinimg.com/originals/b4/b0/78/b4b078b21456935f315006f2b6f9ff33.jpg" alt="Risultati immagini per hikikomori art" width="229" height="353" /></div>
<div></div>
<div></div>
<div><b>Figure a margine -o del &#8220;<i>biancore&#8221;</i>&#8211;</b></div>
<div><b> </b></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;"><i><b>Hikikomori</b></i><sup>[1]</sup> (<span dir="ltr" lang="ja">引きこもり</span> o <span dir="ltr" lang="ja">引き籠もり</span>, letteralmente &#8220;stare in disparte, isolarsi&#8221;, dalle parole <i>hiku</i> &#8220;tirare&#8221; e <i>komoru</i> &#8220;ritirarsi&#8221;) è un termine <a title="Lingua giapponese">giapponese</a> usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla <a title="Relazione interpersonale">vita sociale</a>, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento.  L’identikit del giovane Hikiikomori si esprime attraverso determinate caratteristiche comportamentali e strutturali che delineano una nuova forma di categoria psicopatologica: giovane tra i 14-30 anni, di estrazione sociale medio-alta. Di solito, giovani maschi, anche se la presenza femminile pare in aumento. Essi tendono ad invertire il ritmo circadiano, trascorrono parte del tempo a chattare, leggere, giocare al computer o guardare la televisione, determinati a non rientrare nel &#8220;commercio con il mondo&#8221;. Sbaglieremmo a pensare che si tratti di un fenomeno culturalmente delimitato:nel 2012 in Italia si registrarono circa cinquanta casi, ufficialmente dichiarati, di <strong>giovani adolescenti</strong>, presi in carico come <strong>Hikikomori</strong> (L. T. Pedata, M. Interlandi, 2012), e non vi è dubbio che ad oggi il conto sia aumentato.</div>
<div style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la sintomatologia, Saitō (1998) definisce il ritiro sociale come il sintomo primario, che può manifestarsi attraverso varie modalità e gradi. L’auto-reclusione nella propria stanza, infatti, può durare alcuni mesi o protrarsi per anni (Aguglia, Signorelli, Pollicino, Arcidiacono, &amp; Petralia, 2010).<img loading="lazy" class="irc_mi alignright" src="http://static1.squarespace.com/static/5910d5ad9f7456380c6990f2/5910ed9b579fb38f0d887d15/59e96ab6692ebe78a32cbba8/1508469431907/19121895_699070120302782_872585394309300224_n.jpg?format=1500w" alt="Risultati immagini per hikikomori art" width="297" height="297" /></div>
<div style="text-align: justify;">I ragazzi <em>Hikikomori</em> presentano spesso una sintomatologia fobica, come la fobia scolastica (generalmente la prima manifestazione di ritiro sociale, che può rappresentare il primo stadio del successivo rifiuto di uscire dalla propria stanza; Zielenziger, 2006), la paura della gente e dei contatti sociali, che si sviluppa secondariamente al ritiro sociale e comporta un peggioramento del quadro clinico; l’agorafobia, con il conseguente evitamento dei luoghi in cui sarebbe difficile avere soccorso o sostegno in caso di attacco di panico o di un forte stato di ansia; terrore di contaminarsi o di entrare in contatto con sporcizia, che può evolvere in disturbo ossessivo-compulsivo (Saitō, 1998). Questi dati sono a sostegno della presenza di elementi che pertengono sia alla fenomenologia fobica, sia allo spettro ossessivo; non sono rare forme più psicotiche, in cui al ritiro sociale si allineano sintomi produttivi come ideazione paranoide, fino al franco delirio (Aguglia et al., 2010). Ciò che è evidente a livello fenomenologico è una alterazione basale del mondo in cui vivono queste persone: un mondo che viene esperito come foriero di angoscia, di male, di persone spaventanti, di sguardi giudicanti e di agguati: non è un&#8217;alterazione cognitiva, del regno della struttura razionale della mente umana, non è un bias di rapprensentazione: è mutazione profonda del contatto con la realtà, che è primario ed essenziale, e il mondo <i>diviene</i> un inferno da evitare. In queste forme di disagio il mondo con gli altri ha perso la sua <i>abitabilità</i>.</div>
<div style="text-align: justify;">Non possono non sovvenire le caratteristiche del <b>Disturbo Evitante di personalità</b> così come descritto dall&#8217;attuale diagnostica categoriale (DSM-5, APA, 2013). Descritto per la prima volta da Millon (1969), che lo differenziò dalla schizoidia, in cui si osserva una indifferenza e appiattimento emotivo, il DEP è caratterizzato invece da un desiderio di interagire, ma da una dolorosa inibizione accompagnata da ansia, vergogna e timore del giudizio altrui.</div>
<div style="text-align: justify;">
<figure id="attachment_432" aria-describedby="caption-attachment-432" style="width: 408px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2018/12/amelie-bones.gif"><img loading="lazy" class=" wp-image-432" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2018/12/amelie-bones.gif" alt="" width="408" height="194" /></a><figcaption id="caption-attachment-432" class="wp-caption-text">&#8220;Il favoloso mondo di Amelie&#8221; (2001) tratta di esclusione sociale e dolorosi percorsi di riscoperta dell&#8217;altro</figcaption></figure>
</div>
<div style="text-align: justify;">Secondo alcuni autori (Procacci, Popolo, 2003) l&#8217;esperienza fondamentale dell&#8217;evitante è quella di non appartenere; l&#8217;estraneità è qualcosa di avvertito emotivamente, come se tutti gli altri condividessero mondi, ricordi e atmosfere dalle quali la persona è crudelmente esclusa, come se fosse <i>al di fuori</i>, senza la chiave, con un desiderio costante di poterla trovare. A questo <i>dolore di non appartenere</i> si somma un&#8217;estrema incapacità di significare le esperienze relazionali e rifigurare esperienze emotive proprie e altrui. Se il mondo sociale è una selva pericolosa, molte delle esperienze di solitudine hanno invece il carattere di <b>auto-gratificazione</b> (<i>self-soothing</i>); i passatempi solitari (come l&#8217;uso di internet, di videogiochi, ma anche il collezionismo, il <i>binge-reading</i> di libri e fumetti o il <i>binge-watching</i> di serie tv) sono invece vissuti come &#8220;antidoto&#8221; alle emozioni scomode causate dall&#8217;incontro con l&#8217;altro, ma a breve termine.</div>
<div style="text-align: justify;">La persona non può che percepire dolorosamente la distanza che si autoimpone come differente rispetto a quella degli altri ed esperire momenti profondamente depressivi.</div>
<div style="text-align: justify;">Secondo Le Breton, che ha scritto un testo straordinario sul tema (<i>Fuggire da Sé: una tentazione contemporanea,</i> 2016):</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><em>“In una società in cui predominano flessibilità, urgenza, velocità, concorrenza, efficienza e così via, essere se stessi non è più cosa ovvia, poiché diventa necessario rigenerarsi di continuo, adeguarsi alle circostanze, assumere autonomia, mantenersi all’altezza.”</em></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">In questo contesto si comprende il bisogno di alcune persone di “prendere congedo da sé”, rinunciare alla fatica di esistere secondo queste costrizioni: questo è il percorso verso lo stato che il sociologo chiama “<i>biancore</i>”. L’abbandono delle responsabilità: l’individuo post-moderno è deresponsabilizzato. Alla volontà di potenza di nietzscheana memoria si contrappone una “<i>volontà di impotenza</i>”, di lasciarsi andare alla deriva, posando le armi del controllo e della seduzione dell’alterità.</div>
<div></div>
<div></div>
<p><span id="more-431"></span></p>
<div style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;"><b>Sulla soglia della vita: sogno e responsabilità</b></div>
<div style="text-align: justify;"><b> </b></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">La risposta di Binswanger al dilemma rappresentato dalle persone che &#8220;stanno sulla soglia&#8221; dell&#8217;esistenza, accanto alle possibilità, senza mai prendervi parte, è che l&#8217;individuo vive nella apertura emotiva della paura. Paura che può assumere le connotazioni che rimandano alle forme di fobia sociale, ovvero il timore dello sguardo dell&#8217;altro, del giudizio altrui, il dolore di non-appartenere, di non-corrispondere. Può essere paura di vedersi mostrate le proprie debolezze, le proprie fragilità, che genera il paradosso del sempre più diffuso non concedersi all&#8217;altro per timore del rifiuto. Le relazioni contemporanee sono infatti caratterizzate da sempre maggiore non-definizione, liquidità, tranistorietà, stati cosiddetti di &#8220;sospensione&#8221;, in cui i membri della coppia non sono nè insieme nè liberi, disimpegnati ma non soli, in cui non si rompe una relazione ma si sparisce sullo sfondo senza alcuna possibilità di condividere un significato, salvo in una solitudine autofererenziale, &#8220;probabilmente non gli/le piacevo abbastanza&#8221;.</div>
<div style="text-align: justify;"> Questo concetto è stato sviscerato da Marta Marabelli, collega esperta nella terapia di coppia e nelle dinamiche relazionali a due, che ha definito l&#8217;amore contemporaneo come caratterizzato da stati di &#8220;ambiguità stabile&#8221; (2018)</div>
<div style="text-align: justify;">Secondo Marabelli, si tende &#8220;a mantenere le relazioni non chiare ma a tenerle comunque vive. Apriamo e manteniamo più relazioni in parallelo, così non sperimentiamo mai la condizione di solitudine che rimane sempre un’emozione così difficile da affrontare e non rinunciamo al nostro bisogno di esplorazione. La scelta al contrario rappresenterebbe una privazione di possibilità che per alcuni sarebbe un sacrificio impensabile e per altri un tradimento a se stessi.&#8221;</div>
<div style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2018/12/real-relationships.gif"><img loading="lazy" class="wp-image-433 aligncenter" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2018/12/real-relationships.gif" alt="" width="381" height="170" /></a></div>
<p>Forse, in ultima analisi, le persone &#8220;sulla soglia&#8221; rifiutano di concedersi al mondo per paura del rigetto, come fa il corpo umano con un organo estraneo. Sulla soglia ho un mondo di possibilità, ma non ne colgo nessuna, paralizzato dall&#8217;eccesso di destini, senza il dolore dell&#8217;amputazione che seguirebbe una scelta. La volontà di sparire dalla faccia della terra può cristallizzarsi in una vita al riparo dalla vita stessa, come il seduttore di Kierkegaard, o la giovane Elisewin di Baricco, ci sarà tempo per vivere, ma &#8220;domani&#8221;. Il tempo di queste persone, fa notare Annalisa Caputo in <i>Amore e sofferenza: tra autenticità e inautenticità</i> (2007) non è quello della dimora, della scelta, del pro-gettare responsabilmente una storia, la propria sotoria, ma quello dell&#8217;eterno presente e dell&#8217;eterno fanciullo, che attende. Non si getta nè si progetta autenticamente in nulla, non &#8220;soggiorna presso niente&#8221;: può essere nell&#8217;inconsistenza di una vita sfrenata ed eternamente-adolescente o nella solitudine di un appartamento che sembra un appoggio, spoglio ed essenziale, con finestre aperte ma chiuse, con il solo sbocco sul mondo web a risucchiare la vitalità di una giornata che non è più <i>fuori</i>. In questi casi la paura è dominante, la paura di affrontare l&#8217;esistenza per quello che essa rappresenta, a volte: non solo gioia e completezza, ma anche fastidio, pesantezza, problematicità, dover-fare; la realtà non è sempre misura dei nostri desideri, ma è anche, e soprattutto, <i>scomodità</i>. Giorni in cui non ci si sente a casa e non si vede l&#8217;ora di ritornarvi: momenti di dolore che si affrontano perchè <i>finiranno</i>. L&#8217;individuo che si ritira da tutto ciò può farlo con il piglio aspro e rabbioso di una sfida, con la passione neutrale di un anarchico o con la malinconia di chi si sente sempre sconfitto ancora prima di combattere, ma il risultato ha il sapore di una resa, perchè il rapportarsi al mondo presuppone un saper tollerare l&#8217;incertezza, la delusione, la caduta degli idoli; la Yourcenar avverte: &#8220;se toccate gli idoli, la loro doratura potrebbe restarvi sulle dita.&#8221;</p>
</div>
<div>
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<div style="text-align: justify;">Keats la chiamerebbe &#8220;capacità negativa&#8221;, il saper andare avanti accettando tacitamente l&#8217;immenso peso del non sapere, qualcun altro la chiama <i>resilienza</i>, dal latino <em>resalio</em>, non importa quante volte il mare mi rovescerà la barca, io cerco di issarmi e riprendere la navigazione, <em>risalgo</em>. Non sapere se mi rinnoveranno il contratto, se la relazione durerà, se a quarant&#8217;anni sarò ancora single, se i miei amici mi rimarranno accanto.</div>
<div></div>
<blockquote>
<div style="text-align: justify;">il rinegoziare creativamente l&#8217;incertezza è il fulcro della vita, e in alcuni casi le persone perdono la stabilità e vengono assalite da diffidenza, paranoia, pregiudizio, voglia di ritirarsi.</div>
</blockquote>
<div></div>
<div style="text-align: justify;">Queste persone sostano in una dimensione onirica dell&#8217;esistenza, auto-referenziale, fanciullesca, caratterizzata dal predominio del desiderio, della toti-potenza e dell&#8217;autoprotezione, o meglio, della &#8220;riduzione dei costi emotivi&#8221;, a scapito del mondo della scelta, della responsabilità, dell&#8217;imprevedibilità, ma anche del percorso autentico e della mai conclusa scoperta di sé in azione con gli altri.</div>
</div>
<div></div>
<div></div>
<p><!--more--></p>
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<div><b>Elisewin e il mare</b></div>
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<div><i>&#8220;Credevano che sarebbe cresciuta e tutto sarebbe passato. Ma intanto per tutto il palazzo stendevano tappeti perchè, è ovvio, i suoi stessi passi la spaventavano, tappeti bianchi, dappertutto, un colore che non facesse del male, passi senza rumore o colori ciechi.&#8221;</i></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;">Elisewin è una ragazzina dalla voce di velluto, spaventata così tanto dal mondo che non è mai uscita dal castello di suo padre, barone di Carewall, una strana malattia e una terribile sensibilità d&#8217;animo la tengono ritratta dal contatto con il mondo: le facce, certi odori, certi colori la feriscono. Tappeti bianchi, e qui risuona il tema del &#8220;<i>biancore</i>&#8220;, che pur essendo la somma delle radiazioni della luce visibile in questo caso incarna l&#8217;assenza di un contatto vitale con il mondo, uno stato di voluta e forse voluttuosa sospensione dai compiti dell&#8217;esistenza.</div>
<div style="text-align: justify;">Il padre insiste, deve vivere, deve sposarsi, deve fare figli, è ora che esca dal suo guscio, ma segretamente è complice del suo ritiro: commissiona arazzi dai colori tenui, popolati da esseri umani inoffensivi, struttura i giardini all&#8217;italiana con labirinti circolari, senza punti ciechi, in modo che sia impossibile l&#8217;imprevisto. Chiama un dottore per sua figlia, ormai giovane donna, e dopo averle parlato le prescrive una cura: <i><b>il mare.</b></i></div>
<div style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="irc_mi alignright" src="https://66.media.tumblr.com/36db428744fcceea823c80c124e6958b/tumblr_mtj7frPry11syd2g5o1_500.gif" alt="Risultati immagini per mare elisewin" width="392" height="220" /></div>
<div style="text-align: justify;">Oceano Mare (Baricco, 1993) rappresenta una grande metafora della vita -o del percorso psicoterapeutico-, in cui l&#8217;avventura coinvolge essenzialmente &#8220;figure a margine&#8221; dell&#8217;esistenza -del mare-; evitanti, fobici o hikikomori, esclusi dal tempo del mondo, che hanno in comune questa profonda incapacità di vivere, questa paura del contatto con l&#8217;alterità dell&#8217;altro &#8211; e del mondo- unitamente -in modo paradossale- ad un fortissimo desiderio di fare esperienza. Perchè sì, essi <i>desiderano vivere</i>, ma temono la vita e fuggono i compiti dell&#8217;esistenza, soprattutto <i>lavoro e amore</i>, le qualità essenziali della vita adulta secondo Freud. Recuperare l&#8217;accesso al <i>mare</i> come dimensione dell&#8217;accettazione del rischio intrinseco del vivere, dell&#8217;indefinito, la rassegnazione al turbamento e al dolore come parte essenziale del percorso di crescita è cardine essenziale della narrazione di Baricco in cui fa capolino anche l&#8217;accettazione della morte, come sempre, altro lato medaglia del dire di &#8220;sì&#8221; alla vita, al recupero delle possibilità più autentiche del Sè.</div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;">&#8220;<em>Mare preferibilmente freddo e fortemente salino, mosso, giacchè l&#8217;onda fa parte integrante della cura, per ciò che di temibile porta con sè, tecnicamente da superare e moralmente da dominare, in una sfida paurosa, a ben pensarci, paurosa. Tutto nella certezza -diciamo nella convinzione- che il grande grembo marino possa spezzare l&#8217;involucro della malattia, riattivare i canali della vita&#8230;&#8221;</em></div>
</div>
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<p><!--more--></p>
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<div><b>Miti contemporanei: dove oriente e occidente si incontrano</b></div>
<div><b> </b></div>
<div><b> </b></div>
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<div style="text-align: justify;">I giapponesi sembrano soffrire più di altri popoli lo <i>stress</i> da vita moderna, probabilmente a causa del modo in cui hanno impostato l&#8217;<i>okami</i>, il &#8220;sistema&#8221;, che li sprona a essere un esercito infaticabile di api operaie sempre presenti e sempre assenzienti, possibilmente in silenzio.</div>
<div style="text-align: justify;">Sono le regole imposte dal confucianesimo: mettere da parte se stessi e i propri egoismi per raggiungere l&#8217;armonia sociale. E infatti sempre più persone, schiacciate dal peso delle proprie responsabilità, decidono di abbandonare tutto e tutti e uscire dalla competizione, ritenendo che gli obiettivi siano irraggiungibili e temendo l&#8217;onta del fallimento. <img loading="lazy" class="irc_mi alignleft" src="https://www.repubblica.it/images/2013/04/07/014008227-8a30aba8-e139-4697-baf6-99c7ecabf96f.jpg" alt="Risultati immagini per stress vita moderna" width="165" height="241" /></div>
<div style="text-align: justify;">I giapponesi avvertono la pressione sociale fin da bambini, quando iniziano a frequentare le scuole. Il loro sistema scolastico è affine a quello italiano, ma strutturato da ferree regole prestazionali che dettano il destino individuale già precocemente, stimando i risultati scolasitici come predittori della successiva &#8220;carriera&#8221; già nel ciclo assimilabile alle nostre primarie, in modo estremamente più incisivo rispetto al sistema scolastico occidentale. Chi non frequenta le attività collaterali è un fallito e non farà mai carriera. Ma anche chi va male agli esami è un fallito. E infatti si parla di <i>shiken jigoku</i>, l'&#8221;inferno degli esami scolastici&#8221;, per lo più mnemonici e nozionistici, che aprono e caratterizzano i vari cicli. Ottenere una valutazione solo sufficiente può significare precludersi un determinato tipo di liceo, che a sua volta si traduce nell&#8217;esclusione dalle università più prestigiose, con il rischio di finire a servire in una tavola calda piuttosto che entrare in un importante studio legale. Le persone che non sono parte dell&#8217;ingranaggio sono &#8220;inutili&#8221; o &#8220;di troppo&#8221;, condannate ad una sorta di evaporazione sociale o addirittura a morire in solitudine, dimenticati da tutti (<i>kodokushi</i>, la &#8220;morte solitaria&#8221;).</div>
<div style="text-align: justify;">Questo modus vivendi presenta dei punti in comune con il vivere occidentale, dove però il mito predominante è quello del <i>self made man</i>, il professionista flessibile e intraprendente, disinibito, armato di <i>soft skills</i> e fumose &#8220;capacità imprenditoriali&#8221; che possano garantirgli, con i giusti appoggi, il giusto coraggio, le giuste doti, di &#8220;arrivare&#8221;. Dove? Ad essere bello, ricco, famoso, una persona che suscita invidia sociale e sfoggia i propri traguardi impietosamente, sui <i>social media</i>. Non per essere utile alla società, come nella cultura collettivista nipponica, ma per spiccare un solitario volo narcisistico, emotivamente costoso, a sè e agli altri.</div>
</div>
<div></div>
<div></div>
<p><!--more--></p>
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<div><b>Atmosfere familari</b></div>
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</div>
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<div>
<div style="text-align: justify;">Non di rado si osservano nuclei famigliari in cui a una forte pressione emotiva al raggiungimento degli obiettivi di vita (&#8220;Hai trent&#8217;anni e sei ancora a casa&#8221;/ &#8220;quando ti sposerai? Quando troverai un lavoro?&#8221;) può coesistere un atteggiamento collusivo o protettivo, in cui i genitori non fanno nulla per spingere o agevolare nuove aperture esperienziali o spinte costruttive verso l&#8217;autodeterminazione. Come il padre di Elisewin, in un certo senso, spingono alla conquista dell&#8217;autonomia con parole fredde e pregne di senso comune, per poi costruire stanze &#8220;che non fanno male&#8221; o labirinti circolari. Questa dinamica, in cui non sono chiari i confini relazionali e in cui c&#8217;è ambiguità nell&#8217;espressione del bisogno dell&#8217;altro &#8211;<i>dove finisce il bisogno che ho di te e inizia il bisogno che tu abbia bisogno di me?</i>&#8211; è stata denominata <b>co-dipendenza</b>. (Menarini, 1994).<img loading="lazy" class="irc_mi alignright" src="https://static.tvtropes.org/pmwiki/pub/images/hikikomori_kiri.jpg" alt="Risultati immagini per hikikomori social pressure" width="313" height="205" /></div>
<div style="text-align: justify;">Millon (1991) già evidenziava come i genitori di persone che sviluppano forme di DEP tendono a essere emotivamente lontani, proni al confronto sociale e interessati alla costruzione di un&#8217;immagine socialmente inappuntabile (Benjamin et al., 1996). Questa tensione verso forme inautentiche e medie di esistenza, vivere come se ci fosse una perpetua <i>check list</i> nella quale saturare tutte le voci, o una gara in cui il concetto di &#8220;essere avanti&#8221;, &#8220;essere indietro&#8221; nel percorso astratto e ideale di vita rispetto agli altri assume quasi una connotazione <i>spaziale</i> è incredibilmente presente nelle storie dei nostri pazienti. Si tratta di un fenomeno complesso, in cui si intrecciano istanze culturali, modi di essere al mondo e atmosfere famigliari caratterizzate da grande eterogeneità.</div>
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<div><b>Primi passi: avere rispetto di un mondo</b></div>
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<div style="text-align: justify;">Nella terapia con la persona evitante o <i>Hikikomori</i> il primo passo fondamentale è quello di stabilire noi stessi una relazione significativa con il paziente, una relazione in cui sperimentare momenti di <i>comodità condivisa</i>. Per fare questo è essenziale che il paziente ci lasci entrare nel suo mondo: una persona appassionata in modo ossessivo <em>ed esclusivo</em> di anime, manga o cultura <em>nerd</em> non potrà mai essere spinto a integrare il suo mondo con esperienze sociali vere e vive se lo avviciniamo con pregiudizio, con atteggiamento derisorio o poco interessato. Occorre trovare un linguaggio comune, dei punti di esperienza condivisa da cui possa sbocciare una genuina reciprocità, e per fare questo il terapeuta non può e non deve essere spaventato, inibito o non motivato a entrare in nuovi mondi, appartenenti alle nuove generazioni: studiare anche noi le passioni dei nostri pazienti, acquisire dimestichezza con i nuovi media -o se già ne abbiamo, meglio così!- senza far pesare il giudizio o far entrare la pesantezza del sentire comune che taglia con l&#8217;accetta i divertimenti non considerati &#8220;conformi&#8221; o infantili.</div>
</div>
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<div><img loading="lazy" class="irc_mi alignleft" src="https://i.pinimg.com/originals/be/84/24/be84244e27084392b3df0ca44a21db95.jpg" alt="Risultati immagini per reaching hand anime" width="147" height="207" /></div>
<div>
<div style="text-align: justify;">Questi sono i primi passi: ci attenderà un lavoro sull&#8217;esperienza, un lavoro di schiusura in cui nuovi scenari risulteranno appetibili, desiderabili, un lavoro di co-costruzione di una mediazione, di un equilibrio; ma sarà impossibile un&#8217;avventura &#8220;nel mare&#8221; senza aver camminato per un po&#8217; sulla battigia insieme.</div>
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<div><span style="color: #993300;"><b>Bibliografia e Links utili</b></span></div>
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<div style="text-align: justify;"><b>&#8211; Ikimomori Italia </b><a href="http://www.hikikomoriitalia.it/">http://www.hikikomoriitalia.it/</a></div>
<div style="text-align: justify;">&#8211; [1] Hikikomori, in Lessico del XXI secolo, Istituto dell&#8217;Enciclopedia Italiana, 2012-2013. URL consultato il 23 gennaio 2018.</div>
<div style="text-align: justify;">&#8211; Marabelli, M. (2018) articolo on line: <a href="https://www.cosebellemagazine.it/bootiecall-perche-lamore-moderno-e-cosi-difficile/">https://www.cosebellemagazine.it/bootiecall-perche-lamore-moderno-e-cosi-difficile/</a></div>
<div style="text-align: justify;">&#8211; Le Breton, D. (2016) <i>Fuggire da Sé: una tentazione contemporanea</i>. Raffaello Cortina Ed.</div>
<div style="text-align: justify;">&#8211; Baricco, A. (1993) <i>Oceano mare</i>, la Feltrinelli.</div>
<div style="text-align: justify;">&#8211; Caputo, A. (2008) <i>Amore e sofferenza: tra autenticità e inauteticità.</i> Centro Volontari sofferenza edizioni.</div>
<div style="text-align: justify;">&#8211; Binwanger, L. (1992) Tre forme di esistenza mancata, SE srl</div>
<div style="text-align: justify;">&#8211; Sarchione, S.,Santacroce, R et al. (2015) Hikikomori: clinical and psychopathological issues, <i>European Psychiatry</i>, Vol. 30, <i>15.</i></div>
<div style="text-align: justify;"><i>&#8211; </i> Teo, A. R., &amp; Gaw, A. C. (2010). Hikikomori, a Japanese culture-bound syndrome of social withdrawal?: A proposal for DSM-5. <i>The Journal of nervous and mental disease</i>, <i>198</i>(6), 444-9.</div>
<div>&#8211; Dimaggio, G., Semerari A. (a cura di) (2003). <em>I disturbi di personalità: modelli e trattamento</em>.<em> Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali</em>. Laterza, Milano.</div>
<div></div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Onde: riflessioni sull’esperienza umana del tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Nov 2018 12:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[clinica]]></category>
		<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[psychology]]></category>
		<category><![CDATA[psychotheraphy]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[art]]></category>
		<category><![CDATA[literature]]></category>
		<category><![CDATA[music]]></category>
		<category><![CDATA[phenomenology]]></category>
		<category><![CDATA[psychopathology]]></category>
		<category><![CDATA[time]]></category>
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					<description><![CDATA[Credo che l&#8217;Ora più lunga di tutte Sia quando le vetture sono arrivate &#8211; E noi siamo in attesa della carrozza &#8211; Sembra come se il Tempo &#8211; Offeso &#8211; che la gioia sia arrivata &#8211; blocchi le lancette dorate &#8211; e non lasci passare i secondi &#8211; Ma l&#8217;istante più lento &#8211; si conclude &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/onde-riflessioni-sullesperienza-umana-del-tempo/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Onde: riflessioni sull’esperienza umana del tempo</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Credo che l&#8217;Ora più lunga di tutte<br />
Sia quando le vetture sono arrivate &#8211;<br />
E noi siamo in attesa della carrozza &#8211;<br />
Sembra come se il Tempo &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Offeso &#8211; che la gioia sia arrivata &#8211;<br />
blocchi le lancette dorate &#8211;<br />
e non lasci passare i secondi &#8211;<br />
Ma l&#8217;istante più lento &#8211; si conclude &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Il pendolo comincia a contare &#8211;<br />
come i piccoli scolari &#8211; a voce alta &#8211;<br />
I passi si fanno più fitti &#8211; nell&#8217;atrio &#8211;<br />
il cuore comincia a premere &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Allora io &#8211; compiuto il mio timido servizio &#8211;<br />
sebbene un servizio sia, d&#8217;amore &#8211;<br />
prendo il mio piccolo violino &#8211;<br />
E più a Nord &#8211; mi ritiro &#8211;</em></p>
<p style="text-align: center;">Emily Dickinson, <em>Tutte le poesie</em> (1862)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="irc_mi alignleft" src="https://media.giphy.com/media/olJEp8fYx7SkU/giphy.gif" alt="Risultati immagini per gif time" width="267" height="150" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo come noi lo viviamo è estremamente lontano dal tempo cronometrico, come esso è misurato in maniera convenzionale da orologi, calendari, timer. Non dobbiamo guardare poi così lontano dalla nostra vita, per capire di cosa si stia parlando: <em>il tempo che passiamo aspettando l’esito di un esame è vissuto come altrettanto lungo del tempo di un rilassante pomeriggio di vacanza?</em> Nella nostra esperienza il primo è dolorosamente dilatato, e ci è scomodo anche lo spazio che abitiamo nello strazio dell’attesa ansiosa. Il secondo letteralmente fugge sotto la nostra esperienza, ed è già sera, domenica sera, e lunedì si lavora. Eugène Minkowski (1935) riflette e analizza questo fenomeno in maniera lucida ed essenziale, nel suo capolavoro sulla fenomenologia del tempo, “<em>Il  tempo vissuto</em>” evidenziando come l’esperienza in prima persona del tempo possieda qualità trasformative essenziali, e una capacità di alterare anche lo spazio mondano che viviamo, esperienza che il filosofo chiama <em>solidarietà spazio-temporale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di Minkowski, un fondamentale contributo allo studio fenomenologico del tempo è stato definito da due figure fondamentali, così lontane ma anche così concettualmente – a tratti- vicine, ovvero Agostino da Ippona (354-430 d.C) e Henri Bergson (1859-1941).</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il primo è nell&#8217;anima che si effettua la misura del tempo; egli fu quindi il primo autore ad offrire una compiuta analisi del <em>tempo come soggettivamente esperito</em>. L&#8217;esordio del capitolo ventesimo dell&#8217;undicesimo libro delle Confessioni suona così: <em>&#8220;Risulta dunque chiaro che futuro e passato non esistono, e che impropriamente si dice: tre sono i tempi: il passato, il presente e il futuro. Più esatto, sarebbe dire: tre sono i tempi: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro. Queste ultime tre forme esistono nell&#8217;anima, né vedo possibilità altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l&#8217;intuizione diretta, il presente del futuro è l&#8217;attesa&#8221;. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il punto di contatto più esplicito con la filosofia di Bergson, è proprio racchiuso in questa individuazione della realtà temporale in una <em>&#8220;Distensio animae&#8221; </em>nel distendersi della vita interiore dell&#8217;uomo attraverso la percezione attuale (<em>contuitus</em>), la memoria e l&#8217;attesa, nella continuità intima dell’interiorità, che conserva dentro di sé il passato e si protende verso il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei riflettere in questa sede, sul tempo come fenomeno <em>vissuto</em> nel movimento dell’esistenza, sia in alcuni momenti della nostra vita, in modo tipico, universalmente condivisibile, sia accennando ad atipiche alterazioni di questa esperienza originaria che si osservano in alcune forme di sofferenza psicopatologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capolavoro di Virginia Woolf, <em>Le Onde</em>, è un libro bergsoniano: esso presenta la concezione magmatica, fluida, mercuriale del tempo-vissuto: il romanzo è rivoluzionario perché non procede cronologicamente secondo il dispiegarsi della narrativa esistenziale, ma secondo un tempo che è prima di tutto esperito: il passaggio delle onde sulla battigia fa da cornice al fluire delle vite dei protagonisti, che nel parlare di ciò che accade nello spazio tra le loro esperienze mentre da bambini diventano ragazzi, adulti e poi anziani trasmettono l’invariabile pulsare del tempo e soprattutto il richiamo gravitazionale del punto limite, il fenomeno della morte, la mèta più personale di tutte.</p>
<figure style="width: 249px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="irc_mi" src="https://nicolettanuzzo.files.wordpress.com/2014/05/catrin-welz-stein-2.jpg" alt="Risultati immagini per le onde woolf" width="249" height="353" /><figcaption class="wp-caption-text">Io e Rhoda Nicoletta Nuzzo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><em>“La goccia che cade non ha nulla a che fare con la fine della giovinezza. La goccia che cade è il tempo che si assottiglia fino a diventare un punto. Il tempo, che è un pascolo assolato inondato di luce danzante, il tempo, che è vasto come un campo a mezzogiorno, si stacca, si assottiglia, diventa un punto. Questi sono i veri cicli, i veri eventi. Allora, come se tutta la luminosità dell’atmosfera si ritirasse, vedo il fondo nudo. Vedo ciò che l’abitudine ricopre.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>W.Woolf, Le onde, pag 134, Bernard</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo qui descritto non è in alcun modo misurabile: è il tempo della <em>nostalgia</em> del passato (dal greco: <em>dolore-del-ritorno</em>), che dilata il procedere verso l’avvenire, è il tempo rapido e baluginante della corsa verso l’età adulta, è la morbidezza della maternità, il senso di dilatazione dell’Io nel diventare padre, il vertiginoso sprofondare verso la fine, quando per la prima volta i ragazzi incontrano la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dello scorrere fluviale della vita, del divenire, attraversa tutta la filosofia occidentale da Eraclito fino ai giorni nostri. <em>Pànta rei</em>, dal greco, “tutto scorre”, significa che qualsiasi tentativo di rendere il tempo un fenomeno puntiforme e delimitato fallisce, così come un singolo avvenimento all’interno di un’apparente lineare storia di vita non acquista alcun senso estrapolato dal divenire e dalla temporalità vissuta da cui è catturato al laccio. D’altronde, per dirla con le irripetibili dell’autrice stessa: “<em>forse la vita non è suscettibile al trattamento che le facciamo quando proviamo a raccontarla”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il divenire non è un fenomeno solo individuale, come analizza Minkowski, ma sovra-individuale: è il divenire-ambiente, il procedere di tutti, il sincronismo-vissuto:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“…e sento le onde della vita che si infrangono, si rompono contro le mie radici. Odo delle grida, e vedo altre vite che vorticano come pagliuzze attorno ai piloni di un ponte.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Analizzando l’esperienza del tempo in rapporto a come esso è vissuto dalla persona, emerge un fenomeno fondamentale, ovvero quello dello <em>sbilanciamento in avanti</em>: la prevalenza dell’avvenire sul presente e sul passato. Nello stato di salute, l’aver-da-essere di heideggeriana memoria è dato incontestabilmente in maniera più primitiva e basilare rispetto al passato. Esso reca la cifra della spinta propulsiva a creare avanti a sé, a progettarsi uno scopo, a slanciare l’essere verso questo o quell’altro orizzonte, ad essere in-vista-di. Minkowski dipinge a chiare tinte la direzione della vita nel tratteggiare il fenomeno costitutivamente umano ed esistenziale dello <em>slancio vitale. Lo slancio vitale o personale è qualcosa che trascende e sorpassa i singoli scopi, obiettivi o mire esistenziali: è invece una tensione che crea e presentifica l’avvenire come una freccia scoccata, avvolgendo l’essere umano in una guaina che parzialmente lo oblia dalla contemplazione e dalla solidarietà del contatto con il mondo. </em>Viviamo per lasciare un segno, con il nostro progetto, per dare un’impronta personale al divenire. Nel vivere nello slancio, sempre oltre quello che ci accorgiamo di essere, non possiamo fare a meno di perdere qualcosa: momenti di sincronismo, di simpatia, di godimento della pura gioia di vivere. Minkowski definisce questo carattere fondamentale dell’esistenza<em>: fattore di perdita o di limitazione</em>: non possiamo dedicarci alla realizzazione del nostro progetto senza che qualcosa, lungo la strada, venga perduto: corridoi di possibilità, riposo, contemplazione. Ma non si può vivere nemmeno di sola contemplazione perché  non possiamo fare altro che avanzare, in un a armonia mai del tutto compiuta ma già-data con il divenire-ambiente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><em>Nostalgie </em></strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Perché i primi tre decenni di vita sono così viscosi, gravidi di possibilità, lenti nel loro saturarsi, tesi come si è nella nostra dialettica di realizzazione personale, mentre tutto oltre la collina precipita, sembrano anni così veloci, così impietosi, così uguali tra loro, dopo i quaranta? È solo senso comune o è un viver-comune?</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa consapevolezza che cantano i Pink Floyd nella loro celebre “<em>Time</em>”, in cui lo stesso sole, lo stesso giorno assume un’urgenza, una durata e un senso del trascorrere profondamente diverso in momenti specifici e distanti nella vita:</p>
<p style="text-align: center;"><em>Tired of lying in the sunshine staying home to watch the rain.</em><br />
<em>And you are young and life is long and there is time to kill today.</em><br />
<em>And then one day you find ten years have got behind you.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>No one told you when to run, you missed the starting gun. […]</em><br />
<em>So you run and you run to catch up with the sun but it&#8217;s sinking</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Racing around to come up behind you again.</em><br />
<em>The sun is the same in a relative way but you&#8217;re older</em><br />
<em>Shorter of breath and one day closer to death. </em></p>
<p style="text-align: justify;">È innegabile il prevalere, negli ultimi anni della vita, della tonalità emotiva della nostalgia, in cui il passato sembra diventare più luminoso, salvaguardato come un altare, un recondito tempio che si crede custodisca ormai l’Io, ora che l’avvenire è così <em>corto</em>, proprio così, non si può che esprimersi con una metafora spaziale, gli ultimi metri prima di un dosso. L’io è nello slancio, nel divenire, ma non è questa le esperienza dell’anziano: è il passato che inonda lo spazio e ingravida ambienti familiari di luminossissimi ricordi. <em>“Pensa ai giorni sacri che abbiamo passato insieme, e questi giorni invece davanti a noi come dei rettilinei..”</em>, canta il gruppo emiliano “<em>Le luci della centrale elettrica</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="irc_mi aligncenter" src="http://www.stateofmind.it/wp-content/uploads/2016/06/La-funzione-protettiva-della-nostalgia-680x365.jpg" alt="Risultati immagini per nostalgia" width="381" height="204" /></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia è per Agostino il “presente del passato”; la prevalenza del <em>non-più</em>, secondo Heidegger. Il rovesciamento della prevalenza dell’avvenire di cui abbiamo fatto accenno nell’esperienza comune del tempo. Questo ribaltamento riflette una marcata diminuzione delle possibilità di azione e di passione fruibili nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il mondo dei vecchi, di tutti i vecchi, è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria. Si dice: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Aggiungerei: tu sei quello che ricordi, i ricordi che non hai lasciato cancellare e di cui sei rimasto il solo custode.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Bobbio, <em>De Senectute</em></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia non riguarda solo il sentimento della perdita e del non-più… ma possiede in sé anche una <em>possibilità creatrice</em>: il guardare indietro per chiudere il cerchio e illuminare di un nuovo senso il futuro attraverso il <strong>ricordo-rielaborazione, </strong>come la sintesi che chiude una dialettica esistenziale e trasforma gli avvenimenti del passato come alla-luce-di. La nostalgia possiede, quindi, un potere di sintesi e di trasformazione del già-vissuto, prova di come nessun avvenimento possa restare fisso e inalterabile nel suo significato all’interno dell’economia della storia di vita. In alcune psicopatologie avviene un’alterazione fondamentale dell’esperienza del tempo: Minkowski analizza soprattutto l’esperienza schizofrenica, ma anche forme particolari di stati depressivi e disturbi bipolari (1935); vorrei in questa sede concentrarmi sulle peculiari alterazioni tipiche del mondo degli ossessivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="color: #000000;"><strong><em>Tempo ossessivo e modo dell’anticipazione</em></strong></span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<figure style="width: 342px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="irc_mi" src="https://www.bitculturali.it/online/wp-content/uploads/2015/04/dali.jpg" alt="Risultati immagini per dalì orologi molli" width="342" height="256" /><figcaption class="wp-caption-text">La persistenza della memoria S. Dalì, 1931</figcaption></figure>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo nelle forme esperienziali dell’ansia ossessiva è continuamente <em>avanti</em>, ma in maniera più radicale e sintomatica di quanto accade nell’esistenza sana, e non avanti nel senso “sintonizzato sul proprio progetto in vista della propria finitezza”, ma è il tempo del ritardo, è un conto alla rovescia che non riesce a stare sullo sfondo ma che s’impone davanti, impregnando il mondo della vita di un’angoscia di morte.  Gli obiettivi sono corse, i traguardi e le scadenze. Come emerge cristallino nelle parole di Letizia, paziente descritta da Eugenio Borgna: “<em>Il tempo scorre così veloce, e non si riesce a fermarlo, ed è l’immagine della morte</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro si mangia il presente, ma non nel modo dell’intreccio, della dialettica e del dialogo, ma come una vernice che cola, non è il mio progetto che mi parla, non la morte in senso finalistico, ma in senso corrosivo, che richiama all’impotenza e non alle possibilità. È un tempo in cui non mi sento a casa, è il tempo fluido e cronometrico della modernità, che appare in forma di clessidra, un oggetto in cui è difficile ignorare lo svuotarsi di un’esistenza che tra-scorre.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come può essere sbilanciato in avanti, il tempo ossessivo può anche, in alcune forme, essere viscoso, impregnato di passato. Pensiamo alle forme di <em>hoarding</em> compulsivo in cui l’individuo compartimentalizza l’intera esistenza nel timore di perderla, fissando istanti e oggetti apparentemente inutili, in realtà intrisi di un passato impossibile da scrostare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Non c’è mai fine ad un’azione (a un pensiero, a un’immaginazione, a un impulso) che non si concluda: (…) nell’esperienza anancastica questo ristagnare del passato, questa incompiutezza del passato (di ciò che si è fatto e si è pensato nel passato) altro non è che la conseguenza dell’impossibilità di progettarsi nel futuro. E ancora una volta sarà essenziale ripercorrere la storia di vita del paziente per individuare il suo percorso e il suo personalissimo scacco esistenziale.”</em></p>
<p><em>V.Von Gebsattel</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><em>Nonstalgie postmoderne –e non solo- : fotografare tutto</em></strong></h3>
<h3><strong><em> <img loading="lazy" class="irc_mi alignright" src="https://instagramersitalia.it/wp-content/uploads/jazzyfizzle.jpg" alt="Risultati immagini per fotografare instagram" width="228" height="228" /></em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino descrive, ne “Gli amori difficili”, l’avventura di un fotografo. Il protagonista, estremamente riflessivo e poco naturale nel vivere l’esperienza del momento, non riesce a capire cosa porti i suoi amici a scattarsi foto in ogni momento. Afferma che questo è “<strong>vivere il presente come ricordo del futuro</strong>”: le parole di Calvino, che arrivano per bocca del rigido impiegato protagonista, risuonano di una modernità impressionante.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. [&#8230;] Basta che cominciate a dire di qualcosa ‘Ah, che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!’ e siete già nel terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.”</p>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino, ‘Gli amori difficili’(1958) <em>l’avventura di un fotografo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Parole che non sembrano così lontane,  soprattutto se ci guardiamo attorno attualmente e scopriamo che, grazie ai social network come Instagram, Facebook e altri, è sempre più diffusa la tendenza a catturare ogni istante di una esistenza pre-confezionata e patinata, presentarla in modo affettato e stereotipato per averla lì, da riguardare e <em>scrollare</em>, con la presunzione dell’eternità, della fissità e dell’inviolabilità del ricordo. Io non sono più genuinamente presso il momento presente, ma lo vivo già nel modo del ricordo, del visto-e-condiviso, del commentato e del catturato al laccio da un’alterità incontrata solo come spettatore. Si deve tuttavia precisare che è molto diverso il modo del fotografare di vent’anni fa, analogico, lento e nostalgico, rispetto alla contemporaneità delle vetrine social, in cui avvengono quei non-incontri o quegli incontri parziali, ma pur sempre importanti, di cui già Calvino aveva intuito la non minore valenza. Ci si incontra mai davvero o i nostri tempi -luoghi- dell&#8217;incontro autentico sono come nastri che scorrono paralleli? Per dirla con le parole immortali di Montale:</p>
<div class="post-content">
<p style="text-align: center;"><em>Non c’è un unico tempo: ci sono</em><br />
<em>molti nastri che, paralleli, slittano</em><br />
<em>spesso in senso contrario e raramente</em><br />
<em>s’intersecano. È quando si palesa</em><br />
<em>la sola verità che – disvelata –</em><br />
<em>viene subito espunta da chi sorveglia</em><br />
<em>i congegni e gli scambi. E si ripiomba</em><br />
<em>poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo</em><br />
<em>solo i pochi viventi si sono riconosciuti</em><br />
<em>per dirsi addio, non arrivederci.</em></p>
<p style="text-align: center;">E.Montale, <em>Tempo e tempi</em>, Satura (1971)</p>
</div>
<hr />
<h3><span style="color: #eb6238;">Bibliografia</span></h3>
<ul>
<li>Minkowski, <em>Il tempo vissuto</em> (1935)</li>
<li>Calvino, <em>Gli amori difficili</em> (1958)</li>
<li>Borgna, <em>Il tempo e la vita</em> (2015)</li>
<li>Woolf, <em>Le Onde</em> (1931)</li>
<li>Stanghellini, G., Ballerini, A. (1992) <em>Ossessione e rivelazione</em>. Torino: Bollati Boringhieri.</li>
<li>Stanghellini, G.,Muscelli, C. (2007) Real persons’ experiences of contamination obsessions: hypothesis from a Strausian analysis, <em>SAJP Editorials</em>, 13, <em>3, 79-82.</em></li>
<li>Straus, E.W. (1948). <em>Sull’ossessione: uno studio clinico e metodologico</em>. Roma: Giovanni Fioriti Editori.</li>
<li>Minkowski, E. von Gebsattel, V. Straus, E. (1967) <em>Antropologia e psicopatologia</em>. Ried. (2013) Roma: Anicia editore</li>
<li>Minkowski, E., Straus, E.W, Kuhn, R.,Leoni F. (a cura di).(2001). <em>Follia come scrittura di mondo.</em> Milano: Jaca Book.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Mondi Asperger ed evidenze naturali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 08:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[asperger]]></category>
		<category><![CDATA[autism spectrum disorders]]></category>
		<category><![CDATA[autismo]]></category>
		<category><![CDATA[clinica]]></category>
		<category><![CDATA[clinical psychology]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[esistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
		<category><![CDATA[Asperger]]></category>
		<category><![CDATA[Doc]]></category>
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					<description><![CDATA[“Gli aspetti di cose per noi importantissime sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità. Si è incapaci di notare qualcosa perché la si ha sempre davanti agli occhi. I veri fondamenti di un’indagine non colpiscono affatto l’uomo che la compie.” WITTGENSTEIN Le regole sociali implicite sono talmente chiare alla maggior parte della popolazione &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/mondi-asperger-ed-evidenze-naturali/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Mondi Asperger ed evidenze naturali</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/asperger-squarette.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-287 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/asperger-squarette.jpg" alt="" width="143" height="125" /></a>“Gli aspetti di cose per noi importantissime sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità. Si è incapaci di notare qualcosa perché la si ha sempre davanti agli occhi. I veri fondamenti di un’indagine non colpiscono affatto l’uomo che la compie.”</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">WITTGENSTEIN</p>
<p style="text-align: justify;">Le regole sociali implicite sono talmente chiare alla maggior parte della popolazione che <em>non hanno bisogno di essere indicate</em>, mentre per le persone nello Spettro, in diversa misura, possono non essere chiare <em>nemmeno se esplicitate</em>. La difficoltà a comprendere le sfumature affettive, le emozioni e i desideri che costituiscono la complessità del mondo sociale abbiamo visto essere il nucleo sintomatologico fondamentale dei Disturbi dello Spettro dell’autismo. Ma di che natura sia l’incapacità a comprendere l’altro è un’indagine tutt’ora problematica che si alimenta di posizioni teoretiche spesso inconciliabili. L’argomento classico in psicologia cognitiva fa riferimento alla nota teoria della “<em>Teoria della mente” </em>(Leslie, Baron Cohen 1986) : conosciamo gli altri per mezzo di un processo di natura inferenziale e deduttiva, adottando un atteggiamento teoretico, scientifico e per così dire “freddo”: gli stati mentali (sia epistemici che motivazionali) sono soltanto inferibili, postulabili; una rappresentazione interna dell’altro che si struttura di pari passo alla maturazione cognitiva. Una concezione simile affonda le sue radici nella netta separazione –cartesiana- tra coscienza individuale e mondo: l’<em>alter-ego </em>diviene l’esterno inconoscibile e “dubitabile”, sondabile solo mediante l’esercizio di una ragione solitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi dell’esperienza palesa da subito come il fondamento della conoscenza abbia fin dall’inizio un carattere intersoggettivo e non ci sia un momento in cui la mia individualità non sia rivestita di quel carattere di socialità e condivisione che è così profondamente umano. Le critiche a questo paradigma, sorprendentemente, non giungono solamente dall’analisi filosofica e fenomenologica, bensì dalla medesima ricerca empirica. Non ci soffermeremo in questa sede al contributo fondamentale che la scoperta dei <em>neuroni specchio </em>ad opera del gruppo di Rizzolatti (2005) ha fornito, portando alla luce una forma di “empatia” più incarnata ed informata dalla situazione contestuale in atto, rispetto alla freddezza e al cartesianesimo che impronta l’approccio mentalistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamo riferirci a dirette evidenze derivanti da esperimenti che hanno smentito il postulato stesso che i soggetti autistici non possedessero la teoria della mente: <em>i soggetti Asperger con intelligenza nella norma tendenzialmente <strong>non </strong>falliscono nei compiti di falsa credenza di primo e di secondo ordine! </em>Negli adulti con autismo lieve, infatti, si è notata una stretta correlazione tra capacità di superare i test classici di ToM e QI verbale, indipendentemente dalle abilità sociali nella vita reale e molti partecipanti si sono rivelati in grado di superare i test di laboratorio al pari delle persone neurotipiche (Scheeren et al., 2013); infatti, il 15% &#8211; 60% dei soggetti nello spettro superano i test delle false credenze ; gli adulti con autismo al alto funzionamento o con SA superano il test attribuiendo stati mentali, come credenze e desideri agli altri in compiti espliciti e verbali (Bowler, 1992).</p>
<figure id="attachment_205" aria-describedby="caption-attachment-205" style="width: 317px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-205" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02.jpg" alt="&quot;Between Lock and key&quot; Copyright by Josephine Cardin" width="317" height="317" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02.jpg 650w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-Between-Lock-and-Key-2015_02-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" /></a><figcaption id="caption-attachment-205" class="wp-caption-text">&#8220;Between Lock and key&#8221;<br />Copyright by Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Questi studi dimostrano che, al contrario di quello che concettualizzano le teorie classiche di psicologia cognitiva, <em>non si tratta di un problema razionale</em>; non c’è alcuna “pecca” nella capacità logica di inferenza. La deduzione è uno dei processi fondamentali che l’Asperger ad alto funzionamento utilizza, insieme ad altri algoritmi costruiti nel tempo, per conoscere la realtà e tentare di regolare la propria vita. Anzi, la razionalità è eccessiva, come vedremo, invade il campo; poiché deve compensare un’assenza fondamentale: <em>la pre-comprensione intuitiva e naturale delle cose, l’accordatura emotiva con la situazione in corso. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni Asperger si comportano come dei veri e propri scienziati, investigatori, antropologi, mentre si muovono nel mondo: molti raccordi razionali li aiutano a desteggiarsi nel “ginepraio delle regole sociali”: come il bambino concettulizzato della ToM conosce gli altri con il puro esercizio della ragione: quindi non li conosce affatto! È come se fosse ben equipaggiato per risolvere un problema che va risolto con tutt’altri mezzi. Come afferma efficacemente Temple Grandin, in una metafora ormai paradigmatica, sono come <em>antropologi su Marte</em>: conoscitori dell’umano in un posto dove manca l’oggetto di studio. A volte Temple si chiedeva se gli altri bambini fossero tutti telepatici: c’era tra loro qualcosa di rapido, sottile, in continuo mutamento: uno scambio di significati, una contrattazione, una velocità di comprensione per lei eccezionale.    Oggi Temple conosce la sua difficoltà, ne è intellettualmente consapevole e fa del suo meglio per compensare, investendo sforzi ed energie di calcolo immense per sviscerare problemi che gli altri comprendono senza nemmeno bisogno di pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">La difficoltà a connettersi con gli altri e a comprenderli, la perenne sensazione di essere “fuori sincronia” e il senso di solitudine, fanno sentire molte di queste persone “Alieni intrappolati in un corpo umano” (Moscone e Vagni, 2012a).</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Non è un problema del mio pensiero, il mio pensiero è lucido, è il cervello ancestrale, quello che controlla le emozioni”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">Luisa di Biagio, Asperger</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in che senso il problema riguarda <em>le emozioni</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere la natura dello scacco esperienziale ed esistenziale che caratterizza l’Asperger ci avvaleremo dell’interpretazione fenomenologica di un concetto coniato da <strong><span style="color: #993300;">Blankenburg</span></strong> alla fine degli anni ’60 nell’analisi delle schizofrenie pauci-sintomatiche e delle fasi prodromiche delle psicosi deliranti. Con alcune differenze e tenendo presente le specificità eziopatogenetiche di queste realtà cliniche al confronto con gli autismi ad alto funzionamento, ci accorgiamo di come molte sfumature fenomenologiche siano sovrapponibili ed ampliabili anche a diversi tipi di psicopatologia; il fenomeno in oggetto è chiamato “<em>evidenza naturale</em>”, qualcosa che può essere spiegato solo quando si smette di esperirla, che riguarda l’alterazione basilare dell’essere-nel-mondo dell’esserci. Gli stati d&#8217;animo non sono infatti contenuti di coscienza privi di un aggancio al mondo, non ci chiudono in noi stessi allontanandoci dalle cose, ma sono esperiti come atmosfere diffuse che influenzano in profondità la maniera stessa in cui il mondo ci si appalesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nota Heidegger, sono parte della struttura intenzionale delle esperienze, forme fondamentali di <em>apertura </em>al mondo nella sua totalità. Il mondo-della-vita è in questo senso sfondo, orizzonte non tematico di «un’esperienza possibile di cose», entro il quale si esplicano le nostre intenzionalità e si collocano le nostre azioni:</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;emozione, pertanto, non è nella testa del soggetto, ma nell&#8217;incontro con il mondo. Scrive Annalisa Caputo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“(&#8230;) ogni nuova emozione è un&#8217;accordatura nuova tra uomo e mondo, e ogni nuovo pensiero ed ogni nuova azione non può che seguire questo variare, (&#8230;) non può che sostenersi di queste accordature affettive.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non soltanto gli stati emotivi e sensoriali hanno <em>proprietà fenomeniche</em>, ovvero condizionano i modi fondamentali di fare esperienza, ma ogni esperienza percettiva è informata dalle valenze, dai sentimenti, dalla storia personale e dall&#8217;interesse: anche gli stati di coscienza, come essere situati nei modi dell&#8217;attesa o del dubbio, fanno un effetto diverso e corrispondono ad una differente apertura di mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">La <span style="color: #993300;"><strong><em>situazione affettiva </em>(<em>Befindlichkeit</em>)</strong></span> cioè il modo originario di trovarsi e <em>sentirsi </em>nella realtà è &#8220;una specie di prima prensione globale del mondo&#8221; che fonda in qualche modo la sua comprensione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">L’essere emotivamente intonati con il mondo, avere il “<em>rimando</em>” emozionale non è una qualità accessoria dell’esperienza, ma la sua fondazione: la comprensione emotivamente situata permette di interessarci, di fidarci, di possedere il mondo e le sue regole, di intuire la posizione esistenziale dell’altro ed essergli vicino: tutto ciò, in maniera totalmente <em>pre-logica. </em>L’esercizio della ragione in termini di algoritmi, regole sovraordinate, schemi di riferimento e routine interverrebbe nell’esperienza i maniera massiccia solo laddove mancasse questa qualità fondamentale della connessione. La ragione poco &#8220;informata&#8221; emotivamente, però, non può tendere che asintoticamente alla comprensione genuina!</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Ricordo chiaramente il momento in cui seppi, la sensazione era indiscutibilmente quella, che la realtà era altrove. Io ero troppo diversa da tutto e da tutti. O meglio: tutti e tutto erano troppo diversi da me! Non sapevo con esattezza quale fosse la verità, ma sapevo che c’era. Nulla mi apparteneva e io non appartenevo al mondo in cui mi ero ritrovata. (…) La prima alternativa che avevo ipotizzato era molto vivida ma piuttosto angosciante: in base a quel ragionamento, io ero <em>un sogno</em>.”</p>
<p style="text-align: right;">Luisa di Biagio, <em>Asperger </em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Possiamo ora comprendere come le fantasie, fino ad arrivare al franco delirio siano possibili soltanto dove manchi la costituzione ontologica dell’esserci, l’aggancio pre-riflessivo all’esistenza, quello che Minkowski efficacemente definisce “<em>il contatto vitale con la realtà</em>”, che possiamo affiancare concettualmente all’evidenza naturale di cui parla Blankenburg, un vibrare unisono di Io-mondo-altro che è la condizione fondamentale dell’agire e del patire.</p>
<p style="text-align: justify;">Blankenburg, in realtà, fa esplicito riferimento alla fenomenologia dell’autismo, scrivendo a proposito del crollo della costituzione trascendentale del Sé e del Mondo, ovvero all’origine dei presupposti dell’esperienza comune, affermando che l’analisi dell’evidenza naturale consente di cogliere <em>in statu nascendi </em>la radice dei disturbi che riguardano il rapporto profondo con la realtà mondana. In altre parole, quelle patologie che manifestano <em><strong><span style="color: #993300;">una difettualità dell’ipseità</span></strong>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’autismo come povertà del contatto con il mondo che già Minkowski descrisse sembra potersi avvicinare in misura maggiore rispetto alle teorie razionaliste della moderna <em>social cognition </em>a “<em>quell’assenza di fondamento basale che Blankenburg esplora come perdita dell’evidenza, divenendo l’autismo nel suo significato più profondo il negativo di una cornice vuota, una cornice in cui è stato sottratto il quadro del mondo, la potenzialità del contatto, la categoria dell’essere come naturalmente situato con l’altro</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;">È descritto frequentemente in letteratura, infatti, non solo l’emergere di una sintomatologia psicotica in età tardo adolescenziale o adulta in soggetti diagnosticati come Asperger, ma anche una frequente sovrapposizione e confusione diagnostica, a dimostrare come le difettualità nell’accesso al mondo nei termini di esperienza basilare delle cose possano spiegare la co-occorrenza o la trasformazione di alcune psicopatologie in altre.</p>
<hr />
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #993300;">AS e DOC: l&#8217;insicurezza ontologica</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Sono un Aspie. Ho imparato la teoria della probabilità e come calcolare ogni caso. Funziona. Tutto nella vita è incerto, ma sapere quanto incerto talvolta aiuta.”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Anonimo dal web </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’esempio di cui sopra è tratto da un forum on-line in cui gli utenti si fanno a vicenda alcune domande e valutano le risposte con vari gradi di soddisfazione: la domanda in questione era “<em>Come fa qualcuno con Asperger ad affrontare le incertezze della vita</em>?”. Come abbiamo visto, la risposta ad una diffusa atmosfera emotiva di incertezza è il ricorso alla iper-razionalizzazione. I dati della letteratura riportano una comorbilità tra l’AS e il DOC che si attesta tra il 12,5 al 17,5%27; l’esperienza clinica suggerisce anche confini diagnostici non sempre netti tra le forme lievissime di Asperger e i disturbi di personalità ossessivi. Infatti, si sono osservate alcune caratteristiche comuni che lo spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi condivide con le forme di autismo ad alto funzionamento, come, ad esempio, l’aderenza ad un sistema impersonale di regole, l’insistenza a reiterare le medesime routine (<em>insistence on sameness</em>), la tendenza al perfezionismo, la presenza di interessi ristretti e stereotipati, le difficoltà nell’empatia emotiva (Baron-Cohen, Wheelwright, 1999); si sono riscontrate anche sintomatologie compulsive nei quadri autistici, come comportamenti di ordinamento compulsivo, <em>checking </em>e <em>hoarding </em>(McDougle et.al.,1995).</p>
<figure id="attachment_204" aria-describedby="caption-attachment-204" style="width: 318px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-204" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin.jpg" alt="copyright Josephine Cardin" width="318" height="318" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin.jpg 1240w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-150x150.jpg 150w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-300x300.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/09/Josephine-Cardin-1024x1024.jpg 1024w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" /></a><figcaption id="caption-attachment-204" class="wp-caption-text">copyright Josephine Cardin</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista fenomenologico, al contatto con il paziente, mettendo per un attimo da parte il meccanismo patogenetico, si può notare un’atmosfera emotiva comune: <em>un sostanziale stato di insicurezza ontologica, </em>che deriva da una fondamentale alterazione del rapporto con la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il clima emotivo è quello del dubbio, quasi, diremmo, iperbolico, che invade ogni aspetto della realtà: il dubbio è possibile solo in assenza di quel sentimento di ‘<em>rightness</em>’, di fiducia, di giustezza del mondo, che è prima di tutto una relazione emotiva, una <em>simpatia</em>. La rottura, o la mancata costituzione di una relazione simpatetica con il mondo, l’assenza dell’evidenza naturale nell’esperire di volta in volta questa o quella situazione alimenta un senso di <em>imperfezione </em>di jaspersiana memoria, l’impossibilità che Anna R. ci raccontava, di “lasciare le cose essere”. Questo perché l’<em>ipseità </em>nel suo schiudersi in azione è già parziale. Infatti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Nessun dubbio cartesiano può andare oltre i sensi”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il ricorso ad un ordine stabilito, impersonale e rigido, sia nelle azioni quotidiane che nella disposizione degli spazi abitativi si configurerebbe come un baluardo a difesa dal ‘caos’ di un mondo intimamente incomprensibile o fondamentalmente nocivo.</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #993300;">BIBLIOGRAFIA</span></strong></p>
<ul>
<li>Blankenburg, W. (1967) <em>La perdita dell’evidenza naturale: un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche</em>, Raffaello Cortina editore, Milano.</li>
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</ul>
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		<title>Lo specchio infranto</title>
		<link>https://www.robertatoso.it/lo-specchio-infranto-dalla-psicologia-alla-fenomenologia-dellempatia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 22:04:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[intersoggettività]]></category>
		<category><![CDATA[phenomenology]]></category>
		<category><![CDATA[research]]></category>
		<category><![CDATA[social cognition]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla psicologia alla fenomenologia dell’empatia “Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quello che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso o gesto rispondono dallo specchio &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/lo-specchio-infranto-dalla-psicologia-alla-fenomenologia-dellempatia/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Lo specchio infranto</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/Coppia-riflessiva-Chagall-particolare-dal-Crepuscolo1.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-167 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/Coppia-riflessiva-Chagall-particolare-dal-Crepuscolo1.jpg" alt="" width="142" height="142" /></a>Dalla psicologia alla fenomenologia dell’empatia</h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-168 alignright" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7.jpg" alt="cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7" width="215" height="288" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7.jpg 236w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/cf781e807b55bc8e8dfb7071e573aac7-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /></a>“Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quello che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso o gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi di continuo negli occhi, ma non si amano.</p>
<p style="text-align: justify;">Italo Calvino, <em>le città invisibili</em> (1972)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’enigma dell’altro e dell’esperienza empatica è da sempre stato un problema centrale nel dibattito filosofico e nella ricerca psicologica: l’esperienza dell’alterità è profondamente strutturante: ci determina, ci deforma e ci trasforma, tessendo la trama del nostro mondo culturale e sociale. L’etimologia greca del termine “empatia” rimanda a <em>ἐν (en)</em>, &#8220;in&#8221;, e &#8211;<em>πάθεια (pàtheia)</em>, dalla radice <em>παθ</em>&#8211; del verbo <em>πάσχω</em>, &#8220;soffro&#8221;, sul calco del tedesco <em>Einfühlung, “sentire dentro”</em>); con essa si intende la capacità di comprendere lo stato d&#8217;animo e la situazione emotiva di un&#8217;altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale. Con l’ausilio del movimento all’interno della tradizione fenomenologica mi accosterò al fenomeno dell’<em>empatia</em> dalla tradizione mentalistica ad una lettura che vede il rovesciamento del modello classico alla luce dell’analisi dell’esperienza del nostro aurorale con-esserci.</p>
<hr />
<h4 style="text-align: justify;"><em>Come comprendiamo gli altri: teoria, simulazione, analogia?</em></h4>
<p style="text-align: justify;">L’argomento classico in psicologia cognitiva fa riferimento alla nota teoria della <strong>Teoria della mente</strong>: conosciamo gli altri per mezzo di un processo di natura inferenziale e deduttiva, adottando un atteggiamento teoretico, scientifico e per così dire “freddo”: gli stati mentali (sia epistemici che motivazionali) sono soltanto inferibili, postulabili; una rappresentazione interna dell’altro che si struttura di pari passo alla maturazione cognitiva. Una concezione simile affonda le sue radici nella netta separazione –cartesiana- tra coscienza individuale e mondo: l’<em>alter-ego </em>diviene l’esterno inconoscibile e “dubitabile”, sondabile solo mediante l’esercizio di una ragione solitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi dell’esperienza palesa da subito come il fondamento della conoscenza abbia fin dall’inizio un carattere intersoggettivo e non ci sia un momento in cui la mia individualità non sia rivestita di quel carattere di socialità e condivisione che è così profondamente umano. Tuttavia ci si chiede come avvenga questo incontro, fra l’Io e la pluralità, ovvero in che modo incontriamo l’altro? L’<em>Ego</em> <em>cogito</em> cartesiano, così come l’<em>Io penso </em>kantiano, ovvero quella forma di soggettività assoluta demondanizzata e disincarnata, è <em>del tutto incapace di incontrare l’altro</em>; anzi, l’esistenza dell’altro costituisce per lei uno “scandalo” di tali proporzioni da non essere risolvibile nemmeno con la più raffinata delle dialettiche: senza contemplare un’esperienza originaria dell’altro, in che modo la coscienza dell’ “Io” può divenire coscienza dell’altro?</p>
<p style="text-align: justify;">Un argomento classico in fenomenologia è rappresentato dalla nozione di <em>analogia</em>: la sola mente alla quale ho accesso diretto è la mia, mentre la possibilità di accedere alla sfera mentale altrui è sempre mediata dal suo comportamento corporeo: osservando come il mio corpo e il corpo degli altri sia influenzato e agisca in maniera simile, inferisco per analogia che il comportamento degli altri è associato ad esperienze simili a quelle che ho io stesso quando mi comporto così. <strong>Husserl</strong> fa propria questa argomentazione, sostenendo che l’altro venga incontrato mediante una “<em>presa analogizzante</em>”: viene per così dire appaiato al mio modo di sentire, a partire dalla percezione di similarità dei modi di reagire della carne. <strong>Scheler</strong> ci aiuta a trovare delle criticità in questa teoria: essa è ancora legata ai limiti della prima fenomenologia, ovvero ad una netta distinzione tra una sfera <em>intramentale</em> –la coscienza, che deve essere <em>inferita</em>&#8211; ed una comportamentale della quale si fa diretta esperienza. Non siamo perciò così distanti dai presupposti generali del <em>mentalismo</em>: il problema concettuale delle altre menti –come <em>uscire</em> dalla nostra ed <em>entrare</em> nella <em>loro</em>?- erede della filosofia cartesiana e del monadismo delle coscienze.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro gruppo di teorie chiamano in causa invece il concetto di <em>simulazione</em>, figlia, per così dire, dell’argomento dell’analogia. La <strong>teoria della simulazione esplicita</strong> di Goldman sostiene che la radice della comprensione della mente altrui risiede nell’abilità di proiettarmi nei “panni mentali” dell’altro attraverso <em>l’esercizio della simulazione</em> della situazione che esperisce <em>l’alter ego</em> e della proiezione della stessa sull’altro. Si potrebbe obiettare: se io proietto i risultati della mia <em>simulazione</em> sull’altro, quello che comprendo è solo me stesso in una situazione analoga a quella in cui si trova l’altro, non necessariamente l’altro. Il processo simulativo, per sua stessa definizione, ha come protagonista me, e si declina in uno sforzo immaginativo che potrebbe essere un reiterare noi stessi. Dove incontro l’altro nella <em>possibilità della sua diversità</em>?  Le neuroscienze supportano l’idea della simulazione, portando il fenomeno su un piano però implicito e sub-personale: mi riferisco alla scoperta dei <strong>neuroni specchio</strong>. Un gruppo di ricercatori guidati dal professor Giacomo Rizzolatti osservarono, durante una serie di ricerche sull’area premotoria della corteccia cerebrale dei macachi, che nell’area F5 , rivelatesi più eterogenea di quanto si pensasse inizialmente dal punto di vista strutturale e funzionale, vi erano dei neuroni che rispondevano non solo quando la scimmia effettuava una determinata azione, ma anche quando osservava lo sperimentatore compiere la stessa azione; tali neuroni presero l’evocativo nome di neuroni specchio o <em>mirror, </em>(Rizzolatti et al., 1996a; Gallese et al., 1996) proprio in virtù della capacità loro propria di ‘rispecchiamento’ dell’azione osservata e di quella compiuta ad essi sottesa. La proposta che la comprensione del comportamento altrui (per lo meno ai livelli più semplici) venga gestita da processi di <em>simulazione</em> pre-riflessivi, automatici e scolpiti dall’esperienza percettiva dell’individuo offre un’alternativa deflazionaria ai vari tentativi di spiegare i meccanismi soggiacenti allo sviluppo della cognizione sociale per mezzo della teoria inferenziale deduttiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Le medesime riserve succitate possono essere trasferite alla teoria della <strong>simulazione implicita</strong>: il problema principale resta appunto: quale nesso c’è tra simulazione e comprensione? Tra capacità di simulare un comportamento e comprensione profonda delle intenzioni non c’è un nesso di fondazione: <em>la capacità di imitare o simulare anche perfettamente un’azione non svolge alcun ruolo nella sua comprensione!<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò è stato detto anche per quanto riguarda la comprensione delle emozioni; “il cervello costruisce parte della conoscenza sociale simulando lo stato emozionale di una persona osservata: noi sappiamo come si sentono le altre persone perché rispecchiamo i loro sentimenti<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>” Se l’empatia è rispecchiamento, chi vedo in uno specchio se non me stesso? Attivare i sentieri delle abitualità corporee iscritti nella carne significa davvero comprendere l’intenzionalità delle azioni? O soltanto riconoscerle come parte del nostro repertorio di gesti quotidiani? Se simuliamo l’azione nella carne possiamo averla <em>riconosciuta</em>, ma per comprendere l’intenzione, non dovremmo simulare l’intenzione stessa -nelle sue coordinate storiche ed esistenziali- e non semplicemente un engramma motorio? Sicuramente è presente una forma di <em>risonanza</em> neurale delle azioni comuni, e questa può essere la base per la comprensione, perlomeno a bassi livelli, ma è certo che il fenomeno non può esaurirsi in questa concettualizzazione, soprattutto se lasciamo fuori la polarità fondatrice e costitutrice del senso delle azioni<em>: il mondo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attivazione dei <em>neuroni mirror</em> può essere concepita come l’afferramento del senso di quello che l’altro sta compiendo <em>nel mondo</em>, come l’attivazione di strutture geneticamente programmate per l’iscrizione di rimandi di senso condiviso: una carne (il cervello) che si è <em>mondanizzata con l’esperienza</em>.  Per una comprensione genuina dell’altro non devo soltanto cogliere ciò in cui esso è simile a me: la tradizione fenomenologica mette l’accento su una forma di comprensione più profonda e più squisitamente esistenziale: <em>tutto ciò che mi separa e mi rende diverso da ‘te’.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<hr />
<h3 style="text-align: center;"><em>L’intimità della differenza</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-297 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3.jpg" alt="" width="175" height="131" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3.jpg 800w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3-300x225.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2016/01/escher-3-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 175px) 100vw, 175px" /></a>&#8220;Ma solo pensare a te.<br />
Non è una figura che viene<br />
una nitida traccia.<br />
È come cadere in un posto<br />
con un po’ di dolore.&#8221;</p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">Mariangela Gualtieri, ‘<em>Alcesti</em>’<br />
Bestia di Gioia (2010)</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque nell’aggancio che abbiamo definito pre-riflessivo all’altro io provo davvero il dolore, la gioia, la tristezza dell’altro? Secondo <strong>Edith Stein</strong> quando esperiamo gioia perché l’Altro è <em>felice non esperiamo una gioia originaria</em>: quell’emozione non sorge dalla corrente temporale dei miei vissuti, non si apre all’interno della mia storia di vita e non sarà nemmeno, a posteriori, ricordata e storicizzata come mia. La gioia “empatizzata” è vissuta come originaria dall’altro, ma non da me; in pratica, immedesimarsi nell’altro, perfino essere presso la sua accordatura emotiva, essere nella gioia perché lui è nella gioia non significa provare la <em>sua</em> gioia, avere il suo mondo, essere <em>lui</em>. La sua gioia scaturisce dal suo essere tempo e storia e attese irriproducibili, per forza <em>disallineate</em> dalle mie.</p>
<p style="text-align: justify;">Se le emozioni sono atti intenzionali che creano oggetti, l’oggetto a cui tende la gioia dell’altro non è lo stesso mio: l’oggetto del nostro sentire è l’Altro, non il suo pezzo di mondo –la donna che lo ha fatto innamorare e per la quale prova gioia e amore-; quindi <em>la condivisione dell’emozione non consiste nell’avere lo stesso oggetto intenzionale come correlato dell’emozione. </em>Il modo di <em>datità</em> dell’altro, ovvero come l’altro si dà alla mia esperienza è sempre quello di un <em>essere come me, ma distinto da me</em>.    Esso è sempre per me un mistero, eternamente mi si sottrae, per <strong>Levinas</strong> “sfugge alla mia presa<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>”; l’altro è qualcuno che può “promettere e dunque mentire”, ingannarmi, qualcuno che nell’essere mio simile è sempre necessariamente e dolorosamente diverso: “Una sottile ma chiara differenza ci impedisce di essere Uno; ci impedisce, quindi, la trasparenza senza veli, il linguaggio senza ostacoli, che porta all’uno tutto ciò che è dell’altro e viceversa”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;ognuno è per l&#8217;altro e verso l&#8217;altro ma mai nell&#8217;altro o al posto dell&#8217;altro <span style="color: #993300;">[5]</span>&#8220;</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se non facessi esperienza di questo <em>scarto</em>, di questa non-assimilabilità, non starei facendo esperienza dell’altro, e cadrebbero i presupposti stessi della nozione di empatia. Non solo la riduzione dell’altro a me è ontologicamente impossibile, ma nemmeno “eticamente” lecito: l’accadere stesso dell’affettività ce lo mostra: <em>quanto più è intimo il legame, tanto più diventiamo consapevoli di quanto l’altro sia diverso da noi</em>, ed è proprio nel rispetto di questa diversità che nasce e cresce l’intimità e germoglia il bisogno di riconoscimento. <em>Dall’inconciliabilità dell’Io e del Tu nasce il </em><strong>dolore della differenza</strong><em>, l’ineliminabile dell’intersoggettività, ma fondamento della stessa relazionalità, che non diviene quindi con-fusione. </em>E questa differenza non potrei comprenderla se non ci fosse un mondo, un mondo comune, un prisma di possibilità e di storie che non sono le mie.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Con un capovolgimento che dovrebbe far riflettere, non conosciamo l’altro perché ci rispecchiamo in lui, ma diventiamo intimi <em>rompendo lo specchio</em>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<hr />
<h3 style="text-align: center;"><em>L’essere insieme nel mondo</em></h3>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">In che modo è quindi possibile parlare di empatia in termini fenomenologici senza ritornare alla solitudine della coscienza individuale fondatrice di mondo di stampo cartesiano? È proprio Martin Heidegger che abbatte le barriere tra le coscienze con la nozione di <em>mondo</em>. L'&#8221;io&#8221; isolato, in sé, non c&#8217;è mai stato: c&#8217;è un vivere con le cose, le persone e la realtà in cui sono inserito, “..uno schiudersi reciproco e contemporaneo: intimità, vibrare di io-mondo-cose-altri.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>” Heidegger porta l’attenzione sull’errore di scindere ciò che era originariamente unito per poi cercare di gettare un ponte. Si coglie <em>nella vita</em>, un ritrovarsi già con gli altri nella stessa –fluida- rete di rimandi: il con-esserci <em>mi precede</em>: ogni tentativo di separazione genera aporie, separazioni illusorie, così difficili da riconciliare proprio perché niente è mai stato separato.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Avvertire che ciò che è più mio, scampato anche alla tempesta, è anche ciò che mi lega alla realtà (…): il volto della storia o della natura o delle cose o degli altri –che mi parlano di me, del mio essere con loro, dell’impossibilità di liberarmi di questo ‘con’.”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La domanda sulla possibilità di accedere alla coscienza altrui emerge solo in una determinazione ontologica secondo la quale un mondo di semplici-presenze sia sfondo per coscienze incapsulate, <em>Io-sfere</em>, per ciascuna delle quali le altre coscienze sono <em>altro-sfere</em>, verso le quali possiamo essere mossi da curiosità epistemologica come se studiassimo fenomeni atmosferici o le regole del moto. Più che trovare una risposta, la fenomenologia heideggeriana dissolve la domanda. Il rapporto con l’altro è più originario del soggetto stesso. Pertanto il rapporto diadico Io-Tu della tradizione psicologica si trasforma in un rapporto a tre: <strong>Io-mondo-altro</strong>. Nulla è quindi “sentito dentro”, perché nulla è originariamente <em>fuori</em>, da introiettare. <em>Comprendo la tua posizione nel mondo che da sempre condividiamo</em> e che <em>abbiamo</em> entrambi… all’interno del quale siamo <em>con-gettati</em>.  La società stessa non è costruita tanto dall’empatia, ma dall’interazione, dalla struttura di rimandi e di reciproche correzioni, aggiustamenti, compromessi che è il mondo. È proprio l’inaccessibilità dell’altro che determina la struttura della socialità e la condizione di possibilità della stessa. <em>Siamo insieme</em> non basta, in che modo lo siamo? Nella forma della contrattazione, dello scambio, del dialogo, dell’incomprensione e del chiarimento. Nessuna coscienza separata fonda la verità e la ragione in senso solipsistico, ma la ragione è intersoggettiva, ed è uno sforzo intenzionale in divenire costante, un compito di chiarificazione ed esplicitazione del nostro “essere-nel-mondo”<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Merleau-Ponty, <em>non vi sono più percezioni private</em>, cose che vedo solo io: “Il tavolo è ormai un tavolo”, è un ritorno su di me del <em>visibile</em> del mondo comune. Sviluppando la tematica della corporeità e dell’<em>intercorporeità</em>, si getta anche una nuova luce sulla tematica dei <em>qualia</em>, proprietà irriproducibili della mia percezione: <em>il mio rosso è il tuo stesso rosso? </em>L’autore risponde affermando che non è vero che i miei colori sono un mistero per te, dal momento che facciamo esperienza insieme dello stesso tramonto e dal momento che io posso parlarne e comunicare, questo “mio rosso individuale invade la tua visione senza abbandonare la mia<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>”: i nostri paesaggi si sono aggrovigliati e reciprocamente adattati.</p>
<hr />
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">BIBLIOGRAFIA</span></h5>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[1]</span> Costa, V. <em>Fenomenologia dell&#8217;intersoggettività: empatia, socialità, cultura</em>, Carocci Editore, Milano 2010, pag.116</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[2]</span> R. Adolphs, <em>Emotions, Social cognition and the human brain</em>, in T. Cacioppo, G. G. Berntson eds. <em>Essays in Social Neuroscience</em>, The MIT Press, Cambridge (2004).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[3]</span> Levinas, E.  <em>Totalità ed infinito</em> (1961).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[4] </span>Costa, V. <em>Fenomenologia dell&#8217;intersoggettività: empatia, socialità, cultura</em>, Carocci Editore, Milano 2010, pag.116</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[5]</span> Caputo, A. <em>L&#8217;arte, nonostante tutto</em>, Edizioni CVS, Roma 2012.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[6]</span> Caputo, A. <em>Pensiero e affettività: Heidegger e le Stimmungen</em>, Franco Angeli, Milano 2001, pag. 109</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[7]</span> Caputo, A. <em>Pensiero e affettività: Heidegger e le Stimmungen</em>, Franco Angeli, Milano 2001.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[8] <span style="color: #000000;">M. Merleau-Ponty,<em> il visibile e l&#8217;invisibile</em>, cit. pag.158</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[9]</span> Costa, V. <em>Fenomenologia dell&#8217;intersoggettività: empatia, socialità, cultura</em>, Carocci Editore, Milano 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[10]</span> Gallagher, S. Zahavi, D. La mente fenomenologica, Raffaello Cortina Ed, Milano 2009.</p>
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		<title>Il problema dell&#8217;identità nell&#8217;epoca postmoderna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2015 13:30:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[existentialism]]></category>
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					<description><![CDATA[Fin dall&#8217;inizio del secolo passato il progresso tecnologico, che ha messo l&#8217;individuo a contatto con realtà diverse a cui ci si può rapportare nei modi del desiderio, ha annullato le distanze, le attese, rendendo tutto più raggiungibile, consegnando l&#8217;ampio palcoscenico della variabilità esperienziale e mostrando la proliferazione delle possibilità di essere direttamente attraverso il tubo catodico. &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/il-problema-dellidentita-nellepoca-postmoderna/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Il problema dell&#8217;identità nell&#8217;epoca postmoderna</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Fin<a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/200_s.gif"><img loading="lazy" class=" wp-image-292 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/200_s.gif" alt="" width="159" height="159" /></a> dall&#8217;inizio del secolo passato il progresso tecnologico, che ha messo l&#8217;individuo a contatto con realtà diverse a cui ci si può rapportare nei modi del desiderio, ha annullato le distanze, le attese, rendendo tutto più raggiungibile, consegnando l&#8217;ampio palcoscenico della variabilità esperienziale e mostrando la proliferazione delle possibilità di essere direttamente attraverso il tubo catodico. Nuove forme di comunicazione a distanza trasformano i modi di esperire il mondo. Citando Arciero, &#8220;<em>la velocità si insinua silenziosamente nella vita quotidiana elicitando nuovi tipi di emozioni</em>&#8220;.<br />
Avanzando ulteriormente, nell&#8217;era di internet le distanze e i tempi morti si cancellano, tutto è disponibile subito, condiviso da tutti e chiunque può contribuire a plasmare una conoscenza condivisa ed in continuo mutamento, mai uguale a sé stessa, foriera anche di inganni, contraddizioni e trappole.<br />
Risuonano alla mente i versi profetici e carichi di nostalgia del poeta inglese T.S. Eliot, che nella prima metà del XIX secolo scriveva: &#8221; Dov&#8217;è la saggezza che abbiamo/ perso nella conoscenza?/ Dov&#8217;è la conoscenza che abbiamo/ perso nell&#8217;informazione?&#8221;.<br />
La tecnologia, rendendo l&#8217;uomo libero di spostarsi, di comunicare e di avere accesso preferenziale e facilitato a più alterità ha fatto emergere un nuovo carattere sociale, il terzo tipo, che Reisman chiama eterodiretto (<em>other-dyrected</em>).<br />
L&#8217;individuo nella società eterodiretta osserva l&#8217;alterità variegata e mutevole del sociale esibito per cercare le linee su cui modellare il proprio sentire, i propri desideri e le proprie emozioni. L&#8217;uomo contemporaneo è costantemente sintonizzato su alterità che però sono in continuo mutamento: contesti, relazioni, ruoli, circostanze, modelli, progetti che non sono più immutabili e pre-determinati ma labili e transitori.<br />
Zygmunt Bauman ha descritto questo aspetto fondamentale come &#8220;liquidità&#8221; della vita moderna. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni, i contesti in cui si muovono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure.<br />
L&#8217;esistenza è sotto il segno dell&#8217;instabilità, come Italo Calvino magistralmente descrive attraverso l&#8217;immagine della città di Eutropia ne &#8220;Le città invisibili&#8221;:<br />
“Il giorno in cui gli abitanti di Eutropia si sentono assalire dalla stanchezza, e nessuno sopporta più il suo mestiere, i suoi parenti, la sua casa e la sua via, i debiti, la gente da salutare o che saluta, allora tutta la cittadinanza decide di spostarsi nella città vicina che è lì ad aspettarli, vuota e come nuova, dove ognuno prenderà un altro mestiere, un‟altra moglie, vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra, passerà le sere in altri passatempi amicizie maldicenze. Così la loro vita si rinnova di trasloco in trasloco […]. Essendo la loro società ordinata senza grandi differenze di ricchezza o di autorità, i passaggi da una funzione all‟altra avvengono quasi senza scosse; la varietà è assicurata dalle molteplici incombenze, tali che nello spazio d‟una vita raramente uno ritorna a un mestiere che già era stato il suo.”<br />
La gerarchia dei valori si è disciolta in una equipollenza degli stessi: la modernità liquida è post-gerarchica. I vecchi postulati di superiorità/inferiorità, che si presumevano strutturati da logiche e valori etico-religiosi inalterabili dal progresso sono stati erosi e<br />
disciolti, e quelli nuovi sono troppo effimeri e fluidi da potersi consolidare per un tempo sufficiente per poter essere adottati a cornice di riferimento per la composizione dell&#8217;identità.<br />
Il filosofo e sociologo coreano Byung-Chul Han evidenzia questo cambiamento come il passaggio dalla società disciplinare alla società della prestazione: laddove la prima era dominata da negativismo (eccedenza del divieto) la seconda è caratterizzata da un&#8217;esasperazione dello schema positivo del poter-fare e del poter-essere; gli obblighi della tradizione cedono il passo alla responsabilità e all&#8217;iniziativa personale. L&#8217;individualismo, l&#8217;eccedenza di stimoli e la pressione a produrre genera disagio nelle forme della depressione, della noia e della stanchezza cronica.<br />
Non essendo i destini individuali ormai più pre-definiti dalla nascita dalla famiglia o dal ruolo sociale, l&#8217;uomo contemporaneo è un uomo che è continuamente nell&#8217;atto di scegliere (<em>homo eligens</em>) e di sceglier-si!<br />
“Una volta che l&#8217;identità ha smesso di essere un&#8217;eredità ingombrante (in quanto inseparabile da noi) ma confortevole (in quanto impossibile da perdere) non è più l&#8217;atto di un impegno valido per sempre in qualcosa che potrebbe e dovrebbe durare di qui all&#8217;eternità, ma è diventata piuttosto il compito a vita di individui orfani di eredità non negoziabili e privati di approdi credibili e fidati.”<br />
Di fatto, qualsiasi incremento di libertà può essere letto come diminuzione di certezza e aumento della responsabilità. Per questa ragione, la prima delle emozioni tipiche della contemporaneità è l&#8217;ansia; nell&#8217;ansia l&#8217;individuo &#8220;ha un rapporto con il tempo come se il tempo fosse sempre avanti rispetto a lui&#8221;.<br />
La consapevolezza della transitorietà degli incontri, della precarietà dei ruoli e della volatilità delle relazioni unitamente alla necessità di lasciare aperta ogni possibilità di scelta genera timore ed incertezza verso il futuro; un&#8217;angoscia di fronte all&#8217;indeterminatezza che fu chiamata dagli antichi horror vacui e che emerge quando, nella complessità dei contesti e nella pluralità delle identificazioni definienti -e spesso alienanti- è in gioco di volta in volta la mia identità.<br />
Heidegger prevede ed anticipa questo tema, definendo l&#8217;ansia contemporanea come inquietudine costitutiva di perdere le fonti di determinazione esterna.<br />
Non scegliere e rimanere in uno stato di totipotenza esistenziale può essere l&#8217;alternativa di elezione nel nuovo modo di esserci della contemporaneità, un modo in cui le possibilità vengono sfiorate col pensiero ma non generano movimento verso le stesse. L&#8217;emozione non mi riposiziona più rispetto all&#8217;azione e tutte le scelte sono in uno stato di sospensione. In questo caso, non rischio di perdere nulla, ma d&#8217;altro canto non apro nessun cammino: è quella che Bauman definì &#8220;etica del disimpegno&#8221; perché &#8220;la solidità è una maledizione&#8221;<br />
in quanto l&#8217;uomo di oggi deve essere flessibile e costituzionalmente vigile, pronto a cambiare come cambiano gli altri.<br />
Questo stato di impasse ricorda un altro eroe della modernità, l&#8217;Ulrich di Robert Musil. L&#8217;autore del romanzo denuncia le proprietà alienanti del mondo emerso dal primo dopoguerra rilevandone la frammentarietà, l&#8217;assenza di un centro e l&#8217;indeterminatezza, nonché il potenziale paralizzante del &#8220;senso di possibilità&#8221;; colui che ne sia afflitto è uomo non pratico, imprevedibile nelle relazioni umane e, vedendo anche se stesso nel possibile non può riconoscersi proprietà reali: diviene un uomo senza qualità. Tutto ora è come è, ma tutto potrebbe diventare o essere diventato ugualmente diverso.<br />
In un mondo liquido-moderno, i luoghi hanno perduto la loro capacità di definire l&#8217;identità ed ancorare l&#8217;individuo; viene incoraggiato non tanto il legame di appartenenza alla terra natia, quanto la capacità di spostarsi -per lavoro, per ampliare le prospettive, per seguire il partner..- dovunque le mutate circostanze suggeriscano. Quella che Bauman definisce &#8220;cultura ibrida&#8221; si esprime nel paradosso della ricerca dell&#8217;identità nella non appartenenza; nella libertà di sfidare o ignorare le frontiere che vincolano i movimenti e le scelte delle persone inferiori, &#8220;i locali&#8221;. Anche l&#8217;altra terra rappresenta una delle alterità che popolano il fumoso orizzonte di chi cerca una cornice di contesto che lo de-finisca.<br />
L&#8217;inclinazione verso l&#8217;altro (sia l&#8217;altro esserci in carne ed ossa, sia l&#8217;alterità astratta del ruolo, della regola e della moda) diviene la risorsa principale attraverso cui comporre l&#8217;identità personale. La seconda emozione dominante nella contemporaneità è quella che si alimenta della consapevolezza dello sguardo dell&#8217;altro: la vergogna.<br />
Anche le relazioni interpersonali devono adattarsi ai modi del vivere liquido-moderni; i legami più convenienti sono quelli &#8220;allentati&#8221;, che si possano sciogliere senza troppi compromessi una volta nasca la necessità di cambiare scenario. Nonostante il relazionarsi venga percepito a livelli individuale e collettivo come una problematica necessità, in realtà sembra che alla ricerca esasperata per partner perfetto si contrapponga una tendenza al rifiuto delle relazioni stabili e durevoli.<br />
Qualsiasi forma di stabilità, in una società liquida, è una prigione destinata a calcificare l&#8217;individuo nelle retrovie di un avanzamento inarrestabile. L&#8217;esperienza di legame ideale è quello di un tipo di contatto chiamato &#8220;essere connesso&#8221;; anziché parlare di partners si preferisce parlare di &#8220;reti&#8221; sociali. La connessione presenta dei vantaggi sulla relazione: ci si può disconnettere in qualsiasi momento, proprio come durante il web-surfing; si può manipolare l&#8217;interfaccia in modo da mostrare all&#8217;altro ciò che si vuole, costruendo forme di mediazione ad hoc che sono mutilazioni bi-direzionali dell&#8217;originaria reciprocità emotiva; inoltre, essere connessi ad una rete presuppone molteplici links: se salta un collegamento la rete non collassa poiché sostenuta da innumerevoli altri contatti.<br />
Queste relazioni virtuali sono un facile compromesso quando si ha bisogni di tanti &#8220;altri&#8221; e dei loro continui rimandi, ma mai troppi invadenti e senza reciproche pretese, promesse ed impegni:<br />
“Tutto questo avvicinarsi ed allontanarsi rende possibile seguire simultaneamente l&#8217;anelito di libertà e la brama del senso di appartenenza -e di mascherare, se non compensare pienamente, la fallacia di entrambi gli struggimenti.10”<br />
Questi nuovi modi di essere incarnati generano situazioni emotive del tutto peculiari.<br />
La necessità di adattarsi e di gestire le proprie emozioni e i propri modi di essere al variare dei mutevoli contesti, insieme al progresso tecnologico culminato con lo sviluppo dei succitati nuovi media (da internet al mondo del social networking) che pongono un filtro tra l&#8217;uomo e l&#8217;esperienza ha prodotto il fenomeno che Arciero chiama cognitivizzazione o de-corporizzazione del sentire: l&#8217;emergere di nuovi tipi di emozioni socialmente trasformate che hanno alto contenuto cognitivo e pochissima attivazione viscerale, in quanto devono essere continuamente riadattate, gestite e giocate con un certo grado di flessibilità. Il veicolo principale di accesso all&#8217;emotività e il registro-linguistico riflessivo.<br />
Lo schermo di parole fa sì che l&#8217;emotività perda immediatezza, trasformandosi in una percezione emotiva vicaria (esperita mediante la sintonizzazione sullo sguardo dell&#8217;altro) tale da spingere l&#8217;individuo a chiedersi: &#8220;Sono proprio io quello che sente?&#8221;.<br />
Il problema dell&#8217;identità nella post-modernità si alimenta quindi di un paradosso: l&#8217;imperativo della società contemporanea è: &#8220;Sii unico, e trova da solo la tua strada!&#8221;, ma è attraverso alterità volatili che il mondo ci porta a definire noi stessi. Come sì può giungere ad esserci autenticamente se è attraverso l&#8217;altro-da-me che puntello la mia stabilità personale?<br />
L&#8217;identità si trova perciò ad oscillare tra due diverse polarità; da un lato porsi al servizio del proprio movimento di volontà, vittima dell&#8217;ansia e dell&#8217;insicurezza che l&#8217;assenza di validazione altrui comporta, dall&#8217;altro essere parte di una collettività sovraordinata alle idiosincrasie individuali, generando un senso di inautenticità (<em>Uneigentlichkeit</em>) dell&#8217;esperienza, unita alla sensazione di esserne solo gli attori, ma non gli autori.<br />
Navigando tra i poli dell&#8217;individualità senza compromessi e dell&#8217;adesione totale, il problema è la giusta distanza dall&#8217;altro, di volta in volta disperatamente necessario o fastidiosamente soffocante: questo è evidente nelle relazioni, ma anche nei modi di esperire ruoli e contesti. La dialettica tra il sé e l&#8217;altro si gioca quindi tra un senso di con-fusione e la percezione di annullamento; la personalità dal carattere etero-diretto rinegozia di continuo armonie e dissintonie con l&#8217;altro e fonda su di esse il proprio equilibrio. Il dramma assoluto consiste nella solitudine: il soggetto moderno non sopporta<br />
l&#8217;altro, ma senza di esso non potrebbe sussistere poiché -negandolo- nell&#8217;intimità a sé troverebbe un vuoto incolmabile; ed è il vuoto l&#8217;altro stato psichico cardine dell&#8217;epoca che percorriamo. Non a caso Lipovetsky nei primi anni ottanta battezzò i nuovi tempi &#8220;l&#8217;ère du vide&#8221;, l&#8217;era del vuoto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-116 aligncenter" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b-300x225.jpg" alt="2390720424_edd2038b37_b" width="382" height="287" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b-300x225.jpg 300w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2015/02/2390720424_edd2038b37_b.jpg 1024w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">BIBLIOGRAFIA</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li style="text-align: left;"> G. Arciero, <em>Sulle tracce di sé</em></li>
<li style="text-align: left;">T.S. Eliot, <em>The Rock</em>, 1934</li>
<li style="text-align: left;"> I. Calvino, <em>Le città invisibili</em>, p. 70</li>
<li style="text-align: left;"> Z. Bauman (2005), <em>Vita liquida</em></li>
<li style="text-align: left;"> Intervista a V. Costa, da L’accento di Socrate, http://www.laccentodisocrate.it/costa5.html</li>
<li style="text-align: left;">  Z. Bauman (2003).<em> Amore liquido</em>, pag. 48</li>
</ul>
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		<title>L&#8217;inganno nella ricerca psico-comportamentale: può il fine giustificare i mezzi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Toso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2014 14:03:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[philosophy]]></category>
		<category><![CDATA[research]]></category>
		<category><![CDATA[social science]]></category>
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					<description><![CDATA[Il problema della legittimità delle posizioni contro l&#8217;uso dell&#8217;inganno a scopi scientifici L&#8217;uso della tecnica dell&#8217;inganno  è particolarmente diffuso nella ricerca psicologica, proprio per la peculiarità di questo dominio scientifico. I dati ottenuti, infatti, si basano su indici comportamentali correlati alle credenze del soggetto, a partire dai quali si attua un processo inferenziale su costrutti &#8230; <a href="https://www.robertatoso.it/linganno-nella-ricerca-psico-comportamentale-puo-il-fine-giustificare-i-mezzi/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">L&#8217;inganno nella ricerca psico-comportamentale: può il fine giustificare i mezzi?</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-294 alignleft" src="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco.jpg" alt="" width="157" height="126" srcset="https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco.jpg 630w, https://www.robertatoso.it/wp-content/uploads/2014/01/doppio-cieco-300x241.jpg 300w" sizes="(max-width: 157px) 100vw, 157px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema della legittimità delle posizioni contro l&#8217;uso dell&#8217;inganno a scopi scientifici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uso della tecnica dell&#8217;inganno  è particolarmente diffuso nella ricerca psicologica, proprio per la peculiarità di questo dominio scientifico. I dati ottenuti, infatti, si basano su indici comportamentali correlati alle credenze del soggetto, a partire dai quali si attua un processo inferenziale su costrutti non empiricamente osservabili. Importante è perciò controllare gli effetti di distorsione dovuti al soggetto sperimentale, e l&#8217;inganno consiste proprio in un provvedimento di questo tipo: fare credere ai soggetti che la situazione sperimentale si a qualcosa di diverso rispetto a ciò che gli sperimentatori stanno in realtà studiando e manipolando.  Questo tipo di controllo può diventare eticamente problematico ed è fonte di un acceso dibattito; da un lato, i critici che sostengono l&#8217;illegittimità dell&#8217;inganno si appellano alla tendenza dei ricercatori a sovrastimare il valore dei propri esperimenti in rapporto ai rischi insiti nella procedura. Paradossalmente però, a livello fattuale, si fa fatica ad affermare che cosa ci sia di sbagliato nell&#8217;inganno ed in che modo i soggetti <em>soffrano</em> direttamente questa condizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni autori, come Edgar Vinacke (1952) si sono chiesti se effettivamente l&#8217;inganno abbia un effetto così fortemente negativo sui soggetti. Il Codice Etico proibisce esperimenti che presuppongono rischi significativi, lasciando nel vago che cosa si intenda per &#8220;significativo&#8221;: di fatto, il rischio più evidente che si può osservare è un modesto livello di stress nei soggetti, specialmente nei casi in sui la ricerca induca uno stato d&#8217;ansia negli stessi servendosi di informazioni false.  Se si pone la questione in una differente prospettiva ci si accorge di come non soltanto i partecipanti della ricerca raccolgano le conseguenze psicologiche dell&#8217;inganno, ma anche gli ingannatori, ovvero lo sperimentatore stesso o i giovani collaboratori a cui è stato chiesto di ingannare. Testimonianze in questo senso aiutano a costruire un quadro di disagio che è stato definito il dilemma personale del ricercatore che inganna ( <em>deceptive researcher&#8217;s personal dylemma</em>). Il punto è che se noi ci servissimo soltanto di evidenze empiriche per screditare l&#8217;inganno nelle ricerche non troveremo argomenti abbastanza validi per sostenere le nostre argomentazioni: non tutti gli effetti dell&#8217;inganno sono visibili a livello superficiale. La questione deve essere estesa ad un livello morale. Rispetto alla distinzione tra ricerca medica e ricerca psicosociale, il &#8220;danno&#8221; ai soggetti è di natura qualitativamente differente: in psicologia non si può parlare di &#8220;evidenti danni alla persona&#8221;; ne segue che le implicazioni morali non possono essere comuni nei due domini e non si può estendere i principi dell&#8217;una <em>tout court</em> all&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti oppositori dell&#8217;inganno, per dare forza alle loro argomentazioni, si appellano al famoso esperimento di <strong>Stanley Milgram</strong> (1960), che di per sé costituirebbe evidenza sufficiente dell&#8217;illegittimità dell&#8217;inganno e delle condizioni sperimentali.Il disegno sperimentale prevedeva che il soggetto, nei panni dell'&#8221;insegnante&#8221;, facesse delle domande a quello lui riteneva essere un semplice &#8220;allievo&#8221; e che in realtà era un confederato (un collaboratore dello sperimentatore): in caso di errore, il maestro doveva somministrare all&#8217;allievo scosse elettriche di intensità variabile. Tutto ciò accadeva in presenza dello sperimentatore, l&#8217;autorità scientifica con camice e <em>badge</em>, che incoraggiava il soggetto a proseguire l&#8217;esperimento.<br />
Si trattava, ovviamente, di finte scariche elettriche, in quanto l&#8217;allievo fingeva di provare dolore; il soggetto però era posto nella condizione di esperire una situazione stressogena reale, ed era pertanto sottoposto ad un dilemma morale non indifferente: dare retta all&#8217;autorità oppure ascoltare la coscienza empatica?<br />
Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti dell&#8217;esperimento mostrassero segni di tensione e protestassero verbalmente, ben il 62% di questi obbedirono pedissequamente allo sperimentatore, arrivando a somministrare il grado massimo di intensità delle finte scosse. Questo stupefacente grado di obbedienza è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l&#8217;obbedienza indotta dalla presenza di una figura autoritaria considerata legittima e la conseguente induzione di uno stato eteronomico. Questo stato psicologico è caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere scelte autonome, ma strumento per eseguire ordini. Come Bandura (1986) aveva evidenziato, si tratta di un meccanismo di disimpegno morale (<em>moral disengagement</em>) chiamato dislocazione della responsabilità: il soggetto si &#8220;libera&#8221; virtualmente dell&#8217;onere della decisione morale trasferendo la responsabilità su individui che percepiscono come su un livello superiore della scala gerarchica a seconda del contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">In che modo, in quella situazione, i soggetti sperimentali sono stati <em>danneggiati</em> dall&#8217;inganno? Clarke (1983) afferma che l&#8217;urto psicologico che essi hanno ricevuto è stato quello di <em>scoprire spiacevoli verità su se stessi</em>: nella fattispecie, hanno scoperto di essere più facilmente assoggettabili di quanto avessero supposto, e si sono esperiti come capaci di infliggere sofferenza ad un altro essere umano sotto coercizione. Un&#8217;altra tra i primi detrattori dell&#8217;esperimento è stata Diana Baumrind, che riprende il concetto esposto da Clarke e lo chiama presa di coscienza forzata (<em>inflicted insight</em>) di lati della propria personalità che avrebbero dovuto rimanere nascosti.  Il danno esiste, quindi, ed è a carico dell&#8217;autostima del soggetto e della percezione di sé; non solo i partecipanti hanno subito la rivelazione di un &#8220;lato oscuro&#8221; di loro stessi, ma hanno anche sperimentato la scarsità della propria autodeterminazione in contesti di forte pressione sociale nonché la facilità con cui si sono sentiti di delegare la responsabilità morale delle loro azioni all&#8217;autorità scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, il problema principale consiste sempre nel dimostrare come l&#8217;<em>inganno in sé </em>abbia danneggiato i partecipanti. Il fatto che non ci sia una connessione chiara tra qualsiasi danno psicologico alla persona e l&#8217;inganno stesso porta la questione della critica all&#8217;inganno ad immettere che l&#8217;imbroglio appare secondario se si guarda l&#8217;insieme delle procedure adottate nella sperimentazione. Quindi, se è perfettamente concepibile rivolgere critiche al disegno di Milgram e perfino affermare che la progettazione del disegno di ricerca sia stata lesiva dal punto di vista psicologico nei confronti dei soggetti, altrettanto meno ovvio è affermare che sia stato nell&#8217;inganno  l&#8217;illecito dell&#8217;esperimento.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, i detrattori si aggrappano a differenti linee critiche: da un lato affermano che Milgran e collaboratori abbiano peccato nel sovrastimare l&#8217;importanza della sua scoperta e nel sottostimare i danni da essa provocata nell&#8217;immaginario collettivo e nella coscienza del singolo. Tuttavia, coloro i quali si sono proposti di dimostrare la nocività dell&#8217;inganno hanno fallito nel loro intento, non procurando alcuna evidenza fattuale.  Soltanto la filosofia pratica può fornire una risposta: il vero danno è nei princìpi, non nei fatti. Un danno che non è neppure suscettibile ad un calcolo utilitaristico, né tantomeno ad un bilancio costi/benefici, ma che affonda le sue radici nel rispetto della persona e in una concezione dell&#8217;individuo come entità autonoma e alla quale si deve onestà e chiarezza di intenti. Ciò influenza anche la relazione tra soggetto e sperimentatore; come, in realtà, i soggetti dovrebbero essere partecipi e collaborativi nel progresso piuttosto che &#8220;burattini ciechi&#8221; al servizio della scienza, &#8220;banche dati&#8221; potenzialmente &#8220;reattivi&#8221; e quindi fonte di distorsione. L&#8217;inganno, nella forte posizione sostenuta da Sissela Bok nel suo testo <em>Lying</em> (1989), è visto come l&#8217;equivalente di un insulto fisico alla persona: entrambi possono essere utilizzati per forzare ad agire contro la propria volontà; è una manipolazione tanto del comportamento umano quanto delle credenze soggettive e degli stati mentali.  &#8220;Trattare l&#8217;individuo sempre come fine e mai come mezzo&#8221; così è stato scritto da Kant nella sua <em>Critica alla ragion pratica (<i>Kritik der praktischen Vernunft</i>, 1788)</em>; questo è il punto di vista della filosofia  morale. Tuttavia, dal punto di vista della ricerca scientifica sul comportamento umano, è un&#8217;utopia pensare di eliminare del tutto la componente dell&#8217;inganno dai disegni sperimentali, essendo l&#8217;obiettivo perseguito dalla comunità scientifica ottenere informazioni sulla mente e sul comportamento umano che siano il più possibili generalizzabili ed aderenti a quanto avviene in condizioni &#8220;naturalistiche&#8221;; basti pensare a quanto è importante l&#8217;istituzione dei gruppi placebo nei <em>trial</em> farmacologici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta ci troviamo di fronte ad uno fra i più importanti dilemmi tra scienza ed etica: in che modo può avvenire la loro reciproca influenza e compenetrazione?</p>
<p><strong>Bibliografia:</strong></p>
<p>&#8211; Herrera, C.D. (2001) Ethics, Deception and Those Milgram Experiments, <em>J. Applied Philosophy</em>, 18.</p>
<p>-Arrigo, P., Gnisci, A. (2004) <em>Metodologia della ricerca psicologica</em>. Il Mulino.</p>
<p>-Scrag, B. (1997) Commentary: the ethics of deception in social research.<em> Graduate Research Cases,</em>1.</p>
<p>&#8211; Caprara, G.V. (1997) <em>Bandura</em>. Franco Angeli, Milano.</p>
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